Morgan (2003-2005)

Sono passati quindici anni (e qualche mese) da quando Marco “Morgan” Castoldi debuttò da solista, e tredici (e sempre qualche mese) da quando pubblicò il suo secondo album; in mezzo, una colonna sonora. Scrissi di entrambi in tempo reale e con piacere, perché al di là della mia non facile relazione con i Bluvertigo (qui un’intervista illuminante, del 1998) ho sempre considerato il musicista milanese un artista globalmente interessante. Ripropongo adesso le mie recensioni dei dischi di cui sopra: alla prima, piuttosto lunga, diedi un titolo scherzoso come “Me, Myself And I”, mentre per l’altra fui più conciso e dunque il titolo non serviva. Con il tempo ho imparato ad apprezzare un po’ di più Canzoni dell’appartamento, mentre l’operazione di Non al denaro, non all’amore né al cielo continua a sembrarmi pretestuosa.

Canzoni dell’appartamento
(Columbia)
È con tutta probabilità destinata a suscitare reazioni di segni anche diametralmente opposti, questa prima uscita di Marco “Morgan” Castoldi al di fuori dell’ombrello Bluvertigo. Succede (quasi) sempre, con i dischi che con coraggio provano a battere strade diverse dal consueto e che per di più sono firmati da artisti controversi, di quelli che si amano o si detestano ma che eludono ogni eventuale tentativo di ignorarli: si può anche provare a far finta che non esistano, ma ecco che ce li si ritrova in TV, in libreria, nelle note dell’ultimo CD di chissà chi e persino nelle cronache rosa, con le loro facce da schiaffi, il loro egocentrismo e la loro ostentata impertinenza.
Se temerarietà, sfacciataggine, gusto ludico e curiosità a 360° sono però sostenuti da estro e talento, può anche venir fuori qualcosa come questo Canzoni dell’appartamento: un album dall’indole intimistica – seppure di un intimismo in stretto rapporto con i suoni e gli umori di una vita che rimane comunque metropolitana – che vorrebbe essere il personale omaggio di Marco/Morgan alle proprie più antiche rimembranze sonore, curiosamente – il Nostro è nato nel 1972 – legate a un immaginario dai decisi sapori Sixties. Poteva essere una raccolta di cover, e invece le riletture sono solo due: la delicata ma a suo modo enfatica Non arrossire, “rubata” al primissimo repertorio di Giorgio Gaber, e il brioso adattamento di If dei Pink Floyd (divenuta Se). Il resto sono frammenti sparsi ma coerenti di creatività libera e liberata, curiosità vintage, fantasie rétro, deliri psicotici, quadretti surreali, trame acustiche e orchestrazioni scomposte e ricomposte digitalmente, scampoli di modernariato pop, rock e dance, citazioni cinematografico-televisive e testi in bilico tra stravaganze a-go-go e malinconici riferimenti alla travagliata storia d’amore con Asia Argento, il tutto tenuto assieme da un gusto nient’affatto kitsch a dispetto dell’abbondanza di elementi – la “leggerezza” regna sovrana – e da una voce che nonostante i toni piuttosto abulici non difetta di un suo bizzarro carisma. Non un gran casino, come potrebbe far pensare questa (sommaria) descrizione, bensì il ritratto stralunatamente lucido di un musicista ispirato, ingegnoso e abile nel riciclaggio di qualsiasi cosa attiri la sua attenzione; e un disco, quindi, originale e prodigo di stimoli, dove sprazzi di genio si alternano a cali di tensione e momenti di egocentrismo che però, a onor del vero, non risultano mai irritanti come certe vecchie “provocazioni” fanfarone della band-madre.
Al di là di ogni giudizio personale (quello del sottoscritto, lo dico per non passare da democristiano, è di moderato e un po’ freddo gradimento), un album di peso e con una sua ragion d’essere. Alcuni lo adoreranno e altri lo odieranno, ma nessuno dovrebbe commettare l’errore di giudicarlo a priori.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.532 del 6 maggio 2003

Non al denaro, non all’amore
né al cielo
(Columbia)
Progetto atipico e per più di un verso temerario, quello appena attuato da Marco “Morgan” Castoldi, come del resto – seppure per altre ragioni – gli altri da lui organizzati al di fuori dei Bluvertigo: la rilettura integrale di uno degli album più riusciti e significativi di Fabrizio De André, quel Non al denaro, non all’amore né al cielo che nel 1971 propose le versioni splendidamente adattate e musicate di nove poesie – concepite come epitaffi funebri dei protagonisti – tratte dalla celebre Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.
I risultati? Al di là del fatto che la voce, benché suggestiva, non vanta il fascino dell’originale, è difficile non essere stupiti dal generale calligrafismo degli arrangiamenti e delle interpretazioni, espresso pure – ma con maggior ironia – nella copertina. Certo, gli strumenti non sono proprio gli stessi e anche nel canto non mancano sfumature diverse, ma al di là dell’intensità dei brani, della bontà degli equilibri estetici (con quel modello, d’altronde…) e del genuino trasporto di Morgan, è lecito interrogarsi sul senso artistico/concettuale di un’operazione filologica – con un disco, per di più, tutt’altro che dimenticato – necessaria solo per chi l’ha pur abilmente realizzata.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.610 del maggio 2005

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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Morgan (2003-2005)

  1. Psul

    Cretino

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