Dream Syndicate (1978-1989)

Negli anni ’80 i Dream Syndicate erano una delle mie band preferite e infatti ne ho scritto tanto, tantissimo, e non a caso ne ho recensito quasi tutti i dischi in tempo reale (all’appello mancano solo il primo “mini” e il terzo LP). Mi sono poi ovviamente occupato anche dell’album del “ritorno” (la recensione è qui; un’intervista a Steve Wynn è invece uscita nel numero 58 di “Classic Rock”) e ieri non mi sono potuto esimere dal recarmi al Monk per assistere alla loro prima data romana di sempre (la mia seconda: li avevo già visti a Giulianova nel 1987). Dato che la nostalgia è, si sa, canaglia, eccovi allora un’ampia selezione delle mie vecchie elucubrazioni su carta, alcune delle quali davvero pietose a livello di stile. Grande stupore nel leggere che già nel 1982 – nel 1982! – “mi lamentavo” della retromania.

The Days Of Wine And Roses
(Ruby)
La storia della musica è costellata di corsi e ricorsi, di revival, di riscoperte di questo o quel tipo di sound; inventare qualcosa di radicalmente nuovo, oggi, è pressoché impossibile, o, perlomeno, assai difficoltoso; logico, quindi, che molti artisti mirino a riciclare, secondo la propria sensibilità e i propri gusti, formule stilistiche che hanno in qualche modo stimolato la loro creatività. Ciò che conta, in questo lavoro di rielaborazione di dati già noti, è il codice utilizzato, l’angolazione dalla quale la materia musicale è studiata, assimilata e reinterpretata; fondamentale, poi, è anche il background culturale (sempre dal punto di vista sonoro) del compositore e degli esecutori, oltre naturalmente alle loro intrinseche capacità.
In questi anni ‘80 abbiamo finora scoperto molti gruppi in grado di portare avanti un discorso assai valido e interessante direttamente derivato dalla lezione del passato e in particolar modo dei Sixties: Fleshtones, Human Switchboard, X, Alley Cats, Psychedelic Furs, Teardrop Explodes, Agent Orange o Green On Red sono solo alcuni dei numerosissimi nomi che hanno positivamente solleticato il nostro apparato auditivo con le loro proposte moderne ma fortemente ispirate da idee parecchi anni prima. Alla già nutrita lista di cui sopra va adesso aggiunto un altro complesso meritevole almeno tanto quanto quelli già citati: Dream Syndicate, gruppo californiano già segnalatosi con un ottimo 12”EP su Down There. Le influenze di questo quartetto sono facilmente individuabili, anche perché (bisogna dirlo) i Nostri non fanno nulla per nasconderle: psichedelia basata sul suono fluido e delicato delle chitarre, con un tributo non indifferente da pagare agli immortali Velvet Underground e Lou Reed. L’album si apre con Tell Me When It’s Over, dalle trame avvolgenti costruite sui melodiosi intrecci di chitarre e voce, una ballata dal fascino indiscutibilmente Sixties; segue Definitely Clean, dalle cadenze più aggressive, che suggerisce paragoni con i Gun Club. Pacata e rarefatta, invece, That’s What You Always Say (in una nuova versione rispetto all’EP), che introduce l’acida e graffiante Then She Remembers, dalla lead guitar estremamente affilata; la facciata si conclude con Halloween, caratterizzata da alcune soluzioni tipicamente Velvet. Sul secondo lato, la rilettura della già edita When You Smile colpisce profondamente, specie a causa del suo inizio sommesso e rarefatto, paragonabile (con le dovute distanze) alla Doorsiana The End; ritmi ipnotici e schemi abbastanza vari e atipici in Until Lately, mentre la successiva Too Little, Too Late, tenue e velvetiana, offre un saggio delle buone capacità canore della bassista; a chiudere degnamente questo stupendo LP provvede la title track, che nei suoi 7’22” di durata si riallaccia al sound vagamente Gun Club di Definitely Clean mostrando però geometrie più articolate. Insomma, The Days Of Wine And Roses non delude affatto le attese, ma conferma pienamente tutto ciò che di buono si era sentito (e sentito dire) dei Dream Syndicate; congratulandoci con i quattro musicisti (Steve Wynn chitarra e voce, Karl Precoda chitarra, Kendra Smith basso, Dennis Duck batteria) per le loro giuste attitudini, non possiamo esimerci dal tributare un plauso a Chris D. (Flesh Eaters) e alla sua Ruby Records per aver prodotto ancora una volta un’opera di grande qualità.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.60 del gennaio 1983

Tell Me When It’s Over
(Rough Trade)
A formazione ormai sciolta, almeno se si vuol dare credito alle notizie pubblicate da alcune riviste estere, viene pubblicato nel Regno Unito questo l2 pollici dei Dream Syndicate, complesso californiano che con l’album The Days Of Wine And Roses aveva acceso gli entusiasmi della critica di mezzo mondo. Per chi non lo sapesse, la band di Steve Wynn ha rappresentato uno dei cardini della nuova scena psichedelica statunitense, offrendo prove delle loro non indifferenti capacità nel 12”EP Dream Syndicate edito dalla Down There e nel già citato LP pubblicato dalla solita Ruby Records di Chris Desjardins; come già si è fatto notare in altre occasioni, le influenze del gruppo sono facilmente indentificabili nel beat psichedelico americano dei Sixties, nel sound immortale e inconfondibile dei Velvet Underground, nelle sonorità sotterranee e insinuanti proposte dalle garage band di quindici anni fa, il tutto arrangiato sulle basi di un’impostazione più moderna che a tratti non dimentica neppure gli insegnamenti del punk rock.
L’EP di cui ci stiamo occupando adesso, quattro composizioni per una durata complessiva di circa un quarto d’ora, offre un aspetto inedito dei Dream Syndicate, molto interessante per approfondire ulteriormente la nostra conoscenza su questo già “mitico” ensemble; il secondo lato del disco comprende infatti tre tracce registrate dal vivo durante una session del settembre 1982 per una stazione radiofonica, i cui contenuti presentano non poche diversità rispetto ai normali canoni espressivi del quartetto. In concerto, il complesso evidenzia una notevole vena acida che, unita a un uso più grezzo e meno limpido degli strumenti, conferisce all’insieme una fisionomia relativamente inconsueta: estremamente indicativa, in tal senso, è la versione di Mr. Soul, il classico dei Buffalo Springfield di Neil Young, qui proposto in modo assai pesante e perverso. oserei dire “cattivo”. Della facciata live fanno anche parte due brani originariamente editi nel primo EP del complesso, la pacata Some Kinda Itch e la più grintosa Sure Thing, interpretati in maniera abbastanza ruvida e abrasiva. Sul lato A, invece, troviamo Tell Me When It’s Over, identica a quella dell’album: il pezzo, uno dei più belli del repertorio, è una ballata psichedelica costruita sulle melodie scorrevoli ma incisive delle chitarre, sostenute da una ritmica presente ma non ossessiva e accompagnate da una voce calda ed avvolgente. Un prematuro disco d’addio per una formazione che avrebbe ancora potuto darci prodotti di alto livello e che probabilmente rimpiangeremo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.73 del febbraio 1984

Medicine Show
(A&M)
Dopo mille imprevisti, rinvii, problemi di etichetta, assestamenti di line-up e contrattempi di vario genere, il secondo album dei californiani Dream Syndicate è finalmente nelle nostre mani. Come annunciato da tempo, il suo titolo è Medicine Show e i brani in esso contenuti sono quelli che il gruppo già propone dal vivo da parecchi mesi; secondo le notizie ampiamente confermate, la formazione vede il nuovo bassista Dave Provost al posto di Kendra Smith e la label è la potente A&M. Il disco dimostra il mutamento dei Dream Syndicate; i brani grintosi alla Gun Club (stile Definitely Clean o The Days Of Wine & Roses) sono stati completamente abbandonati e nel complesso le nuove canzoni presentano raffinatezze di arrangiamento non riscontrate nelle precedenti incisioni; la band. insomma, sembra essere parecchio maturata, pur mantenendo il suo attaccamento a schemi sonori imparentati con la psichedelia e con i Velvet Underground. L’influenza del gruppo di Lou Reed è però è in questo album meno presente di quanto non sia quella psichedelica, perlomeno in alcune delle otto composizioni; Steve Wynn, infatti, non trascura certo di instradare la sua voce in tonalità acide, mentre il background strumentale, e soprattutto la splendida chitarra solista di Karl Precoda, si modella in esaltanti performance di spiccato sapore allucinogeno.
I Dream Syndicate si confermano dunque assai abili nell’offrire un’interpretazione attuale e tutt’altro che revivalistica di un sound glorioso e sempre coinvolgente: a tale risultato ha senza dubbio contribuito il lavoro di produzione di Sandy Pearlman, che ha notevolmente sgrezzato il suono del quartetto e lo ha arricchito di piccoli ma incisivi particolari senza alterarne l’essenza, rendendolo cosi meno “underground” e ben più ricco e invitante dal punto di vista melodico. Sia nelle canzoni più lunghe, a tratti divaganti in atmosfere assai rarefatte (vedi la splendida The Medicine Show o John Coltrane Stereo Blues), sia in quelle più brevi e trascìnanti, l’ensemble californiano dà il meglio di sè: ascoltate Still Holding On To You, una ballad che rinnova i fasti di Tell Me When It’s Over e That’s What You Always Say, o anche l’irresistibile Bullet With My Name On It, unico pezzo a essere firmato da Karl Precoda, e ancora la graffiante Armed With An Empty Gun dallo strano intervento pianistico, o le armoniose Burn e Daddy’s Girl, e ditemi se Wynn e soci non meritano un posto d’onore nel novero delle band dei vostri sogni. Se qualcuno vi dirà che i Dream Syndicate di Medicine Show sono adulterati e meno convincenti di quelli del primo 33 giri, non dategli retta: i ragazzi riconoscono il fatto di vivere negli anni ‘80 e si comportano di conseguenza, andando avanti e non tornando indietro.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.78/79 del luglio/agosto 1984

This Is Not The New Dream Syndicate Album… Live!
(A&M)
Sei mesi dopo The Medicine Show, Steve Wynn e compagni tornano su vinile con un mini-LP dal vivo, in origine registrato da un’emittente di Chicago per il solo broadcasting radiofonico e successivamente pubblicato (con una veste grafica in verità non troppo lussuosa, quasi a sottolinearne la natura semi-underground) dalla A&M. Come tutte le band r’n’r che si rispettino, i Dream Syndicate considerano il momento dello show fondamentale e imprescindibile per la comunicazione con il pubblico, e non disdegnano di lasciarsi andare quando le circostanze lo rendono possibile; il feeling fra musicisti ed audience, una volta creato, stimola i primi a improvvisare, a seguire l’istinto, senza lasciarsi condizionare dagli schemi prefissati delle composizioni, con risultati imprevedibili e spesso esaltanti.
Nella particolare occasione di questo concerto (Aragorn, Chicago, 7 luglio 1984), il gruppo californiano non ha certo lesinato in impegno, offrendo una performance di tutto rispetto caratterizzata principalmente da un uso enfatico delle tastiere; non a caso, la line-up comprendeva un quinto membro, Tommy Zvoncheck, ora dimissionario. Appare comunque piuttosto singolare e stravagante che la band, dichiaratamente indirizzata verso un sound molto “guitar-oriented” (e la liquidazione dell’adetto ai tasti la dice lunga sulle nuove direzioni intraprese) abbia poi deciso di immettere sul mercato un disco live in cui sono proprio le tastiere a dominare l’impasto sonoro… Misteri. Qualunque siano le motivazioni che hanno portato alla realizzazione di questo mini-album, resta il fatto che esso costituisce un interessante sampler dell’approccio al palco del complesso composto da Steve Wynn a chitarra e voce, Karl Precoda alla chitarra, il nuovo acquisto Mark Walton al basso e Dennis Duck alla batteria. I brani sono cinque, quattro tratti da Medicine Show e uno (Tell Me When It’s Over) da The Days Of Wine And Roses; le interpretazioni, come già detto, sono marcate da arrangiamenti incentrati sul piano (in quattro casi) e sull’organo (in John Coltrane Stereo Blues) che conferiscono all’insieme un aspetto perlomeno insolito, da apprezza- re o stigmatizzare a seconda dei propri gusti. A prescindere da queste considerazioni, i Dream Syndicate danno prova di sapere tenere lo stage con autorità, ribadendo, se mai ce ne fosse stato bisogno, la loro essenza di genuina rock’n’roll band; se sono fra i vostri favoriti, il disco va segnato sulla nota-spese.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.84 del gennaio 1985

La vera rock band degli anni Ottanta?
Mi piace immaginare che esistano cinque differenti Dream Syndicate. Il gruppo che propone canzoni da 45 minuti, con molti assoli di chitarra; quello che suona duro e veloce, si ubriaca e non cambia accordi in Suzie Q; i potenti Dream Syndicate hard rock, amplificazione permettendo; i soffici, tenui Dream Syndicate delle ore tarde, e i rilassanti Dream Syndicate psichedelici”. (Steve Wynn)
Secondo le cronache, tutto ebbe inizio nel l978: il diciottenne Steve Wynn, studente alla University of California di Davis, sentì di sfuggita pronunciare il nome “The Jam” da una sua compagna di corso. Siccome al tempo il boom per il nuovo rock era ancora ben lungi dal verificarsi, e coloro che si interessavano a quei suoni non erano tanto numerosi, Steve rimase colpito da quella ragazza minuta, dai lineamenti enigmatici, che rispondeva al nome di Kendra Smith. Tra i due si stabilì immediatamente un certo feeling e la decisione di fondare una band assieme apparve inevitabile; il nome scelto fu Suspects e la line-up si stabilizzò con Steve alla chitarra, Kendra alla voce, Steve Suchil al basso, Russ Tolman alla chitarra e Gavin Blair alla batteria (gli ultimi due, rispettivamente alla chitarra e al canto, sono oggi i leader degli acclamati True West); con questo organico il gruppo si autoprodusse un 45 giri, registrato a San Francisco ed edito nel 1979 per un’etichetta anonima. Il disco è oggi assai raro, ma non vale la pena di prodigarsi nella sua ardua (e costosa) ricerca; It’s Up To You e Talking Loud sono infatti brani privi di pretese, all’insegna di un pop rock scarno e approssimativo con una Kendra Smith palesemente cacofonica sui toni acuti. Un prodotto assai scadente, e non è affatto un caso che Wynn evada ogni discorso su questo periodo del suo passato artistico.
Dopo un’altra esperienza poco soddisfacente (gli Icons), Steve si trasferì a Los Angeles e Kendra a San Diego, mantenendo fra loro fitti contatti epistolari; nel frattempo, il chitarrista prestò la sua esperienza a parecchie band sconosciute, e sul finire del 1981 pubblicò, per la neonata Down There (di sua proprietà), un singolo sotto la denominazione 15 Minutes, avvalendosi della collaborazione di un paio di comprimari e – alla console – di Scott Miller (Game Theory). Pur nella relativa grezzezza dell’esecuzione, il 45 costituisce un netto progresso rispetto ai Suspects: Steve inizia le sue “sperimentazioni” sulla possibilità dl accostare armonie e feedback in composizioni di derivazione psichedelica e il risultato (non proprio eccezionale, ma comunque interessante) può essere ascoltato nella primitiva versione di That’s What You Always Say, destinata a divenire in seguito uno dei cavalli di battaglia dei Dream Syndicate, e nella più introversa Last Chance For You. Chiusa la fase 15 Minutes. la svolta; uno sfiduciato Steve incontra una persona destinata a cambiargli vita: è un altro chitarrista e si chiama Karl Precoda. Convocata d’urgenza Kendra Smith e reclutato un batterista, l’ensemble comincia la sua ascesa dapprima timidamente (leggendarie sono rimaste le sue esecuzioni live, brano per brano, di Hot Rocks dei Rolling Stones) e poi con sempre maggiore determinazione. Fondamentale è, in questo senso, l’ingresso di Dennis Duck, ex batterista degli Human Hands, dai trascorsi avanguardistici alla corte della Los Angeles Free Music Society; oltre alla sua esperienza, Dennis porta una proposta per il nome del complesso: Dream Syndicate, tratto dal titolo di un album dei Faust con Tony Conrad, Outside The Dream Syndicate. Dopo nemmeno un mese di prove, il quartetto registra (in un’ora e con una spesa di appena cento dollari) quattro brani ai Southwest Sound Studios di Pasadena; nella primavera del 1982, quanto ricavato dalla session viene pubblicata come 12” EP dalla Down There.
Pur se penalizzato da una incisione non ineccepibile, Dream Syndicate è un prodotto di tutto rispetto: canzoni come That’s What You Always Say, When You Smile e Sure Thing mettono già in mostra la loro predisposizione a diventare classici e il progetto espressivo dei Dream Syndicate sembra offrire buone garanzie di sviluppo. Più che con il disco, però, il gruppo consolida la sua fama con una serrata attività concertistica; dal vivo, Wynn e soci elaborano un sound grintoso e avvolgente la cui forza risiede nei riff graffianti e distorti di Precoda contrapposti al canto ispirato e a tratti quasi discorsivo del frontman. Inoltre, i Nostri rispolverano il gusto perduto della jam, dilatando le composizioni e citando stralci di storia del rock: fra le decine di cover interpretate dal complesso californiano troviamo Werewolves Of London di Warren Zevon, Don’t Fear The Reaper dei Blue Oyster Cult, Electric Avenue di Eddy Grant, Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd, Outlaw Blues di Bob Dylan, Suzie Q dei Creedence Clearwater Revival o titoli di Donovan ed Eric Clapton, e ditemi voi se questi non sono sintomi manifesti di dedizione completa e irreversibile alla causa rock’n’roll. Parallelamente al crescente interesse di pubblico attorno alla band, la stampa locale inizia a calcare la mano sulle attinenze fra Dream Syndicate e Velvet Underground; questo, naturalmente, non condiziona in negativo la carriera del quartetto, che firma per la Ruby e immette sul mercato nell’autunno del l982 il primo album The Days Of Wine And Roses. Benché realizzato in sole otto ore per la maggior parte live in studio, The Days Of Wine And Roses è un deciso passo in avanti rispetto alla rozzezza di Dream Syndicate. Tra melodie e dissonanze, tendenze iconoclaste e fedeltà alle tradizioni, rabbia e delicatezza, il 33 giri si afferma fra le produzioni più significative del nuovo rock americano del primo scorcio di ’80.
L’aggressività e la rapidità esecutiva di alcuni episodi non basta però a far tacere le voci di Velvet-dipendenza. Senza dubbio la voce di Wynn ricorda spesso quella di Lou Reed e le atmosfere “vellutatamente underground” di certe canzoni suggeriscono paragoni non proprio ingiustificati; lo stesso Steve, poi, è costretto ad arrendersi affermando che “una delle caratteristiche dei Velvet era quella di scrivere liriche emozionalmente intense contrapponendole a sonorità molto aspre, e anche noi ci comportiamo in questa maniera”. Al di là delle sterili polemiche giornalistiche, e soprassedendo su determinate ispirazioni, peraltro non disprezzabili, il primo LP dei Dream Syndicate si presenta come lavoro perfettamente aderente allo spirito del complesso: spontaneità, feeling e amore per le (relative) improvvisazioni emergono solco dopo solco, elequentemente espressi in una musica istintiva, viscerale e volutamente “garage”. Parecchi pezzi del primo periodo risentono dell’influenza di Thomas Carlyle, scrittore inglese dell’800. “La sua filosofia è che si dovrebbe lavorare e non pensare. Il lavoro etico. Non avere emozioni, non mostrare passioni, solo lavorare, e questa è la maggiore nobiltà alla quale poter aspirare. Pensavo che l’amore è una delle cose che ti tiene lontano da ciò. Non trascorro ventiquattr’ore al giorno sotto una lampada per scrivere canzoni, ma sono teorie che fanno riflettere”. (Steve Wynn)
Dal vivo, il quartetto manifesta la sua indole impulsiva in modo ancor più deciso che su vinile, approfondendo ulteriormente le sue pratiche di “jamming”. “Ci piace rispondere all’audience, esprimere il nostro feeling in quel momento e questo naturalmente ci spinge a fare del jamming. Inoltre, non facciamo molte prove: provare ti condiziona e quando ti trovi sul palco sei portato a ricreare il suono in una certa maniera. Noi abbiamo queste canzoni e non sappiamo come verranno fuori stasera o domani. Ci sono un sacco di band pop che compongono ottimi brani e ci si meraviglia di come mai nessuno le scopra e le renda famose; la ragione per la quale noi stiamo andando cosi bene è che saliamo sul palco e diciamo ‘Hey, sappiamo che queste sono buoni pezzi, ma non ce ne importa affatto! Noi li stravolgiamo!’ Sfidiamo la gente ad ascoltare le canzoni in mezzo al rumore”. (Steve Wynn)
Accanto a pezzi pacati e avvolgenti, sempre caratterizzati da conturbanti fraseggi chitarristici, The Days Of Wine And Roses (a proposito: il titolo è lo stesso di un vecchio film di Blake Edwards sull’alcolismo: il fatto strano è che nessuno dei Dream Syndicate lo conosceva) comprende momenti decisamente duri: è il caso di Definitely Clean e della title track, che presentano qualche somiglianza con i Gun Club, o della convulsa e sporca Then She Remembers. Nel resto del disco le trame sono comunque più calme e oniriche e i suoni solo a tratti stridenti: That’s What You Always Say (è la terza versione!), Tell Me When It’s Over, Halloween e When You Smile riaffermano l’amore di Wynn & Co. per le ballate chitarristiche, mentre la rarefatta Too Little Too Late, cantata da Kendra Smith, suggerisce direzioni che altri non mancheranno di seguire.
Il 1983 è per i Dream Syndicate un anno di stasi discografica e di notevoli problemi interni; Wynn intuisce di trovarsi di fronte al bivio underground/successo e l’importanza delle decisioni da prendere per poco non porta allo scioglimento del gruppo. La Rough Trade pubblica in Gran Bretagna un 12” contenente Tell Me When It’s Over e uno stralcio (tre brani, fra i quali un remake di Mr. Soul dei Buffalo Springfield) di una vecchia esibizione del 1982. Kendra Smith ha nel frattempo abbandonato l’ensemble per formare i Clay Allison e il suo posto al basso viene rilevato da David Provost (ex Textones e Droogs): i Nostri sono pronti per divenire star del r’n’r. Come sempre, la casualità ha il suo peso anche nella vicenda Dream Syndicate: prima di doversi esibire come spalla per gli U2 nel New Jersey, Wynn, Precoda, Provost e Duck si trovano improvvisamente senza addetto al mixer e per sostituirlo si rivolgono a Sandy Pearlman (produttore di Blue Oyster Cult e Clash, a mio parere criticato ingiustamente per il suo lavoro su Give’em Enough Rope); in breve tempo, i cinque si ritrovano assieme a San Francisco per registrare il nuovo LP, pubblicato dalla A&M all’inizio del 1984 con il titolo Medicine Show. Secondo il mio modesto ed opinabile giudizio, l’album e assolutamente strepitoso, Pearlman è riuscito nella difficile impresa di sgrezzare il sound del complesso senza comprometterne la potenza e soprattutto senza smussare troppo le indispensabili asperità che distinguono subito i nostri californiani dalla maggior parte degli artisti rock di oggi. Il disco è studiato e raffinato, ma al contempo genuino; gli arrangiamenti sono quantomai efficaci, le tastiere di Tom Zvoncheck rendono l’impasto più pieno e stimolante e la bellezza delle composizioni è fatto che non può essere messo in discussione. Insomma, un capolavoro, e anche se personalmente impazzisco per Bullet With My Name On It, Burn e The Medicine Show sarebbe ingiusto non riconoscere l’omogeneità qualitativa del 33 giri. I Dream Syndicate, però, sono cambiati: dal vivo riducono le cover e appaiono più misurati e meno disposti a improvvisare. “Abbiamo fatto un sacco di show noiosi in cui ci preoccupavamo solo di scatenarci in lunghe jam e perdevamo il senso del discorso. Adesso la gente non vuole più sentire una band che jamma“. (Steve Wynn)
La prova del mutamento di indirizzo del gruppo e la sua intenzione di avvicinarsi un po’ ai cliché d’oggi emerge evidente in This Is Not The New Dream Syndicate Album… Live!, mini-LP registrato nell’estate del 1984 poco dopo l’uscita di David Provost (tornato nei Droogs) e l’ingaggio di Mark Walton. Il disco infatti presenta cinque brani piuttosto simili ai loro corrispondenti di studio (a parte John Coltrane Stereo Blues, decisamente più viva) e lamenta una certa diminuzione di carica rispetto alle esibizioni antecedenti al secondo LP; in più, fatto abbastanza singolare, le tastiere di Tom Zvoncheck sovrastano spesso la chitarra di Karl Precoda, fornendo cosi una visione falsata di quella che dovrebbe essere la “guitar-band” per eccellenza. Sembra insomma che la A&M abbia confezionato questo pur valido prodotto solo con l’intento di sfruttare la fama di “gruppo da stage” che i Nostri avevano guadagnato proprio stravolgendo quegli stessi modelli ai quali oggi (almeno in parte) si riferiscono. Questo, però, non è sufficiente per formulare illazioni riguardo a presunti scadimenti del complesso: This Is Not… è tutt’altro che accademico e scontato e del resto il tastierista è stato poi allontanato proprio per restituire all’ensemble la sua natura di formazione chitarristica. Accada quel che accada, i Dream Syndicate hanno avuto un’importanza assai maggiore di quanto non indichi la loro notorietà, dimostrando che una garage band può aspirare al successo senza prostituirsi alle regole che vogliono commerciabili solo i suoni adulterati e vacui. “Rock non è una parolaccia, non devi necessariamente chiamarlo in un altro modo. Non devi chiamarlo psichedelia, nè new-wave, nè power pop: è soltanto rock’n’roll, perche è da lì che è nato tutto”. (Steve Wynn)
Nessuna obiezione, Steve: hai solo venticinque anni, ma ti resta ben poco da imparare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.87 dell’aprile 1985

Ghost Stories
(Enigma)
Così come lo splendido Medicine Show, che aveva lanciato i primi Dream Syndicate (quelli con Karl Precoda) verso una maggiore notorietà, anche questo Ghost Stories – secondo lavoro della “nuova” line-up, a seguire l’ingiustamente bistrattato Out Of The Grey – fotografa con nitidezza la situazione di una band che vuole cercare di garantirsi un’esistenza serena ma che, in nome di essa, non intende immolare i suoi ideali né rinnegare le sue radici. Alla luce di quanto detto, 1’accordo con la Enigma e la collaborazione con il produttore Elliot Mazer (già con Neil Young ai tempi del mitico Harvest) vanno interpretati come un positivo segno di coerenza. E Ghost Stories, bellissimo nel titolo così come nella veste grafica, conferma come Steve Wynn sia sempre lo stesso cantore di sogni e incubi, di gioia e malinconia, di vittoria e sconfitta che abbiamo imparato ad amare con That’s What You Always Say e che abbiamo seguito con entusiasmo attraverso Still Holding On To You o Boston.
Ghost Stories è un disco caldo e passionale, californiano fino al midollo e costruito su schemi usuali che non scadono però mai nel prevedibile o nel ripetitivo; a fare la differenza è Steve Wynn, capace di disegnare armonie di grande forza coinvolgente e di accompagnarle con un canto duttile e quantomai espressivo e – senza nulla voler togliere alla perizia della sezione ritmica di Mark Walton e Dennis Duck – la magica chitarra di Paul B. Cutler, sanguigna, disperata, carezzevole o brutale a seconda delle esigenze del brano. Più che al suo più diretto predecessore, il quarto album dei Dream Syndicate si collega idealmente proprio a Medicine Show, del quale recupera il gusto per certi arrangiamenti di pianoforte, l’impostazione “classica” e il livello qualitativo globale delle canzoni, anche se a ben vedere – il disco del 1984 continua ad essere il capolavoro del gruppo; difficile per chiunque, in ogni caso, non lasciarsi suggestionare da The Side I’ll Never Show, Black e soprattutto Loving The Sinner, Hating The Sin, ballate liriche e potenti nelle migliori tradizioni a stelle e strisce, impossibile trattenere i brividi al cospetto delle più rarefatte Whatever You Please, Someplace Better Than This e l’inarrivabile When The Curtain Falls, o non sorprendersi con la cover davvero epica di See That My Grave Is Kept Clean (Blind Lemon Jefferson) e con l’atípica, cabarettistica My Old Haunts, che sembra il frutto di un ennesimo sodalizio Weill/Brecht (una nuova Alabama Song?). E facile, di conseguenza, perdonare una I Have Faith tanto graziosa quanto esile nelle sue movenze alla Lloyd Cole, e una Weathered And Thorn” un po’ troppo banale e fracassona. Un album strepitoso, dunque, pur con tutti i suoi espliciti riferimenti e le sue ancor più esplicite autocitazioni. Trovargli un posto fra i nostri “Top” del 1988 non sarà – il cuore me lo dice – un’operazione particolarmente complicata.
Tratto da Velvet n.1 dell’ottobre 1988

Live At Raji’s
(Restless)
Tra gli eventi negativi portatici dal 1989, uno dei più dolorosi e certo stato lo scioglimento dei Dream Syndicate, che negli anni Ottanta si erano prepotentemente segnalati per la loro abilità nel riproporre, in forma più consona ai tempi moderni, la leggenda del rock californiano più epico e ispirato. Album quali Medicine Show o Ghost Stories, con le loro trame chitarristiche a tratti energiche e a tratti carezzevoli, ma sempre assai evocative, sono scolpiti per sempre nei cuori degli appassionati, così come il songwriting intenso e coinvolgente del leader Steve Wynn, che – si spera – continuerà a commuoverci con nuove avventure musicali all’insegna dell’istinto e dell’emozione).
Live At Raji’s, edito in America solo in CD come testamento spirituale del quartetto, presenta i Dream Syndicate in una veste più “sporca” e stralunata rispetto ai lavori di studio: undici episodi intrisi di lirismo per settantacinque minuti di rock sanguigno e viscerale, che in questo caso predilige le atmosfere pacate e avvolgenti seppure sempre nervose, e occasionalmente addirittura lancinanti, di inni indimenticabili quali That’s What You Always Say, Burn, Still Holding On To You o The Medicine Show. Nonostante l’assenza di brani da Ghost Stories, l’ultimo lavoro di studio, Live At Raji’s è un formidabile suggello alla carriera di una grande band, oltre che un album dal vivo di rara forza d`impatto. Un acquisto imprescindibile per i fan e per eventuali nuovi adepti al culto.
Tratto da AudioReview n.88 del novembre 1989

3 1/2 – The Lost Tapes: 1985-1988
(Normal)
Non sono stati dimenticati, i Dream Syndicate; al contrario, rimangono una delle band di culto più amate dello scorso decennio, come attestato dalle numerose ristampe, raccolte e riesumazioni celebrative che negli ultimi tempi hanno fatto la loro comparsa sugli scaffali dei negozi. The Lost Tapes: 1985-1988 ribadisce ora quanto solide siano le basi artistiche su cui i fan del gruppo di Steve Wynn fondano i loro sentimenti, allineando le prime tre incisioni realizzate con il chitarrista Paul B. Cutler, una outtake dal Live At Raji’s e sei brani incisi assieme all’ex tastierista dei Green On Red Chris Cacavas: dieci bellissimi inediti, in bilico tra roots-rock e psichedelia, che meritano certo un riscontro più ampio di quello del solo pubblico dei collezionisti. Se nel vostro cuore c’è una nicchia per album come Medicine Show o Out Of The Grey
Tratto da AudioReview n.136 del marzo 1994

The Day Before Wine And Roses
(Normal)
Sebbene nessuno o quasi ne avvertisse la mancanza, questo postumo dei Dream Syndicate è ugualmente un album cui sarebbe stato davvero un peccato rinunciare: non solo perché documenta l’attività live della prima line-up del gruppo di Steve Wynn catturandolo negli studi dell’emittente californiana KPFK nel settembre 1982 (poco prima, quindi, dell’incisione dell’a1bum d’esordio), ma anche e soprattuto per le qualità musicali di una scaletta che allinea sei classici dell’originario repertorio della band (citiamo a titolo di esempio That’s What You Always Say, When You Smile e Days Of Wine And Roses) e tre brillantissimi gioielli “rubati” a Buffalo Springfield (Mr. Soul), Bob Dylan (Outlaw Blues) e Donovan (Season Of The Witch). Il tutto per quasi un’ora di rock acido ed emozionante.
Tratto da AudioReview n.145 del gennaio 1995

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Categorie: articoli, recensioni | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Dream Syndicate (1978-1989)

  1. Mauro

    C’ero anch’io al Monk. Per me è stata un’emozione vedere in azione un gruppo che negli anni ottanta ho amato visceralmente ma che, anche perché a Roma non aveva mai suonato, non ero mai riuscito a vedere dal vivo. Per una volta, viva le reunions.

  2. DaDa

    Gruppo immenso. Mi spiace non poterlo vedere in questo periodo. A livello personale devo dire, che tra tanti picchi, the days of wine and roses rimane il loro disco più affascinante.

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