Cat Power (2006)

Chan Marshall sta per tornare con un nuovo album, Wanderer, del quale l’ottimo singolo Woman (con ospite Lana Del Rey) costituisce un’illuminante anticipazione. Di lei ho scritto pochino e nell’unico precedente recupero qui sul blog l’avevo pure un po’ maltrattata; rimedio allora con questa recensione del 2006 relativa a uno dei suoi lavori senz’altro più validi.

The Greatest
(Matador)
Se l’idea di Chan Marshall/Cat Power che si ha bene impressa in mente, per esperienza diretta o per sentito dire, è quella di una ragazzetta indolente, indisponente e spesso alterata dall’alcol che abbandona il palco dopo pochi brani, o magari della tipa un po’ fuori di testa che suona in un bosco nell’allucinante e noiosissimo DVD Speaking For Trees, ascoltando per la prima volta The Greatest sarà scontato pensare subito a una curiosa omonimia. E questo perché sì, insomma, nella sua ormai più che decennale carriera l’artista americana ne ha combinate parecchie, ma nulla di paragonabile a The Greatest. Un sintomo di maturità e/o di rinsavimento? Una deviazione finalmente (?) dritta e all’insegna del rigore in un percorso che fino a oggi è stato, al contrario, quanto più possibile tortuoso e umorale? Un modo inequivocabile per dichiarare che lei è una musicista di qualità autentica e non solo una furbetta di talento abile nel far parlare di sé negli ambienti indie soprattutto con la sua scarsa diplomazia, la sua eccentricità e la sua avvenenza? Uno scherzo, per poi tornare tra qualche mese a sconvolgere con, esempi a caso, un disco di gamelan, uno di cover di fado o uno di antichi canti sumeri? Chissà. Aspettiamo, e forse (forse, ribadiamolo) lo sapremo.
Per adesso abbiamo “solo” The Greatest, l’album che non ci si sarebbe mai aspettati da quella sciroccata di Cat Power. Un album classico, anzi classicissimo, registrato ai mitici Ardent Studios di Memphis, Tennessee (quelli utilizzati anche dalla Stax) con l’aiuto del chitarrista Mabon “Teenie” Hodges – stretto collaboratore di Al Green – e di altri tre veterani della scena cittadina, più vari ospiti. Un album costituito da dodici brani, più breve ghost track, sviluppati su un magico equilibrio di leggerezza e profondità, nel quale aggraziati intrecci di chitarra e pianoforte, preziosi ceselli di vari strumenti legati alle radici (pedal steel, archi, fiati) e una sezione ritmica in punta di dita fanno da sfondo – e che sfondo! Tinte tenui ma quantomai policrome – a trame canore di estremo fascino, soffici e suadenti (e se vogliamo pure troppo “fra le righe”), che sanno lasciare il segno con le loro carezze e la loro eleganza… senza che le raffinatezze e il “mestiere” riescano a sottrarre alle performance quell’intensità che è inevitabile riconoscere come figlia di passioni ed emozioni sincere.
Giocato sull’asse country-blues-soul-pop, The Greatest non è comunque “gioioso”: nel cuore, e nelle liriche, è anzi malinconico e (a tratti) sofferto come i predecessori, ma l’aria che si respira nei suoi solchi – le suggestioni dell’ascolto ci portano a “vederlo” in vinile – ha il gusto di un esorcismo contro ogni negatività, se non addirittura della pacificazione. E anche se Chan non è (ancora?) giunta a cantare le lodi del Signore, e la sua voce continua a mostrarsi fragile e a dipingere inquietudini agrodolci, non possono esserci dubbi sul fatto che la full immersion nelle atmosfere senza tempo di Memphis – in questo caso luogo dell’anima oltre che musicale – l’abbia placata e purificata, e persino resa più seducente: ad ammirarla, sobria (ehm…) ma sempre pazzerella, nella Living Proof proposta al “Late Show” di David Letterman, si corre il serio rischio di innamorarsene perdutamente. Certo, è facile che gli estimatori dell’altra Cat Power rimangano un po’ disorientati: quando si vive il mondo in termini di contrapposizione tra “indie” e “non indie”, o peggio ancora tra “alternativo” e “convenzionale”, una sterzata come quella di The Greatest può fare impazzire la propria bussola personale, confondere le carte, intorbidare le acque, stranire. Pratiche, queste, nelle quali Chan rimane evidentemente maestra, anche oggi che ha voluto ribaltare la prospettiva mostrandoci – la scoperta dell’acqua calda, ok – che per una come lei un disco fortemente legato alla tradizione è ben più “sovversivo” dell’ennesimo esercizio di folk-pop stralunato. Piace peraltro credere, a noi cultori della purezza, che la svolta sia frutto di un processo spontaneo e non di calcoli di opportunità, di una sorta di folgorazione sulla via di Damasco (sebbene, va ricordato, tutti gli elementi di queste canzoni fossero già parte integrante della poetica e dello stile di Cat Power) e non di una trovata per sorprendere ancora una volta… ma sarà di sicuro come ci auguriamo: lo dicono l’istinto e il cuore, nonché l’evidente pregnanza emotiva di brani che in nessun caso potrebbero esser stati generati da machiavellici studi a tavolino.
Si esce diversi, dall’assidua frequentazione di The Greatest, quasi si fosse stati colpiti da un incantesimo… ma di una fata, e non di una strega. Al punto che, in fondo, l’unica perplessità – questione di lana caprina, comunque – riguarda la scelta, per un album così bello, di una copertina quasi “da rapper” tanto fuorviante e pacchiana.
Tratto da Mucchio Extra n.22 dell’estate 2006

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