Marco Rovelli

Il panorama musicale italiano, storico e attuale, non manca certo di segreti fin troppo ben riposti, ovvero artisti che non cercano il successo nei canali standard (e se anche lo facessero, difficilmente centrerebbero il bersaglio, in quanto incapaci di ammicare in alcun modo al mercato) ma si muovono in contesti più o meno di nicchia, seguendo percorsi espressivi di tipo intellettual-culturale che molto spesso si nutrono di contaminazioni con altro, dalla scrittura al teatro. Tra costoro – un altro paio di esempi: Stefano Giaccone e Lalli – c’è senza dubbio Marco Rovelli, che tra mille attività “alte” (per farsene un’idea basta leggere la sua scheda su Wikipedia) ha pure messo in fila una non lunga ma significativa serie di dischi, due come cantante e autore del collettivo Les Anarchistes e altri tre da solista.
Mi fa grande piacere recuperare qui le mie recensioni dei primi quattro, aggiungendo che il quinto – uscito da pochi mesi – è un’altra
operazione di grande spessore: si intitola
Bella una serpe con le spoglie d’oro, è stato edito (nel formato libro/CD abituale per l’etichetta) dalla Squilibri ed è un omaggio a Caterina Bueno, ricercatrice e cantante toscana – dunque, conterranea di Rovelli – ben nota a chiunque sia interessato alla nostra musica popolare.

 

Les Anarchistes
Figli di origine oscura
(Storie di Note)
Les Anarchistes è una formazione toscana di ben otto elementi il cui album autoprodotto dello scorso anno è stato insignito del Premio Ciampi nella categoria “miglior debutto”. Riedito da un paio di settimane dalla Storie di Note, Figli di origine oscura è il risultato di un progetto davvero singolare e intrigante, dove vecchi canti di lotta e riletture d’autore (spiccano gli adattamenti di tre pezzi di Leo Ferrè) acquistano nuova vita attraverso l’interazione tra sonorità folk a 360°, rock meticcio, jazz mutante e tecnologia; il tutto all’insegna di una curiosa – e prodigiosa – contaminazione acustico-elettronica nella quale le matrici popolaresche e una creatività decisamente estrosa – attribuibile per lo più, ma non solo, ai leader Nicola Toscano e Max Guerrero, rispettivamente chitarrista e tastierista/programmatore – trovano sviluppo in soluzioni che lasciano trasparire un forte amore per la teatralità. La presenza in qualità di ospiti (libertari, come da note) di Raiz degli Almamegretta, di Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon e del celebre fisarmonicista Antonello Salis sono il valore aggiunto di un disco particolare e a tratti anche un po’ ostico, capace comunque di coniugare brillantemente estetica, etica e sostanza poetica e musicale. Cultura, insomma, figlia soprattutto della strada, del sentimento e della lezione della storia; quanto basta per farne un titolo senza dubbio da conoscere, anche se per amarlo occorre magari possedere una sensibilità non tanto comune. Purtroppo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.522 del 25 febbraio 2003

Les Anarchistes
La musica nelle strade!
(Storie di Note)
Se con Figli di origine oscura, insignito tra l’altro del Premio Ciampi come miglior esordio del 2002, i Les Anarchistes si erano imposti come voce originale, sanguigna e già autorevole di un genere splendidamente “bastardo” dove la canzone d’autore e quella popolare (spesso di lotta) interagiva con folk, jazz e rock in un ardito, fascinoso equilibrio di sonorità acustiche e sobri trattamenti elettronici, incantesimo e incanto sono ora rinnovati in questo secondo capitolo; un lavoro più meditato e curato nella realizzazione, ma sempre illuminato dalla genuinità, che oltre a un ampio cast di illustri ospiti – tra gli altri Giovanna Marini, Il Parto delle Nuvole Pesanti, Moni Ovadia, Petra Magoni, Piero Milesi, Matthias Schubert – vanta addirittura più eclettismo e profondità nel dar corpo a un’esperienza musical-teatral-letteraria davvero fuori dal coro, tesa anche ad amplificare concetti nobili e condivisibili (l’album è stato in parte registrato nel carcere di Volterra, e qualcosa significa). Un’importante conferma, insomma, tanto per l’ensemble toscano quanto per il circuito libero e libertario che in esso vede un esempio ideale e non solo artistico.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.614 del settembre 2005

Marco Rovelli
LibertAria
(Corasono)
Lasciatosi alle spalle, dopo la realizzazione di due album e numerose soddisfazioni, l’ottima esperienza con il “collettivo” Les Anarchistes, Marco Rovelli ha deciso di proporsi come solista; meglio ancora, come fulcro e motore – sue la voce, la chitarra acustica e la massima parte del songwriting – del progetto LibertAria, giunto da poco all’esordio con un CD omonimo acquistabile presso il sito http://marcorovelli.it (non si pensi però a un’uscita “povera”: tutto è estremamente professionale, a partire dalla confezione digipak con libretto illustrato di ventiquattro pagine). In sedici episodi per quasi settanta minuti, il musicista e scrittore toscano presenta così il proprio mondo espressivo, in verità allineato a quello del suo gruppo di provenienza: canzoni di lotta a base folk contraddistinte da arrangiamenti ricercati (fra gli ospiti, Yo Yo Mundi e Daniele Sepe) e intonate con un’enfasi mai eccessiva, il cui respiro (anche) letterario è sottolineato dai sodalizi stretti per la stesura di alcuni testi con autori quali Francesco Forlani, Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Wu Ming 2. Il bilancio dice di una scaletta sempre intensa e piuttosto varia, con vertici nella compatta e trascinante Il campo, nelle programmatiche ed evocative La mia parte e Sbandati, nella solenne La Comunarda e nella declamata Mea culpa, senza dimenticare la rilettura di Lamento per la morte di Pier Paolo Pasolini di Giovanna Marini e la notevolissima L’odore del mondo, sorta di “aggiornamento” della mitica Briganti se more “nato da un’idea condivisa con Roberto Saviano”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.665 del dicembre 2009

Marco Rovelli
Tutto inizia sempre
(Materiali Sonori)
Per confezionare il seguito di “LibertAria”, Marco Rovelli ha avuto bisogno di sei anni, spesi comunque dividendosi fra la realizzazione di libri, l’attività in teatro, l’insegnamento; le distrazioni, chiamiamole così, non hanno però nuociuto al progetto musicale dell’eclettico artista/attivista culturale toscano, alimentandolo anzi con nuova linfa. “Tutto inizia sempre” risulta infatti il suo disco più riuscito, compresi i due con il gruppo Les Anarchistes – del quale era frontman e fulcro – editi nella prima metà dello scorso decennio: nelle musiche, che sposano avvolgenti trame di scuola folk, energia filo-rock, atmosfere intensissime e arrangiamenti mai tanto (ac)curati, e in testi di notevole spessore poetico che al di là dai temi affrontati rimarcano il dovere morale di guardare e volare alto. Una canzone d’autore decisamente ricercata che sembra voler rimandare a epoche passate, ma che in definitiva è meno austera e più vivace di quanto potrebbe apparire di primo acchito, pervasa da un’enfasi interpretativa che qua e là sconfina, senza peraltro suonare forzata, in una sorta di melodramma alla Léo Ferré.
Tratto da Blow Up n.208 del settembre 2015

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