The Thought (1983-1987)

Mi è capitato varie volte di “entrare in fissa” per gruppi o solisti che a me parevano straordinari ma che i colleghi delle altre testate non prendevano in considerazione o al massimo trattavano con sufficienza; quando Internet ancora non esisteva, mi sembrava insomma di predicare al vento, ma data la mia convinzione di essere nel giusto, o quantomeno in buona fede, non me ne curavo. Nella prima metà degli anni ’80, ad esempio, mi capitò con i The Thought, band olandese di area synth-pop dalla quale fui folgorato all’epoca del primo album, del quale scrissi ovviamente in termini più che entusiastici (figura anche nella mia playlist del 1982); di quel disco scrissi una seconda volta poco dopo, quando venne ristampato con scaletta in parte diversa (per la cronaca, è l’unica prova dei ragazzi ascoltabile su Spotify, e nessuno dei brani arriva a mille ascolti: tristezza), e poi ancora in occasione del secondo e del terzo LP, purtroppo non belli come l’esordio, dopo i quali i Thought scomparvero. Non senza un nemmeno tanto lieve imbarazzo (diosanto, sembro proprio un “fanzinaro” esaltato), recupero ora l’intero pacchetto; confido in voi per far sparire almeno alcuni di quegli scandalosi “< 1000”, visto che lì in mezzo ci sono canzoni splendide.

The Thought
(Index)
Guardando il cielo / vide Enoia Gay / Lo guardò finchê girò / e volò via Il ragazzo che vide tutto / non sentirà più sua madre che lo chiama”. Un aereo si allontana, dopo aver scaricato il suo carico mortale: un bimbo resta a guardarlo, affascinato. Poi, è un attimo: la realtà si dissolve, tutto si sbriciola, migliaia di vite vengono stroncate, ed è bastato solo premere un pulsante. Difficile immaginare qualcosa di più drammatico della prima volta che l’uomo ha usato la bomba atomica contro i suoi simili; difficile dimenticare, dopo averle viste, le fotografie di quella immane tragedia; difficile, anche, rendere in musica, e per di più con un lìrismo unico, una situazione come quella descritta dal testo di cui sopra. Il brano si intitola There’s A Boy ed è il primo dell’album di debutto dei Thought, sconosciuto terzetto olandese che esordisce per la label che, fra l’altro, ha marchiato il primo passo su vinile dei favolosi Wall Of Voodoo. Lo stupore per la bellezza di There’s A Boy viene subito messo in secondo ordine dal desiderio di andare avanti, di vedere se anche gli altri solchi saranno altrettanto soddisfacenti, se quelle tastiere armoniose, quei ritmi strani, quella voce eterea, sono casuali o fanno invece parte di un progetto espressivo ben definito. Rebels, curioso concentrato di musicalità cupe e voce (almeno in gran parte del pezzo) leggiadra, conferma tutte le positive impressioni, immergendo in atmosfere taglienti/vellutate di rara espressività. La successiva The Prince Of Darkness, all’inizio solenne e avvolgente, si fa più cadenzata e grintosa dopo il ritornello, e l’incanto prosegue con These Days, dalla struttura rock ma dalle soluzioni poco convenzionali; assai bella anche Anger, che alterna delicatissimi momenti costruiti su suoni rarefatti a schemi più ritmati e graffianti.
La prima facciata è finita, ma la seconda già incalza: Stop Stand Still, tanto bella quanto bizzarra, è giocata sull’avvicendarsi di una splendida voce solista e di un coro stile folk inglese, solo saltuariamente accompagnati da qualche strumento. Getting Straight, invece, è una canzone più tradizionale, resa affascinante soprattutto dall’uso delle tastiere e del canto su un background incalzante, mentre Atlanta Threat (che, all’inizio, ricorda in modo impressionante gli Psychic TV) è una specie di cantilena che solo nell’ultima strofa assume le caratteristiche, che ormai dovrebbero essere chiare, del sound dei Thought. Il disco si conclude con Echoes Of The Unknown Voices, una poesia musicata con qualcosa di psichedelico, e con la dolcissima Darkness Still Calls. I Thought, insomma, si impongono come una delle più belle sorprese dell’anno da poco terminato, e non meravigliatevi se affermo che, dopo Call Of The West dei Wall of Voodoo, e questo il 33 giri che ho più apprezzato. Naturalmente, si tratta di gusti personali, ma è innegabile che questa band olandese possegga un’attitudine compositiva e interpretativa originale ed estremamente soddisfacente. Sul piano musicale, i Thought hanno presumibilmente attinto qua e là numerose ispirazioni, ma si tratta sempre di elementi che, singolarmente, non hanno molto peso: ciò che conta è il fatto che essi siano stati riarrangiati, accostati ed amalgamati in modo nuovo, senza riferimenti palesi ad alcuno stereotipo. A colpire maggiormente è l’imprevedibilità dei brani, che evitano di seguire per tutta la loro durata un’unico schema, oltre, ovviamente, alla bellezza dei suoni (con le tastiere in evidenza, i colpi spesso sordi sulla batteria e la chitarra) e soprattutto delle voci, principali responsabili dell’armonia dell’insieme. Un album certamente inconsueto, che lascerà probabilmente perplessi gli appassionati di rock classico e che sarà invece amato alla follia da chi, pur amando il presente, è proiettato verso il futuro. C’è già chi mi ha detto “ascoltando i Thought ho provato la stessa sensazione ricevuta quando, per la prima volta, ho sentito i Wall of Voodoo dell’EP”, e non posso non associarmi all’autore di questa affermazione, che, credetemi, è uno che di nuovo rock ne mastica almeno quanto me. Nonostante qualche lieve ingenuità dovuta alla scarsa esperienza, i Thought dimostrano quindi di avere tutte le carte in regola per un luminoso futuro, e, se le promesse di questo LP saranno mantenute potremo dire di aver trovato ur altro grande gruppo per gli anni a venire.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.61 del febbraio 1983

The Thought
(Polydor)
Questa non è una normale recensione, se non altro perché del debutto dei Thought si è già scritto; ho però ritenuto necessario riprendere l’argomento, perché si è nel frattempo scoperto che di The Thought» esistono due edizioni, una americana e una olandese, non proprio uguali fra loro a livello di contenuti. La versione statunitense, marchiata Index, è quella della quale si è già ampiamente detto quattro mesi fa; non è mia abitudine dedicare spazio a questo genere di cose, ma, siccome sono stato il primo (e, a quanto mi risulta, l’unico) ad essermi occupato qui da noi di questo stupefacente terzetto olandese, mi sono sentito in dovere di spiegare ai lettori (che, secondo le informazioni fornitemi da vari negozi della penisola, stanno impazzendo alla ricerca del disco) in cosa differiscono le due stampe, oltre che nella copertina. Dunque, i brani assolutamente identici (al massimo potrebbe esistere qualche lievissima modifica di mixaggio) sono Atlanta Threat, Rebels, Echoes Of The Unknown Voices, Gettin’ Straight e Darkness Still Calls; Stop Stand Still, There’s A Boy e Prince Of Darkness presentano invece variazioni sia di durata che di arrangiamento rispetto ai loro corrispondenti americani, ma si tratta comunque di cambiamenti non sostanziali; infine. These Days e Anger sono state qui sostituite con altre due composizioni inedite nel LP USA: Solitude, ossessiva e lamentosa (e, in verità, non altezza del resto) ed Am I, più ricca di fascino con le sue armonie rarefatte e i suoi suoni ipnotici. Con questo, ho terminato; consiglio a chi non lo avesse già fatto, di leggere la recensione “vera” sul numero di febbraio e, scusandomi di aver sottratto spazio ad altre novità per dei semplici chiarimenti, ricordo a tutti che The Thought è, secondo me, il più bel 33 giri del 1982 dopo Call Of The West dei Wall Of Voodoo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.65 del giugno 1983

The Thought
(MCA)
Per quanti si ponessero solo adesso all’ascolto, ricordo che con il loro LP di debutto (anch’esso intitolato semplicemente con il nome della band), i Thought riuscirono a conquistare il secondo posto nelle mie preferenze del 1982, imponendosi come una delle formazioni piu promettenti e originali del panorama “nuovo rock” dei periodo. A più di due anni, il gruppo olandese è ora ritornato su viniie con un secondo album in cui il perfetto meccanismo che gli consentiva di esprimersi a livelli altissimi sembra essersi purtroppo parzialmente arrugginito. L’ensemble, beninteso, è sempre artefice di un sound tastieristico non privo di suggestioni affascinanti, melodioso ed avvolgente con le sue atmosfere delicate ma al contempo energico nel sottofondo ritmico; quel che appare evidente, però, e che esso sembra aver consistentemente rinunciato ai suoi arrangiamenti atipici e alle sue canzoni spesso strutturalmente anomale, perdendo in tal modo una buona fetta della sua esaltante “unicità”. Se a questo si aggiunge il fatto che alcune composizioni presentano caratteristiche piuttosto “commerciali” e che altre sono del tutto inconsistenti, sarà inevitabile affermare che The Thought» è inferiore al suo predecessore, anche perché i brani validi (Every Single Day, Lonewolf, Tonight Again, Rapture e l’intelligente rilettura Eight Miles High dei Byrds) non sembrano rendere del tutto giustizia alle qualità del complesso pur mantenendosi su standard qualitativi eccellenti. Insomma, chi si attendeva (come il sottoscritto) un secondo capolavoro è destinato a una delusione, mentre chi si accosterà al disco senza eccessive pretese troverà in esso motivi sufficienti a suscitare moderati entusiasmi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.87 dell’aprile 1985

The Dream Is Me
(Polydor)
All’epoca dell”uscita del primo album degli olandesi The Thought, tutti coloro che ebbero la fortuna e il piacere di ascoltarlo furono portati a domandarsi se esso sarebbe rimasto un episodio isolato, o se avrebbe rappresentato solto il primo passo di una carriera artistica ricca di realizzazioni di alto livello; due anni e mezzo più tardi, il secondo 33 giri della band ridimensionava gli entusiasmi degli ottimisti, offrendo performance dai valori discontinui (seppure illuminate da qualche spunto geniale) e qualche momento in grado di evidenziare la notevole caratura dell’ensemble. Oggi, The Dream Is Me non aggiunge nulla al discorso espressivo dei Thought, sempre orientato verso un rock moderno e raffinato fatto di atmosfere soffuse e avvolgenti ma anche di ritmi ipnotici; la ricchezza degli arrangiamenti e soprattutto l’estatica bellezza del canto, rendono le composizioni profondamente affascinanti, ma il tallone d”Achille del complesso rimane quello di non saper mantenere uno standard qualitativo omogeneo e di non essere sempre capace di conciliare la necessità di un sound accattivante con l’innata inclinazione verso soluzioni anticonvenzionali. Come il suo predecessore, The Dream Is Me merita un giudizio positivo, in virtù della presenza fra i suoi solchi di pezzi lirici e suggestivi quali The Silence, Alex, The Dream Is Me, How Long e la meravigliosa Shine; i Thought rimangono, nonostante tutto, una delle voci più personali, intelligenti ed eclettiche del panorama new-wave mondiale, ma le dimostrazioni di talento che essi continuano a fornirci non fanno che accentuare il rimpianto per i tempi dell’album d’esordio, unico e irripetibile come tutto ciò che nasce dall’estro più che dal calcolo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.108 del gennaio 1987

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Categorie: recensioni | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “The Thought (1983-1987)

  1. Sospiro…. lessi la tua prima rece al tempo… diventammo matti per cercarlo. Mi sa che sono fra i pochi i ricordarli …

  2. Il P.S. è d’obbligo! Ho ascoltato l’album: niente male davvero!

  3. La musica, prima di essere cultura, è emozione. Per questo brani, che a livello di struttura musicale sono poco più che filastrocche, riescono a rallegrarci, farci battere il tempo e canticchiare.
    Vale sempre la pena provare ad ascoltare cose diverse o poco note.
    In questo, ti scrivevo mesi fa su AR, l’importanza del vostro lavoro: segnalare, far conoscere, renderci curiosi, farci crescere.
    Non dei profeti: si può anche non condividere, ma, “influencers” – tanto per usare un tema di moda – musicali.
    Buona giornata e buon lavoro

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