Julie’s Haircut (1998-2004)

Sul finire degli anni ’90 mi innamorai di una band italiana esordiente/emergente, composta da ragazzi pieni di entusiasmo che probabilmente mai avrebbero previsto per la loro creatura una vita così lunga. Sì, perché i Julie’s Haircut sono ancora in circolazione, benché con un organico e soprattutto un sound diverso da quello – peraltro in costante evoluzione – dei primi anni di attività. In occasione dell’uscita, avvenuta il 9 settembre, di Karlsruhe/Fountain, 12”EP in vinile tirato in trecento copie e disponibile solo presso il sito del gruppo, ho pensato di recuperare quanto scrissi sull’ensemble tra il 1999 e il 2004: le recensioni dei primi tre album, di due 45 giri, di altrettanti EP e di un concerto. Qui sul blog avevo già recuperato un’intervista del 1999, mentre nel 2013, in uno dei miei primi pezzi su fanpage.it, mi ero concentrato sul sesto album Ashram Equinox; in uno degli ultimi, invece, ho analizzato a grandi linee tutta la carriera fino all’ultimo album (il settimo) Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin. Il fatto che dei Julie’s non mi occupi più assiduamente come un tempo non significa che mi siano caduti dal cuore; è solo che spesso le cose succedono e basta, senza un autentico perché.

I’m In Love With Someone
Older Than Me
(Gamma Pop)
Non conosco personalmente i Julie’s Haircut, quartetto originario di Sassuolo appena approdato all’esordio discografico con il 7 pollici I’m In Love With Someone Older Than Me, ma mi sono fatto l’idea che siano ragazzi simpatici; l’intervista di quattro pagine addietro la dice già lunga, ma ad eliminare ogni residuo dubbio provvede la scritta apposta sul retro-copertina di questo dischetto (“Fuck digital! Do it on vinyl!”, cioé “Affanculo il digitale! Fatelo su vinile!”) e il breve frammento conclusivo di assoluto caos denominato “G.G. Allin Was Innocent” (per capire il quale è necessario sapere chi è G.G. Allin: una cosa che, mi rincresce, non è possibile spiegare in questa sede). Facezie a parte, il gruppo emiliano dimostra notevoli capacità musicali sia in I’m In Love With Someone Older Than Me, sia in Perfect Country Disaster, due canzoni pop-noise tra il ruvido e il melodico che oscillano tra Pavement e Sonic Youth evidenziando una buona dose di fantasia ed una salutare, obliqua imprevedibilità; c’è vita, genuinità e ispirazione, nei Julie’s Haircut, e sarebbe errato sottovalutarli solo a causa dell’evidenza dei riferimenti: per tagliare la testa al toro serve solo un bell’album, ovviamente a 33 giri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.337 del 2 febbraio 1999

Fever In The Funk House
(Gamma Pop)
È davvero facile, soprattutto se si è naturalmente in sintonia con gli umori più istintivi di quella strana cosa – sempre uguale e sempre diversa – denominata rock’n’roll, innamorarsi dei Julie’s Haircut. Soprattutto ora che, dopo un discreto quantitivo di pur saporitissimi ma troppo sbrigativi assaggi, il quartetto emiliano ha finalmente deciso di presentarsi nello splendore di un album che rappresenta – sono parole del gruppo “il coronamento di cinque anni di impegno nella decostruzione della musica pop, un atto d’amore per il suono che accompagna la nostra esistenza”.
Fever In The Funk House, allora: un titolo fuorviante solo per chi pensa al funk in termini di stile invece che di approccio, e tredici brani sinceri e incisivi che amalgamano, in una formula riconoscibilissima a dispetto di un eclettismo compositivo in apparenza anche troppo pronunciato, classico indie-pop di scuola americana e lo-fi, energia garage e sofferenza blues, visionarietà psichedelica e irriverenza punk, melodie e rumore, ispirazione genuina e gusto per la citazione anche sfacciata (un esempio per tutti: Chip & Fish Brain, i Sonic Youth con Laura Storchi nel ruolo di Kim Gordon), il tutto agitato nello shaker di una straordinaria autoironia e immortalato con una (efficacissima) registrazione in presa diretta. Nessuna major italiana ingaggerebbe mai i Julie’s Haircut (troppo “rock”, troppo a 360°, e poi cantano in inglese…), ma non ci stupiremmo se suscitassero l’interesse di una Matador, una Domino o una Touch & Go. Cosa che, sia chiaro, auspichiamo caldamente: li amiamo, questo è vero, ma essendo il nostro un sentimento senza gelosia non ci seccherebbe doverli dividere con il mondo intero.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.363 del 7 settembre 1999

L’intervista del 1999.

Everyone Needs
Someone To Fuck
(Gamma Pop)
Sotto l’egida della solita Gamma Pop, i favolosi Julie’s Haircut hanno pubblicato un delizioso 7 pollici in vinile blu contenente uno degli inni del loro ottimo CD Fever In The Funk House (il titolo è “politicamente scorretto”, ma non importa: Everyone Needs Someone To Fuck rimane un luminoso esempio di pop ruvido e rumoroso) e due tracce altrimenti inedite: Mario Meets Thurston, sempre a metà strada tra Sixties pop, psichedelia e assortite asprezze a seguire una ricetta di vago sapore Rolling Stones, e Roz, breve e ben più aggressivo esercizio “punk” screziato di aperture visionarie sul quale aleggia lo spirito malsano dei Sonic Youth. I soliti, splendidi Julie’s Haircut, insomma, e un dischetto pressochè imperdibile: meglio affrettare i tempi, visto che la tiratura è limitata a 500 copie.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.382 del 1° febbraio 2000

I Wanna Be A Pop Rock Star!
(Superlove)
Nell’orbita della Gamma Pop, ma con il marchio autogestito Superlove ruota il recentissimo mini-CD dei favolosi – sì, favolosi: e chi la pensa diversamente, ci dispiace per lui, deve ancora capire cosa significhi rock’n’roll – Julie’s Haircut: quasi venti minuti di durata per sei outtake dell’album Fever In The Funk House, tre delle quali erano già apparse in versione primordiale nel demo Sexpower del 1996, che hanno come filo conduttore la vena squisitamente “pop” che le pervade. A intitolare il disco c’è la travolgente I Wanna Be A Pop Rock Star!, da sempre nel repertorio dal vivo della band di Sassuolo, costruita su chitarroni saturi e stilisticamente molto vicina ai Jesus And Mary Chain più energici; un degno incipit per una scaletta che mette in linea la simile (I Was A) Teenage Meteor, una Anorexic Fool sospesa tra roots e Sixties, la cruda e rumorosa Killer In The Sun, l’eterea e psichedelica Porno Poppycock (ancora Jesus & Mary Chain, ma quelli più soffici; o, se, preferite, i Velvet Underground) e lo sgangherato lo-fi di People At Sony. A insaporire la ricetta, liriche di sapore adolescenziale a tratti intrise di brillante ironia – memorabili quelle della title track, in rime baciate, che hanno come zenit le frasi “I wanna dance, I wanna sing / I want to fuck with everything” e “I want a band like Guns n’Roses / Bigger balls, smaller noses” – a rimarcare che i Julie’s Haircut sono innanzitutto un ensemble che vuole divertirsi e divertire: più che mai con questo mini, che si candida al ruolo di ideale oggetto di culto per una torrida, sfrenata ed entusiasmante estate rock. Buy or die, naturalmente.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.396 del 9 maggio 2000

Julie’s Haircut + One Dimensional Man
(Brancaleone, Roma, 15/5/2000)
Eravamo circa un centinaio, nella cupa ma suggestiva cornice della sala dei concerti del Brancaleone, per assistere all’esibizione di due tra i più quotati gruppi rock nostrani dell’area filo-indie americana: forse pochini, considerando il prezzo popolare (10.000 lire) e come entrambe le band godano dell’incondizionato appoggio della stampa e di chiunque abbia avuto modo di ascoltarli, ma sempre abbastanza se si mettono in conto la data abbastanza sfigata (era un mercoledì) e soprattutto la concomitanza con la finale di Coppa UEFA. Pur avendo dato l’impressione di non essere al top delle loro possibilità, i Julie’s Haircut sono stati davvero molto convincenti: ruvido, dinamico e incisivo, ma anche sottilmente isterico e perverso, lo sferragliante pop’n’roll dei quattro di Sassuolo ha davvero ben pochi eguali – almeno in Italia – in quanto a fantasia e genuino feeling rock’n’roll. Unici rimpianti, il suono un po’ confuso e la scaletta troppo corta: ma quarantacinque minuti di Julie’s Haircut, si sa, valgono quanto due/tre ore di un qualsiasi altro ensemble. Più quadrati e pesanti, ma anche meno imprevedibili, sono invece stati i veneziani One Dimensional Man, peraltro efficacissimi interpreti di un noise-punk vigoroso, ossessivo e (ovviamente) distorto; un set, il loro, lodevole da ogni punto di vista, che non ha però saputo offrire il “quid” in più che dovrebbe arricchire un concerto rispetto ai dischi. La professionalità e il rigore degli One Dimensional Man come possibile contraltare all’estro ruspante dei Julie’s Haircut? Diciamo di sì. Comunque, una gran bella serata, alla faccia di chi ha preferito Arsenal-Galatasaray.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.400 del 6 giugno 2000

Stars Never Looked So Bright
(Gamma Pop)
Dopo tutte le menate sui “nostri beniamini Julie’s Haircut” e le tante altre parole spese per presentarveli come una delle realtà più brillanti salite alla ribalta rock nazionale negli ultimi dieci anni, avevo un po’ paura di questo Stars Never Looked So Bright, secondo album della band emiliana che segue di un anno e mezzo l’apprezzatissimo Fever In The Funk House: non per sfiducia verso i quattro ragazzacci – divenuti nel frattempo cinque, visto che all’organico si è aggiunto in pianta stabile, alle tastiere e strumenti vari, il Reverendo Fabio Vecchi – ma solo perchè l’abitudine alle delusioni induce a tenere i piedi ben piantati in terra. I Julie’s, invece, sono per fortuna sempre i Julie’s, nonostante in buona parte della scaletta abbiano smesso i panni degli oltranzisti punk’n’roll per indossare quelli degli entertainer pop, sia pure un pop abbastanza spigoloso e comunque lontanissimo dall’idea di sputtanamento di solito accostata al termine. Non si è trattato, però, di una metamorfosi: in questa occasione, più che cambiare, il gruppo ha infatti accantonato la sua indole più cruda e rabbiosa – che continua peraltro ad emergere in episodi come Hot Pants, Sumopower, Geza X e Sufi Kiss – per assecondare quella propensione alla ballata rock che nel primo CD era emersa solo in una manciata di brani (Love Is Made For Two, My House Is On Fire, Strange Strange Girl, Virtual Valerie); e che adesso, complici le tastiere del Reverendo e l’impeccabile produzione “tra Velvet Underground e indie-pop filo-statunitense” curata dal solito Andrea “wizard” Rovacchi, risulta esaltata in una serie di canzoni bellissime, che come costume dei Julie’s sposano immediatezza melodica, (relativa) semplicità di architetture, intriganti intuizioni creative e gustose citazioni.
Dall’iniziale Pass The Ashtray, malinconica e nel contempo ironica tanto nelle musiche quanto nel testo, alla conclusiva, liricissima When Did It Start Going Wrong?, la seconda fatica dei Julie’s Haircut è insomma uno splendido viaggio nelle radici di un rock libero dal giogo della forma prestabilita – c’è un universo intero, per capirci, tra la stridente abrasività di Geza X e il blues visionario di Love Session #1 – che brucia di ispirazione, passione e intelligenza. Dichiarano al proposito gli stessi Julie’s: “La tradizione è rivoluzionaria. Fatto sta che il tentativo di sfuggire a un’omomogazione fatta di suoni costruiti in qualche fabbrica di una multinazionale, a uso e consumo di milioni e milioni di manipolatori che “genialmente” li montano così come sono uno sull’altro, ci sembra debba passare per forza di cose da strumenti imperfetti, da oggetti che sporcano le mani, che ti fanno sudare mentre li usi e con i quali, perdio!, ti puoi anche fare male. (…) Se ci accorgevamo che qua e là le chitarre elettriche non ci stupivano più, prendevamo in mano le acustiche, per avere a che fare con corde e manici più duri, per vedere se esistono modi diversi di creare un muro di suono. Se ci rendevamo conto che la velocità rischiava di tramutarsi in monotonia, ci costringevamo a rallentare i tempi, per addentrarci in territori poco sicuri. Regola numero uno: di tutto piuttosto che annoiarsi.” In attesa di futuri approfondimenti, aggiungo solo di avere difficoltà a ricordare altre band italiane così perfette nell’incarnare il significato totale del rock’n’roll. Padroni di dissentire ma anche a me, come ai Julie’s Haircut, le stelle non sono mai sembrate così luminose.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.438 del 17 aprile 2001

Adult Situations
(Homesleep)
Da alcuni anni, e più esattamente dall’epoca della loro apparizione sulle scene, siamo piacevolmente abituati a considerare i Julie’s Haircut come una delle più luminose realtà del rock indipendente italiano più genuino: quello, cioè, che non insegue contratti major e non aspira a consensi di massa da acquisire grazie a paraculate artistiche e/o di marketing, ma si accontenta di portare avanti discorsi espressivi basati sulla libertà di assecondare le proprie attitudini senza curarsi di rispettare un cliché. Di tale approccio, che ovviamente ci piacerebbe vedere assai più diffuso tra i nostri giovani (e meno giovani…) “talenti”, è fedele specchio il nuovo Adult Situations, primo album della band di Sassuolo ad aver visto la luce per la Homesleep e terzo – a seguire Fever In The Funk House e Stars Never Looked So Bright – in una discografia impinguata da vari singoli, EP e produzioni parallele; un album più complesso e articolato dei precedenti, ma altrettanto ricco di freschezza, che con serietà, ironia ed encomiabile senso della misura si diletta a mischiare le carte dell’ispirazione dando vita a brani pop/rock – nell’accezione più nobile del termine – briosi e sempre accattivanti ma mai sciocchi.
Sebbene di primo acchito potrebbe sembrare un po’ dispersivo nel suo oscillare tra stili e atmosfere diverse, Adult Situations è in realtà un lavoro profondamente omogeneo; eclettico, questo sì, ma coerente nella definizione di un mondo creativo dove punk’n’roll, noise, psichedelia, pop deviato, blues e persino qualche accenno pseudo-prog (!) convivono senza dare l’impressione del pateracchio, e dove le liriche in inglese affidate a più voci – raccontano storie di straordinaria ordinarietà che sanno essere visionarie e concrete, evocative e crude, tristi e curiose, belle e brutte, colorate e in bianco/nero. Un mondo del quale fanno parte anche la copertina, impressionante per semplicità e comunicatività, e i titoli, spesso in grado di catalizzare subito l’attenzione: valgano come esempi The Power Of Psychic Revenge, Man In Slow Motion, The Last Living Boy In Zombietown o (Your Life’s Highlights For The) Academy Awards, che in poche parole racchiudono un immaginario fantasioso ma non per questo avulso dalla quotidianità.
Non è comunque un concept, Adult Situations, così come i Julie’s Haircut non sono un gruppo concettual-intellettuale: il sestetto emiliano, nel quale il produttore/jolly Andrea Rovacchi è ormai considerato un membro effettivo, è invece un’attivissima fucina di canzoni melodico-urticanti che alla pur duttile irruenza degli esordi preferiscono privilegiare le atmosfere e le sfumature, magari per il desiderio di sfruttare al meglio un apparato strumentale notevolmente ampliatosi rispetto all’originario triangolo chitarra-basso-batteria (ci sono infatti tastiere assortite, qualche trattamento elettronico e, in tre episodi, persino un quartetto d’archi). Il risultato è un CD di spessore costante, dove il maggior apprezzamento di certi brani dipende solo dal gusto personale o, perché no?, dal momento: c’è in ogni caso moltissimo di che godere, in questi quarantasette minuti di intuizioni, suggestioni e citazioni, dalla malinconica In The Air Tonight che apre la scaletta alla “pavementiana” The Last Living Boy In Zombietown, dalla convulsa Electric 80 che omaggia implicitamente i Sonic Youth alla The Big Addiction sospesa tra Neil Young e Pink Floyd, fino all’esuberante The Power Of Psychic Revenge il cui CD-singolo (acquistabile separatamente) vanta un corredo di ben quattro bonus track altrove inedite. Poche chiacchiere: i Julie’s rimangono sempre i nostri beniamini, anche se alla loro sfrontatezza giovanile è ormai subentrata una consapevole maturità.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.551 del 21 ottobre 2003

Marmalade
(Homesleep)
In tema di band anglofone è doveroso segnalare Marmalade, il ricco EP – dura 42 minuti – con il quale i Julie’s Haircut ritornano sul mercato circa sei mesi dopo Adult Situations. Da quel terzo album è attinta la title track, alla quale con un pizzico di fantasia si potrebbe applicare l’etichetta “lounge sonicyouthiana”, mentre il resto del repertorio è composto da un breve strumentale abbastanza ripetitivo (più un abbozzo che un brano propriamente detto) e da otto remix di pezzi di Adult Situations affidati ad altrettanti “manipolatori” (Giardini di Mirò e Amari i più noti, almeno in ambito rock). Probabile che qualche fan del combo di Sassuolo non apprezzi questi stravolgimenti in chiave hip hop/techno/elecro/ambient e quant’altro, e avanzi teorie tipo “tre o quattro cover D.O.C. sarebbero state meglio”, ma un minimo di apertura mentale in più (o un minimo di pregiudizi in meno) basterà a mettere in luce gli aspetti positivi dell’operazione e il valore – non costante, ma in parecchi casi tutt’altro che scarso – degli esiti creativi raggiunti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.574 del 13 aprile 2004

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