Deftones (2000-2006)

Per un tot di anni, a cavallo tra i ’90 e gli ’00, sono stato un grande estimatore di quel sottogenere inizialmente definito crossover e poi ribattezzato nu-metal, recensendo, assistendo a concerti e intervistando. A un certo punto, però, mi sono stancato di seguire capillarmente il settore, limitando la mia attenzione al prosieguo di carriera delle band storiche e ben più di rado a gruppi emergenti. I californiani Deftones – che hanno anche un posto nel libro “1000 dischi fondamentali” con Around The Fur del 1997, sono comunque tra i miei favoriti, tanto da aver scritto in tempo reale di tutti i loro dischi pubblicati tra il 2000 e il 2006.

White Pony
(Maverick)
È opinione abbastanza diffusa, almeno presso gli appassionati di rock non particolarmente addentro alle “nuove tendenze”, che il crossover sia un (sotto)genere violento e abrasivo al confine con la cacofonia, una sorta di blob tra metal, del dark e dell’elettronica; una teoria alla quale anche i Deftones, con i precedenti Adrenaline (1995) e Around The Fur (1997), hanno contribuito a dare fondamento, ma che oggi è smentita da un album clamorosamente ascoltabile da tutti, a dispetto delle tante soluzioni comunque spigolose e delle forti tensioni che serpeggiano dietro melodie quasi celestiali e liriche spesso (ma non sempre) distese.
Oltre a infliggere amare delusioni a quanti amano vivere di pregiudizi, con White Pony il quintetto californiano ha abbattuto ogni steccato di stile, arrivando ad amalgaamre una impressionante serie di influssi; i maestri Korn sono sempre dietro l’angolo e la ferocia quasi hardcore non manca di affiorare (Elite, Korea, un po’ meno in Feiticeira), ma i toni generali sono quelli di una più o meno enfatica epicità rock di stampo U2 (il singolo Change, Digital Bath) o Pearl Jam (certe trame della splendida Passenger, con Maynard Keenan dei Tool come ospite) screziata da malinconiche liquidità di sapore Cure. Il tutto, è ovvio, con i connotati sonori di un post-metal poderoso, cupo e sanguigno ma all’occorrenza carezzevole, brillantemente attuale e “sovversivo” ma anche devoto alle radici. Album straordinario, insomma. E che sia esposto al pubblico ludibrio chi continuerà a definire i Deftones una semplice “band metal”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.404 del 4 luglio 2000

Deftones
(Maverick)
Potrà sembrare un’affermazione banale, ma c’è crossover e crossover. Da un lato i tanti, troppi plagiatori che ottengono affermazioni commerciali anche clamorose riciclando sfacciatamente le originarie intuizioni dei pionieri del genere, e dall’altro i pochi, veri maestri: gente come Tool, Korn, System Of A Down e naturalmente Deftones, che si impegna nel tentativo di allargare gli orizzonti a quel nu-metal – etichetta orrenda, ma da tempo accettata in tutto il mondo: quindi, chiniamo il capo – che nella stragrande maggioranza dei casi è ormai solo abusatissimo cliché.
Quanto il quintetto californiano sia naturalmente predisposto ad andare avanti è dimostrato da questo Deftones, che fin dal titolo dichiara una precisa volontà di ricominciare daccapo, facendo ovviamente tesoro delle passate esperienze; a iniziare, com’è logico, da quelle del White Pony di tre anni fa, il disco che dopo i pur ottimi Adrenaline e Around The Fur aveva imposto Chino Moreno e compagni come protagonisti del rock a 360° e non solo come icone di una pur ampia nicchia di pubblico. Al di là dei riferimenti all’universo del metal contaminato, e delle tendenze estremiste che prorompono da episodi brutali e acidissimi come la Hexagram di apertura o When Girls Telephone Boys, il quarto album dei Deftones è infatti un caleidoscopico, eccitante affresco di rock’n’roll più o meno estremizzato, dove imponenti chitarroni convivono felicemente con alchimie elettroniche e giochetti da DJ, dove i ritmi oscillano tra l’incalzante e l’ipnotico, dove le atmosfere sostanzialmente dark si aprono alla luce (pur filtrata) del sole e dove Moreno sa farsi valere non solo come spaventoso urlatore ma anche e soprattutto come cantante eclettico e all’occorrenza persino confidenziale (Anniversary Of An Uninteresting Event, soffice ballata dai toni vagamente psichedelici). Un suono, quindi, lasciato libero di imboccare qualsiasi direzione, giocato su schemi intriganti che ci piace pensare suggeriti più dall’emozione e dall’istinto creativo che non da ragionamenti del tutto consapevoli; e un suono che, destreggiandosi fra irruenza fisica e ricerca di profondità, fra melodie mutanti e assalti rumorosi, fra tribalismo e tecnologia, tra echi post-punk e accenni quasi-pop centra l’obiettivo della fascinazione, rivelandosi più che mai maturo, equilibrato e autorevole. E pazienza se alcuuni, quelli con le orecchie foderate di pregiudizi, continueranno a considerare i Deftones un’accozzaglia di degenerati fracassoni: il tempo e la storia dimostreranno quanto sono in errore.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.536 del 3 giugno 2003

B-Sides & Rarities
(Maverick)
Accade sempre più spesso di imbattersi in prodotti ibridi CD + DVD, con presumibile gioia degli appassionati dei vari artisti (anche per i prezzi di solito relativamente contenuti) e difficoltà degli addetti ai lavori, che non sanno bene in quale “categoria merceologica” – e quindi in quale spazio-recensioni – collocarli. Nel caso di questo doppio dei Deftones, impreziosito da una splendida confezione, ci è sembrato che in quanto a motivi di interesse la parte DVD fosse superiore a quella CD: non perché quest’ultima sia deficitaria (tutt’altro: i suoi quattordici brani, tra i quali una Change acustica e cover di gente come Cocteau Twins, Smiths, Cure, Duran Duran e Sade, sono per lo più imprevedibili), ma perché la sequenza dei i videoclip realizzati dalla band californiana dal 1995 a oggi – assai poco visti, almeno nei circuiti rock convenzionali – offre una bella opportunità di approfondire l’essenza di uno dei gruppi più seri, creativi e brillanti generati dal “movimento” crossover.
Sia chiaro, non ci sono capolavori di arte cinematografica applicata alla musica, ma a parte alcuni promo poco incisivi le buone idee (ad esempio My Own Summer: uomini e squali) e l’ottima fotografia (su tutti Minerva, girato nel deserto) rendono l’insieme apprezzabilissimo e gustoso, anche per il corredo di immagini extra – stralci live, interviste, siparietti, “dietro le quinte” – che costituisce un piccolo ma significativo valore aggiunto. Davvero difficile, amando il miglior metal contaminato, trovare un modo più soddisfacente per investire una ventina di euro.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.616 del novembre 2005

Saturday Night Wrist
(Maverick)
Tanto vale togliersi il pensiero e dire subito che, in alcuni episodi di questo loro quinto album, i Deftones sembrano la versione (neppure tanto) “metallica” degli U2: nulla di che stupirsi, in fondo, visto come Chino Moreno e soci non abbiano mai disdegnato certa new wave tra l’epico e il tenebroso e come, a furia di ricercare sempre nuovi “incroci”, un simile approdo non fosse poi tanto inverosimile. È comunque un disco strano, il primo della band di Sacramento a non essere co-prodotto da Terry Date: rimane ovviamente legato all’hard e non si astiene, in più di un caso, dal lanciarsi di assalti feroci/selvaggi, ma come e più del suo omonimo prodecessore sembra nel complesso votato più ad aperture a 360 gradi che non a chiudersi in una pur comoda nicchia. Tale ottimo proposito non trova però riscontri sempre positivi in una scaletta eclettica e dunque poco prevedibile, che spazia fra elettronica e psichedelia (alla Tool, naturalmente) suscitando spesso forti stimoli – fisici, cerebrali, emotivi – ma rivelandosi anche un po’ dispersiva e forse troppo incline al déjà vu. In estrema sintesi, un (bel) lavoro di transizione, al quale è però inutile chiedere lumi sul futuro dei Deftones.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.629 del dicembre 2006

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