Patti Smith (1988)

Mi capita abbastanza spesso di leggere commenti cattivi o comunque di derisione a proposito di Patti Smith e, non lo nego, vi verrei a cercare uno per uno per prendervi a calci nel culo. Si può discutere finché si vuole sulla qualità di certi suoi dischi, e persino su alcuni suoi atteggiamenti, ma alla Patti si deve almeno profondo rispetto, non perché sia “intoccabile” ma perché lo merita, e se non ne capite da soli le ragioni peggio per voi. Ciò detto, recupero questo breve pezzo pubblicato nel giugno di trent’anni fa, quando Patti Smith tornò in circolazione dopo quasi nove anni di volontario ritiro dalle scene; non era una recensione vera e propria, perché al tempo della stesura dell’articolo il nuovo disco non era ancora interamente disponibile, bensì una raccolta di “anticipazioni e commenti a caldo” che si affiancava a un articolo di Riccardo Bertoncelli sulla carriera storica dell’artista. L’atipica scelta editoriale la dice lunga, credo, su quanto il ritorno fosse percepito come importante. A seguire, la mia recensione standard di qualche mese dopo, che con il senno di poi definirei un po’ troppo benevola.
Se ne vociferava da così tanto tempo, peraltro senza che trapelassero informazioni attendibili al riguardo, che il nuovo album della Sacerdotessa Smith a ben nove anni da Wave sembrava essere una specie di Araba Fenice (“che vi sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa”). Ed è proprio la consapevolezza dell’eccezionalità dell’evento che mi ha indotto a vincere la mia ben nota avversione per le anteprime (reali e fittizie) e a divulgare a mezzo stampa in contemporanea alla sua diffusione sul mercato qualcosa di concreto su quest’opera che da circa due anni tiene in ansia gli appassionati di tutto il mondo. Se il diavolo non ci ha messo nel frattempo la coda, molti di voi dovrebbero avere già ascoltato People Have The Power/Wild Leaves, il 45 giri programmato per il 6 giugno. A beneficio degli altri, sarà utile ricordare che il lato A, se vogliamo commerciale ma certo non privo di classe e attrattive, è una ballata “anthemica” di buona fattura, che racchiude in sé gran parte dei motivi stilistico/musicali che caratterizzano il disco da cui è tratta: il ricorso a una produzrone di studio levigata ma non ridondante (Fred Smith e Jimmy Iovine, quest’ultimo già in console per Easter), l’impostazione tipicamente americana del rock della band (che comunque, si rassicurino gli apprensivi, non sconfina mai nel “mainstream” più scontato e insipido), l’attutimento delle trame canore più aspre e lancinanti a favore di soluzioni più calde e modulate, 1’assunzione da parte dei coniugi Smith degli oneri compositivi. Criticato da alcune frange di nostalgici per la sua presunta leggerezza, il brano rivela invece ascolto dopo ascolto un notevole carisma e la ferma volontà di Patti Smith di non limitarsi al riciclaggio di vecchi e gloriosi cliché, ma di adeguarsi al presente senza per questo snaturare il suo temperamento di artista e rocker. Più che con People Have The Power, il singolo conquista però con la Wild Leaves destinata a rimanere inedita a livello di LP, una nenia lentissima e avvolgente, costruita su un soffice tappeto di tastiere e un supporto ritmico pressoché inesistente sui quali si innestano armonie vocali intense e ipnotiche: giustificati i paragoni, per quanto riguarda l’atmosfera generale del pezzo, con alcune gemme incise da Nico a cavallo fra Sixties e Seventies. E dalla copertina, raffigurante una Smith più distesa e meno maudit del solito, si apprendono anche i nomi dei musicisti accompagnatori: Richard Sohl (tastiere) e Jay Dee Daugherty (batteria), già membri della formazione originaria degli anni ’70, Fred Smith (chitarra), ex MC5 e Sonics Rendezvous Band nonché felice consorte della Divina, Gary Rasmussen (basso), ex Up e Sonics Rendezvous Band. Una line-up eccezionale che dal vivo dovrebbe fare davvero scintille.
Siamo così giunti a Dream Of Life, la cui pubblicazione è stata annunciata per il 20 giugno. Il nastro pre-release sul quale ho potuto mettere le mani (e le orecchie) comprendeva solo quattro delle otto tracce dell’album e quindi si rimanda a una recensione convenzionale un commento più esteso e ponderato. Già da questi episodi si immagina che il quinto 33 giri di Patti Smith farà parlare di sé in termini positivi, smentendo decisamente disfattisti e uccelli del malaugurio secondo i quali la sospirata rentrée della poetessa americana sarebbe solo una manovra speculativa e non la logica conseguenza di una ritrovata necessità di esprimersi e confrontarsi. Non essendoci nulla da aggiungere su People Have The Power, qui in versione leggermente diversa rispetto al singolo, si dirà che Paths That Cross è una ballad dalle strutture non molto complesse, profonda e suggestiva nelle sue melodie avvolgenti e nei suoi intrecci di vago sapore “pop”; che Up There Down There, basata su un riff di notevole impatto, richiama alla mente con l’ovvia variante degli arrangiamenti più raffinati lo stile di Easter, sorprendendo con un azzeccatissimo intermezzo “soft”; che Looking For You (I Was), piuttosto accesa sotto il profilo ritmico, presenta un buon amalgama di spunti vellutati e costruzioni incalzanti ed è valorizzata da una strepitosa performance canora. Per saperne di più sulle altre quattro canzoni (Going Under, Dream Of Life, Where Duty Calls e The Jackson Song) bisognerà attendere il vinile. Patti Smith è dunque viva e vegeta, meno abrasiva che in passato, magari addolcita dal matrimonio e dalla maternità ma sempre capace di rapire i cuori e sconvolgere i sensi; seppur cambiata, non sembra aver smarrito la verve che la innalzò al ruolo di portavoce di una generazione, rimanendo figura autorevole oltre che attuale. Forse (ma è troppo presto per azzardare previsioni, con mezzo disco ancora da scoprire), Dream Of Life non sarà rivoluzionario come Horses, brutale come Radio Ethiopia, travolgente come Easter e lirico come Wave, ma ci sono ottime ragioni per ritenere che anch’esso, come gli illustri predecessori, sarà amato con sentimento tenace. Comunque andrà a finire… bentornata, Patti. Eravamo in molti a sentire la tua mancanza.
Tratto da Rockerilla n.94 del giugno 1988

Dream Of Life
(Arista)
Ritiratasi dalle scene alla fine dello scorso decennio, subito dopo che il suo quarto album Wave l’aveva consacrata nel ruolo di star, Patti Smith sembrava ormai destinata a vivere artisticamente solo nella consultazione degli antichi testi (dischi) e nel ricordo di quanti a1l’epoca erano stati conquistati dal suo canto graffiante, dal fascino della sua poesia “maledetta”, dal feeling del suo r’n’r e dal carisma della sua personalità. E invece, con un matrimonio, due figli e otto anni di esilio alle spalle, Patti Smith si è accorta di avere ancora qualcosa da comunicare al mondo; ha così contattato un paio di vecchi compagni d’avventura, ha rifondato il suo gruppo con la preziosa collaborazione dell’inseparabile consorte (Fred “Sonic” Smith, ex chitarrista dei mitici MC5) e ha confezionato questo emblematico (e splendido) Dream Of Life.
Meno spigoloso al confronto con i vecchi lavori, anche a causa di una produzione raffinata ma non stucchevole, Dream Of Life declama in otto eccellenti episodi il Verbo di un’artista al passo coi tempi, che non ha smarrito la sua prorompente verve e che continua a trovare nella canzone il modo migliore per esprimere la sua giois, la sua rabbia, le sue certezze e insicurezze. E anche se il mistico fervore che un tempo la guidava sembra essere stato un po’ mitigato dalla maturità, Patti Smith rimane sempre un personaggio unico e un talento inimitabile. Going Under, la title track e The Jackson Song scuoteranno brutalmente gli animi, facendo dimenticare il “pop” piacevole ed efficace, ma tutto sommato prevedibile e retorico, del singolo People Have The Power.
Tratto da AudioReview n.76 dell’ottobre 1988

Annunci
Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

Navigazione articolo

2 pensieri su “Patti Smith (1988)

  1. backstreet70

    Però commerciale e ruffiana quanto si vuole “People have the power” è diventata un inno.
    Personalmente quando la sento mi provoca giuste vibrazioni.
    Ma io sono un bovaro.

    • È una canzone azzeccata, che muove le corde giuste, confezionata con quel minimo di malizia che serve per diventare, appunto, “inno”. È la “Born In The USA” della Patti, in qualche modo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: