Bluvertigo (1995-2001)

Il mio rapporto con i Bluvertigo non è stato proprio sereno, mai avuto difficoltà ad ammetterlo. Eppure, ne ho recensito in tempo reale tutti gli album, cosa assai bizzarra per me che raramente torno a occuparmi di un artista dopo avere espresso la mia non-approvazione per lui. Dopo tanti anni mi fa comunque piacere accorgermi di come, a parte quella dell’esordio (non dico “condizionata” ma di sicuro un po’ “guidata” dall’antipatia istintiva per una band che sembrava finta), nei miei scritti avessi sempre evidenziato i pregi e non solo i difetti – secondo me, certo – della band. Band che secondo me avrebbe avuto i mezzi per fare ben di più, qualitativamente parlando, di ciò che ha fatto. Per chi volesse approfondire, c’è qui un’intervista che considero tra le più riuscite delle mie, mentre qui mi occupo dei primi lavori solistici di Morgan; per chi si accontenta, ecco il poker di recensioni.

Acidi e basi
(Le Cave)
Strano gruppo, i monzesi Bluvertigo, nel senso che non si capisce bene da dove vengano e dove vogliano andare. L’unico dato certo è che il loro album d’esordio oscilla tra rock tendenzialmente “estremista” (filone, diciamo, Primus) e pop in italiano, rivelandosí nel complesso personale ma lamentando carenze in termini di cattiveria (soprattutto nel cantato, spesso alla Scialpi) e incisività compositiva. Testi e arrangiamenti, in ogni caso, sono abbastanza efficaci, così come un buon terzo dei brani… ma questo non può bastare per una band il cui dichiarato intento è creare “un linguaggio di musiche e testi che sia la sintesi di quello che fino a oggi è stato prodotto dal mondo del rock, con un’intenzione de-strutturante e non privo di ironia o spirito dissacratorio”. Sfrenata presunzione o scherzo di dubbio gusto? Ai posteri, come sempre, l’ardua sentenza.
Tratto da Rumore n.39 dell’aprile 1995

Metallo non metallo
(Columbia)
I monzesi Bluvertigo non tentano affatto di mascherare la loro convinzione di essere grandissimi artisti, come ampiamente dimostrato da dichiarazioni pubbliche e comunicati – memorabile soprattutto quello dell’esordio, Acidi e basi del 1995 – che trasudano quantità industriali di boria (eeehm, il termine politically correct è “fiducia in se stessi”). Il secondo album – Metallo non metallo: ancora un riferimento chimico – registra il quasi totale accantonamento del crossover tendenzialmente aggressivo di vari vecchi episodi (vedi gli innesti di pianoforte ed archi) a favore delle soluzioni più atipiche e avvolgenti peraltro già sperimentate nel resto del precedente lavoro: una proposta, dunque, poliedrica e articolata, la cui matrice “è forse da ricercarsi in alcuni gruppi di rock progressivo o psichedelico quali i King Crimson di Fripp-Belew oppure i Pink Floyd di Roger Waters” e la cui definizione sarebbe “musica di rottura fra arte alta e arte bassa” (dalle note-stampa). Di elevato, in questi solchi digitali, ci sono solo le qualità tecniche dei musicisti; di basso, con qualche eccezione (Vertigoblu, Ebbrezza totale o So Low – L’eremita, squisitamente e modernamente pop), c’è il livello compositivo dei brani; di arte, infine, non mi pare ci siano tracce, a meno che non si voglia ritenere tale un minestrone di suoni iperarrangiati e canto per lo più abulico dove la quantità di idee non trova purtroppo conforto – almeno a parere del sottoscritto – nella capacità di metterle in pratica in modo funzionale e convincente.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.248 dell’11 marzo 1997

Zero
(Noys-Columbia)
Al di là di tutto fa piacere, in quest’epoca di standardizzazione e appiattimento, imbattersi in artisti controversi, che suscitano decise e opposte reazioni sia istintive che meditate. Artisti, insomma, come i Bluvertigo, che vantano un consistente seguito di pubblico per lo più giovanile (il precedente Metallo non metallo ha venduto ben 100.000 copie) e la stima di parecchi colleghi e addetti ai lavori, ma che nei medesimi ambiti attirano anche molte insofferenze e antipatie.
Una cosa, però, è certa: nonostante i vasti consensi commerciali e il convinto appoggio di Sua Fatuità MTV, i Bluvertigo non sono né stupidi né banalmente “leggeri”: li si può reputare presuntuosi o egocentrici, si può detestarne le vocazioni onaniste e il gusto sfacciato per la citazione, si può trovare insopportabili i loro intellettualismi, il loro look e il canto enfatico di Morgan, ma non si può disconoscerne la vivacità espressiva, il carattere e il talento. Qualità indirizzate male, perché il quartetto monzese ha scelto come campo d’azione la musica per le masse invece dell’avanguardia colta e come fonte ispirativa gli anni ‘70 del glam e gli ‘80 dell’electro-pop e non il rock acido dei Sixties o la no wave? Questione di gusti. Comunque, Zero è senza dubbio il più complesso, maturo, policromo e ricco di spunti dei tre album finora realizzati dall’ensemble, oltre che il più lucido – pur nella sua volontaria (?) “confusione” di riferimenti – nel rivelarne la multiforme filosofia creativa, la naturale curiosità sonora, l’interesse per l’elettronica legata a trame elettriche e acustiche, la tendenza a pianificare, improvvisare, contaminare, collaborare e delirare facendo dichiaratamente proprie – riciclaggio alla Warhol? – le intuizioni dei vari Devo, Depeche Mode, Ultravox, David Bowie (qui omaggiato con la cover dell’oscura Always Crashing In The Same Car), Kraftwerk, Roxy Music e Franco Battiato (presente come ospite in un paio di episodi).
Scendendo nel privato, però, non posso non osservare che a livello di ascolto il progetto del gruppo continua globalmente a irritarmi, pur trovando intrigante più di un brano – citerei Sono = sono, che ricorda i miei amati Devo; Sovrappensiero, una deliziosa ballata alla Depeche Mode/Soerba; Forse, cantata dal tastierista Andy, e la non meno evocativa Punto di non arrivo; l’ipnotica e spigolosa Lo psicopatico – e l’autobiografismo reale/surreale dei testi… ma queste sono soltanto valutazioni personali. I dati oggettivi dicono di una realtà in crescita, la cui voce è con tutta probabilità destinata a levarsi sempre più alta e forte sull’eco di cori inevitabilmente scomposti di “per fortuna” e “purtroppo”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.369 del 19 ottobre 1999

Pop Tools
(Noys-Columbia)
Al recente Festival di Sanremo i Bluvertigo sono arrivati ultimi, certo più per colpa delle pose di Morgan e del look esagerato – si dice che le operazioni di trucco richiedessero quattro ore – che per i (de)meriti de L’assenzio (The Power Of Nothing), graziosa filastrocca nel tipico stile “pop elettronico tra il colto e il surreale“ presentata all’Ariston. Proprio L’assenzio, assieme a un altro gradevole inedito registrato per l’occasione (Comequando, in parte debitore ai Devo anni ‘80), costituisce il nucleo centrale – la copertina, benchè metaforica, è in tal senso più che esplicativa – di questa antologia, che ripercorre la carriera della band recuperando quattro brani ciascuno da Acidi e basi (1995), Metallo non metallo (1997) e Zero (1999). Una retrospettiva, comunque, che mette a fuoco soprattutto i Bluvertigo più accattivanti, denunciando la sua natura di greatest hits con una scaletta ricchissima di episodi usciti come singolo/video: dalla Iodio che al gruppo lombardo fece da biglietto da visita a Fuori dal tempo e Altre forme di vita fino ai più freschi Sovrappensiero e Sono = sono, questi ultimi da collocare ai massimi vertici qualitativi della produzione “commerciale” di Morgan e compagni.
È ovvio che non sarà questa raccolta a far ricredere i detrattori sulla reale consistenza creativa e concettuale dell’ensemble, ma è anche vero che i suoi pezzi, ascoltati in sequenza cronologica, indicano chiaramente un percorso evolutivo. Chi fosse interessato a conoscerlo/ripercorrerlo, sappia che troverà in Pop Tools un efficace strumento per orientarvisi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.435 del 27 marzo 2001

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