Guadalcanal Diary

In un post pubblicato qualche giorno fa su Facebook, l’amico Gianpaolo Castaldo ha estratto dal cassetto della memoria il nome dei Guadalcanal Diary, band americana oggi dimenticata che non si può inserire nel novero di quelle “decisive” ma che, insomma, non merita nemmeno il totale oblio. Essendone stato un convinto sostenitore, recupero le recensioni da me scritte in tempo reale dei quattro LP che il gruppo della Georgia commercializzò negli anni ’80, per poi separarsi; i sacri testi dicono che nel 1993 il leader – Murray Attaway – realizzò un album solistico per la Geffen, e che nel 1999 il quartetto tornò assieme per un CD live autoprodotto di cui nessuno si accorse e che, come da copione, è l’unico titolo del catalogo a costare caro (sta però per essere ristampato dalla Omnivore). Riascoltati, i quattro album “storici” suonano tuttora freschi e godibilissimi, anche se ammetto di riconoscermi solo al 70/75% nei miei entusiasmi giovanili. Sono tutti ascoltabili su Spotify e quindi non avete scuse per non concedergli almeno un “assaggio”.

Walking In The Shadow
Of The Big Man (DB)
Musicalmente parlando, gli Stati Uniti sono davvero la terra delle sorprese e dei piacevoli imprevisti: non passa infatti mese senza che qualche nuovo talento si presenti alle nostre orecchie avide con miscele entusiasmanti di sonorità. Questo marzo e toccato ai Guadalcanal Diary, il cui Walking In The Shadow Of The Big Man è inevitabilmente destinato a impressionare in positivo molti appassionati del rock più genuino, quello legato alle tradizioni e al contempo attuale nei contenuti. Discorso già più volte affrontato, lo so, ma non è colpa mia se gli artisti americani, nelle metropoli come nelle province, riescono sempre a fornire nuove ed eccitanti interpretazioni di una musica dalle mille sfumature in cui potenza, melodia, dolcezza e grinta sanno dar vita a risultati sempre differenti pur partendo dalle medesime basi.
Ascoltando i Guadalcanal Diary, nettamente migliorati rispetto al 12”EP Watusi Rodeo del 1983, è impossibile non rimanere stupiti dalla perizia con la quale il quartetto rielabora in modo personale stilemi più che consueti, proponendo brano estremamente affascinanti che sfuggono a criteri classificatori rigorosi; si tratta di rock, questo è sicuro, a tratti influenzato dal country (qui irrobustito ed accelerato senza compromettere l’armonia), dal Byrds-sound, dalla psichedelia (in minima parte) e da tutto ciò che da trent’anni rende l’America una miniera inesauribile di “good vibrations”. Sinceramente, di fronte a dischi come questo il recensore si trova in grave imbarazzo, vista la difficoltà di esprimere con termini “inediti” concetti già più volte ripetuti; non risentitevi, dunque, se io non mi cimenterò affatto nel tentativo, e mi limiterò – per il vostro bene – a consigliarvi l’acquisto di questo ottimo 33 giri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.87 dell’aprile 1985

Jamboree
(Elektra)
Dopo il caso Unforgiven erano in parecchi a pensare che i Guadalcanal Diary, anch’essi ingaggiati dalla potente Elektra, avrebbero subito un processo involutivo (o evolutivo: dipende dai punti di vista) dal quale sarebbero usciti inevitabilmente cambiati; svuotati, cioè, della loro carica espressiva di sapore garage e trasformati in un innocuo ensemble di pop da intrattenimento con appena qualche reminiscenza dell’attitudine originaria, adatto per la programmazione FM e per i gusti (pessimi) dell’americano medio. Per fortuna qualcosa e però intervenuta a modificare un andamento di solito ineluttabile, impedendo in tal modo la prematura scomparsa dal novero dei nostri beniamini di una formazione coi fiocchi; ecco così che i Georgiani, già intestatari del l2″EP Watusi Rodeo e dell’ottimo Walking In The Shadow Of The Big Man, sono stati lasciati liberi di manifestare la loro creatività con il linguaggio che più gli è congeniale, concedendo alle esigenze del business soltanto una maggiore levigatezza che peraltro ben si addice alle atmosfere sognanti e ai suoni vellutati delle composizioni). La traccia seguita dal quartetto presenta numerose affinità di strutture e di intenti con quella segnata dal passo dei più famosi R.E.M., ma qualificare i Guadalcanal Diary come semplici epigoni di Michael Stipe e soci sarebbe riduttivo; il gruppo dà infatti continuamente prova di possedere estro e personalità, e la sua unica colpa – se di colpa si può parlare – è quella di riferirsi ai medesimi canoni originari dai quali la band di Murmur, Reckoning e Fables Of The Reconstruction ha tratto ispirazione.
Jamboree è dunque un lavoro di grande bellezza nel quale sono rielaborate con forma moderna e accessibile a chiunque le più tipiche ramificazioni del cosiddetto roots rock: le ballate avvolgenti non prive di contatti con la tradizione country (Please Stop Me, Spirit Train, Lonely Street) o più vicine alle atmosfere oniriche dei già citati R.E.M. (Pray For Rain, la title track), gli episodi compatti e trascinanti che ribadiscono le relazioni con l’approccio garage (Country Club Gun, I See Moe, Cattle Prod e la splendida Dead Eyes, quest’ultima già inclusa. in versione più acerba, nell’EP di debutto) e gli episodi “ibride” che rimescolano gli elementi-base strizzando discretamente l’occhio alle radio (Fear Of God, la nuova edizione di Michael Rockfeller e la swingata T.R.O.U.B.L.E.). Nulla da eccepire, insomma, su un album che senza essere rivoluzionario può a ragione fregiarsi del marchio della qualità: un plauso ai Guadalcanal Diary per aver saputo resistere alle tentazioni e alle pressioni e per averci offerto un disco dal quale ogni amante della migliore musica americana non potrà prescindere.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.104 del settembre 1986

2 x 4
(Elektra)
Nella stragrande maggioranza dei casi, è noto, ottenere un contratto con una multinazionale comporta conseguenze assai negative alla proposta di una band attitudinalmente underground: le pressioni dei discografici affinché il gruppo adatti quanto più possibile sound e immagine alle esigenze del mercato, l’assunzione forzata di produttori artistici insensibili alle esigenze creative dei musicisti, il trovarsi inseriti in meccanismi giganteschi dai quali è fin troppo facile essere schiacciati, conducono quasi sempre a snaturare la reale essenza di artisti per i quali il rock è prima un mezzo per esprimere se stessi e solo in seconda battuta una comoda invenzione per ottenere fama e denaro. Eravamo rimasti meravigliati nel constatare come Jamboree, primo album dei Guadalcanal Diary per la Elektra, fosse stato l’eccezione alla regola, e siamo ancora più stupiti nell’accorgerci che nemmeno questo 2×4 ha risentito di spiacevoli condizionamenti; la produzione curata da Don Dixon ha reso le canzoni del quartetto georgiano più raffinate e scintillanti che in precedenza, questo è vero, ma gli artifici di studio non solo non hanno privato la musica dell’ensemble della sua freschezza ma ne hanno anzi incrementato la già notevole espressività. Qualche “ta-pum” di batteria per aumentare la radiofonicità dell’impasto e qualche arrangiamento particolarmente elaborato sono le inezie alle quali l’ascoltatore di corte vedute potrà eventualmente appigliarsi per suffragare le sue tesi di “commercializzazione” della band; gli altri, quelli con le orecchie senza compartimenti stagni, non avranno invece problemi ad abbandonarsi alle armonie di un album godibilissimo e ricco di contenuti, dal quale affiorano alcune gemme di incommensurabile splendore. Cresciuti, infatti, dal punto di vista compositivo oltre che da quello meramente formale, i Guadalcanal Diary sono oggi una delle più luminose realtà del moderno rock statunitense; nei loro brani, costruiti su geometrie ardite ma mai astruse, le citazioni delle “radici” si accompagnano al desiderio di parlare un linguaggio se non proprio innovativo almeno personale, e la voglia di andare al di là del “già sentito” è prepotentemente dichiarata da più di un episodio. Non c’è da stupirsi, dunque, di come 2×4 sia un disco fantasioso ed eclettico, di come – nonostante le ricercatezze – l’impronta rock sia sempre ben presente, di come la celebrazione delle tradizioni musicali americane avvenga con rispetto ma senza umilianti genuflessíoni, e di come il canto di Murray Attaway mostri sempre assonanze con quello di Michael Stipe dei R.E.M. salvo poi assumere all’improvviso intonazioni e timbrica care a Ian Anderson dei Jethro Tull (ascoltare Things Fall Apart e provare a contestare questa affermazione). Con questo 33 giri i Guadalcanal Diary sono andati ben oltre le aspettative, realizzando il loro capolavoro; più che nelle ballate lente ed eteree – peraltro eccellenti – e nei pezzi dalle ritmiche incalzanti, il gruppo sembra eccellere nei medio-tempo, e in episodi quali Litany (Life Goes On), Under The Yoke, Where Angels Fear To Tread e Winds Of Change riesce a raggiungere livelli che persino i R.E.M. – veri maestri del genere – hanno raramente saputo toccare. Qualcuno, forse, continuerà a preferire la naïvete di Walking In The Shadow Of The Big Man, ma questo non significa nulla: i Guadalcanal Diary sono divenuti adulti e non camminano all’ombra di chicchessia. Sono loro, adesso, i grandi uomini all’ombra dei quali altri dovranno muovere i loro passi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.118 del novembre 1987

Flip-Flop
(Elektra)
È lo strano destino di molte band underground entrate abbastanza in fretta a far parte della scuderia di qualche major, quello di essere condannate a vivere in una sorta di limbo dorato, non raggiungendo l’affermazione di massa ma potendo comunque contare sul sostegno di schiere nemmeno tanto esigue di fedeli sostenitori. Una carriera senza alcuna infamia, dunque, ma anche senza troppe lodi, destinata solitamente a concludersi per perdita di stimoli e entusiasmo o a trascinarsi per anni e anni in attesa di una provvidenziale “svolta”. Inutile, credo, sottolineare che il sottoscritto si augura che il Fato abbia in serbo per i Guadalcanal Diary qualcosa di più gratificante, facendoli proseguire con ulteriore verve lungo la strada che dall’eccellente Walking In The Shadow Of The Big Man edito nel 1994 dalla DB li ha portati alla corte della Elektra e quindi a realizzare altri album di pregevolissima fattura quali Jamboree e 2×4. Che la via intrapresa sia quella giusta è confermato anche dal nuovo Flip-Flop, 33 giri che pur non aggiungendo alcunché di inedito al discorso del quartetto georgiano ha il pregio indiscusso di allineare undici episodi di lirismo e forza espressiva non comuni, ballate rock articolate ed eclettiche ora più energiche e incalzanti e ora più aggraziate e visionarie. Meno “mistici” dei R.E.M. e più diretti e vivaci di Stipe & Co. nell’imbastire trame melodiche che amalgamano frizzante r’n’r, pop e “radici”, i Guadalcanal Diary hanno nell’estro compositivo e nella spigliatezza interpretativa le armi più adatte per sconfiggere l’indifferenza delle masse. Autentici capolavori del calibro di The Likes Of You e Ten Laws sono in grado di convincere anche i più scettici.
Tratto da Velvet n.7 dell’aprile 1989

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