Mark Lanegan (1998-2001)

Pur avendo scritto un sacco di volte degli Screaming Trees, ho cominciato a recensire il Mark Lanegan solista solo a partire dal terzo album. Mi sono poi abbastanza rifatto, occupandomi di sei degli otto pubblicati a suo nome fino al 2017, nonché del primo dei tre frutto della “strana” collaborazione con Isobel Campbell. Rimandando a qui per Blues Funeral (2012), Imitations (2013) e Phantom Radio (2014), ripropongo ora le mie considerazioni in tempo reale per il formidabile terzetto composto da Scraps At Midnight, I’ll Take Care Of You e Field Songs.

Scraps At Midnight
(Sub Pop)
Come i precedenti The Winding Sheet (1990) e Whiskey For The Holy Ghost (1993), anche il terzo album da solista di Mark Lanegan – voce di quell’autentica forza della natura chiamata Screaming Trees – ha ottenuto solo (pur ampi) consensi di culto. Un fatto più che comprensibile per un disco lontano anni luce da qualsivoglia tendenza alla moda, che viaggia sui binari di un rock sommesso ed evocativo, costruito su schemi elettroacustici sui quali gravano influenze importanti: innanzitutto il blues, da sempre fulcro dell’ispirazione del cantante (e chitarrista) americano, e poi le ballate intimiste e crepuscolari di autentici maestri quali Leonard Cohen, Neil Young, David Crosby e Nick Cave.
Dall’iniziale Hospital Roll Call, quasi un brano alla Pulp Fiction, fino alla Because Of This che chiude torbidamente le danze in una sorta di tribalismo quasi Doorsiano, Scraps At Midnight è un continuo, sofferto distillare emozioni; emozioni forti e profondamente suggestive, a dispetto dell’apparente fragilità delle trame sia strumentali che canore e di atmosfere che sotto il velluto nascondono ruvidezze e spigoli. Nonostante la matrice di partenza sia la medesima, Mark Lanegan è l’altra faccia della medaglia Screaming Trees: hard-rock psichedelico irruente e esplosivo per il gruppo, ballate visionarie e implosive – ma ugualmente torride – per il suo virtuale leader. Comunque da non perdere, qualora si appartenga a quella schiera di eletti per i quali il valore di un disco si continua a misurare in termini di passione, intensità e sentimento.
Tratto da AudioReview n.189 del marzo 1999

I’ll Take Care Of You
(Sub Pop)
Capita, seppure di rado, che un disco costituito interamente di riletture di brani altrui rappresenti il mondo espressivo di chi ne è titolare più di quanto faccia un normale lavoro scritto di suo pugno; per quanto la cosa possa sembrare bizzarra, ciò accade con maggior frequenza a solisti o gruppi in possesso di una loro inconfondibile impronta e di notevoli doti compositive: ad esempio, il Nick Cave di Kicking Against The Pricks o i Walkabouts di Satisfied Mind, a dir poco straordinari nell’interpretare pezzi dalle origini più diverse in modo così sentito e personale da renderli quasi creazioni proprie. In tale quadro si inserisce perfettamente I’ll Take Care Of You, quarta fatica solistica di quel Mark Lanegan noto ai più come cantante, frontman e coautore degli Screaming Trees: uno di quei rocker, lo si dica senza mezzi termini, capaci di far vibrare le corde dell’anima con una musica fortemente ispirata dalla tradizione ma non per questo schiava dei suoi cliché, che molto deve al carisma di una voce splendida – per lo più calda, confidenziale e avvolgente, nonché all’occorrenza intrisa di cupa e malinconica solennità – ma che allo stesso modo riflette nelle suggestive trame strumentali la propria ansia di trasmettere emozioni profonde.
Nelle undici istantanee sonore di I’ll Take Care Of You, virate in tinte livide ma sempre ricche di intriganti policromie, si recita il Credo di un Artista fuori dagli schemi, che coerentemente con la sua natura di cult hero ha scelto di celebrare le proprie radici evitando i nomi altisonanti e pescando nei repertori di personaggi cosiddetti minori; personaggi che oltretutto, al di là dell’area stilistica di appartenenza (R&B, soul, country e persino punk), hanno in linea di massima inciso molto più sui cuori dei (non numerosissimi, va da sé) spiriti affini che non sulle classifiche di vendita. Ecco così sfilare, in ordine di apparizione, Carry Home dei Gun Club, I’ll Take Care Of You di Bobby Bland, Shiloh Town di Tim Hardin, Creeping Coastline Of Lights dei Leaving Trains, Badi-Da di Fred Neil, Consider Me di Eddie Floyd, On Jesus’ Program di O.V. Wright, il tradizionale Little Sadie, Together Again di Buck Owens, Shanty Man’s Life di Dave Van Ronk e Boogie Boogie di Tim Rose, tutte adagiate nella forma della ballata d’atmosfera soffice e abbastanza eterea e tutte apparentemente generate dalla medesima, ispiratissima penna. Sta qui, il miracolo di Mark Lanegan: nell’autorevolezza con cui si impadronisce dell’intima essenza delle canzoni riuscendo a tradurle in “altro”, e nell’abilità con cui imprime su di esse il proprio marchio rispettandone l’originaria indole e preservandone la magica, atemporale armonia, tanto da fare di I’ll Take Care Of You uno dei più magnetici e sublimi affreschi folk-rock – nel senso classico ma non stereotipato del termine – dell’America dei giorni nostri, oltre che una prova lampante di come certe radici, per crescere rigogliose, hanno solo bisogno di una terra fertile nella quale attecchire. E la constatazione che non esistono episodi in grado di spiccare in maniera netta sugli altri – anche se Carry Home e Shanty Man’s Life, per ragioni affettive, hanno forse qualcosa di più – non fa che confermare la validità dei criteri, presumibilmente legati più all’istinto e al cuore che alla ragione, adottati dal leader degli Screaming Trees per la sua non facile scelta di cosa immortalare e cosa lasciare nel cassetto. L’unico neo dell’album, impietosamente sottolineato dalla generale logorrea produttiva, risiede a ben vedere nella scarsa durata, di poco superiore alla mezz’ora. Ma l’Arte, almeno quella vera, non si misura a peso e neppure a minuti.
Tratto da AudioReview n.196 del novembre 1999

Field Songs
(Sub Pop)
Ce ne vorrebbe di più, di gente come Mark Lanegan: gente seria, per la quale la musica è una missione artistica da portare avanti con sobrietà, e gente pura di cuore, che naturalmente asseconda i suoi istinti e la sua ispirazione. La stessa sobrietà e la stessa purezza che, unite a un profondo senso di religiosità (cristiana? pagana? diciamo, rubando le parole ai Social Distortion, da qualche parte tra Paradiso e Inferno), permeano questo Field Songs, che sancisce il ritorno dell’ex leader degli Screaming Trees agli episodi autografi dopo la parentesi solo interpretativa dello splendido I’ll Take Care Of You. Per chi già conosce l’artista americano sarà forse sufficiente dire che i brani di questo suo quinto album risultano nel complesso meno scarni e dilatati di quelli del diretto predecessore, riallacciandosi alle trame appena più “piene” – e comunque poco rock’n’roll, almeno nella comune accezione del termine – di Scraps At Midnight. Quanti Lanagan lo hanno sì e no sentito nominare, invece, potrebbero compiere un piccolo sforzo di fantasia e provare a immaginare una sorta di trait d’union in chiave roots fra Nick Cave e Jeff Buckley (emblematica, in tal senso, Pill Hill Serenade): un cantautore di immenso carisma che sa essere mistico e carnale assieme, nelle cui composizioni avvolgenti ed evocative luce ed ombre vivono in simbiotica armonia e non in contrasto. E forse, oltre che in una voce di straordinaria forza espressiva, l’innegabile specialità di Mark Lanegan sta proprio in questa quasi miracolosa coesione di opposti, esaltata in canzoni elettroacustiche dove la sublime pacatezza delle atmosfere non sottrae all’insieme nemmeno una briciola del suo magnetismo.
Non c’è una sola traccia che abbia il sapore del riempitivo, in Field Songs, dalla dolente One Way Street che apre i solchi fino alla cupa e a suo modo solenne Fix che li chiude: non una nota fuori posto, non una sbavatura di arrangiamento e non una parola buttata lì a caso (ma perchè non pubblicare le trascrizioni dei testi?). Quarantadue minuti di suggestioni intensissime, se non di autentica magia, per un album che non è solo il capolavoro di Mark Lanegan ma anche un capolavoro assoluto: non se ne trova purtroppo molta, e non solo in questi giorni dominati dalla plastica e dal materialismo, di musica così, saldamente legata alla terra e nello stesso tempo protesa verso il cielo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.446 del 12 giugno 2001

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