Lalli (1998-2007)

C’è da un paio di mesi in circolazione un nuovo e particolare album di Lalli cointestato a Stefano Risso, Un tempo, appena, del quale ho scritto su “Blow Up”. Un’ottima occasione per recuperare dall’archivio tutte le mie recensioni dei vecchi dischi e assemblare un post che fa inevitabilmente coppia con quello dedicato alla produzione 1998-2006 di Stefano Giaccone. Per chi volesse approfondire, di Lalli avevo già riproposto un’intervista, che si può leggere qui.

Tempo di vento
(Il Manifesto)
A un mese esatto dal debutto in proprio di Stefano Giaccone, per una (nemmeno tanto) strana coincidenza temporale ci troviamo ora ad occuparci di Tempo di vento, l’esordio di quella Lalli che di Stefano è stata alter ego e compagna di viaggio in numerose e più o meno lunghe avventure, dagli storici Franti a loro filiazioni quali Environs, Orsi Lucille e Howth Castle: un’opera ancora una volta di straordinaria intensità, che pur evidenziando decise analogie “concettuali” (e anche sonore) con quella di Giaccone possiede di sicuro un diverso respiro melodico, per via di una scrittura più orientata verso la forma-canzone (naturalmente senza traccia di pop) così come per l’impronta vocale – profonda e nel contempo lieve – della bravissima autrice e chanteuse.
Pur non vivendo di osticità ed esercizi volontari o involontari di ermetismo, Tempo di vento non è certo un album immediato; una delle sue caratteristiche più affascinanti, però, è proprio quella di sapersi mantenere in equilibrio tra gli opposti estremi, facendo sì che i suoi undici episodi si incastrino in uno splendido e suggestivo collage elettrocustico dalle tinte per lo più livide, a tratti rock (L’uomo col braccio spezzato, il cui testo è firmato da Giaccone, La mia faccia e Le donne quando restano sole), ma in linea di massima dilatato in ballate tanto soffici quanto intrise di malinconia e inquietudine; emblematico, in tal senso, è l’etereo rifacimento (in italiano) di Famous Blue Raincoat di Leonard Cohen, dove il tessuto strumentale è costituito solo dagli intrecci del pianoforte di Mario Congiu (co-produttore del CD, nonché responsabile di moltissime trame di chitarre, basso e tastiere) e del sax dell’ospite Giaccone. Sulla stessa linea stilistica ed emotiva, ma con sfumature sempre cangianti, si muovono gli altri momenti del disco, esempi non meno espressivi e “sentiti” di una poesia – di parole, è ovvio, ma anche di suoni – capace di penetrare nei recessi più intimi della mente e del cuore: l’iniziale Brigata Partigiana Alphaville e Fuochi I, che si dispiegano fluide in un crescendo di solennità, e la meravigliosa title track, che sposa violoncello e campionamenti; la lunga e mesmerica Aria di Buenos Aires e la drammatica Mostar; la visionaria, recitativa Fuochi II e la vibrante A Donatella, che vede la presenza di Tommaso Cerasuolo ed Elena Diana dei Perturbazione. Il tutto in un’atmosfera fortemente evocativa, all’insegna dei chiaroscuri ma moderata nei contrasti, cui il bianco/nero della foto di copertina funge da elegante biglietto da visita.
Preziosi anche perché rarissimi (c’è davvero da meravigliarsi che in pochi mesi ne siano usciti ben due: l’altro sapete bene qual è), album come Tempo di vento vanno gustati con attenzione e amore, così come si è soliti fare con quelli, attitudinalmente sulla stessa lunghezza d’onda, di artisti quali Nico, Tim Buckley, Leonard Cohen o This Mortal Coil. Cercatelo nelle edicole più fornite e nelle librerie non solo alternative, dove i prodotti mai abbastanza lodati de Il Manifesto godono di buona distribuzione, e non esitate ad effettuare l’acquisto: non capita tutti i giorni di vedersi offrire l’accesso a un mondo così magico e ricco di sentimento con la contropartita di appena dodici biglietti da mille.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.324 del 10 ottobre 1998

Tra le dune di qui
(Beware!)
Era destino che le strade di Lalli e Stefano Giaccone si sarebbero prima o poi ancora incrociate: se non (solo per il momento?) in un ennesimo ensemble sonoro-concettuale come i vari Franti, Environs, Orsi Lucille e Howth Castle, almeno sotto l’egida della stessa etichetta. La label in questione, diremmo ovviamente, è la Beware!, che nella sua originaria incarnazione On/Off aveva già siglato le ultime prove di Giaccone (Corpi sparsi, firmato con Claudio Villiot, e Le stesse cose ritornano, edito con lo pseudonimo Tony Buddenbrook): il marchio più idoneo, non c’è dubbio, a sostenere espressioni libere e intrise di passione, che nulla hanno a che spartire con vuoti trendismi e bieche logiche commerciali e/o promozionali. Al di là del logo, dei comuni percorsi dei due autori e dell’indole per forza di cose intimista delle loro canzoni, a legare Tra le dune di qui di Lalli e Immortali ospiti sono arrivati di Stefano Giaccone non è solo l’ermetismo visionario dei titoli ma anche – molto più prosaicamente – il formato di mini-CD con sei episodi; non album a tutti gli effetti, quindi, ma lavori cui la durata ridotta non sottrae dignità di progetto e capacità di scavare tra le pieghe del cuore e dell’anima: prerogative che, d’altronde, appartengono alle suddette opere di Giaccone così come a quel Tempo di vento con il quale Lalli aveva manifestato con straordinarie intensità e ispirazione la propria urgenza di tradurre in poesia musicata i sentimenti, i ricordi, le emozioni e i fantasmi che da sempre ne seguono i passi.
Tra le dune di qui dichiara esplicitamente la sua diretta discendenza dall’album dello scorso anno, e sottolinea tale rapporto riproponendo le già splendide Le donne quando restano sole e A Donatella, qui arrangiate con maggior cura del dettaglio ma non meno profonde e struggenti: interpretazioni molto diverse da quelle di Tempo di vento (“vestite di altri colori”, per dirla con la stessa Lalli), che fanno emergere prepotentemente il dato che la cantante e i bravissimi strumentisti accompagnatori – in buona parte gli stessi dell’album: Mario Congiu, Enrico Manera, Luca Morena, Piero Salizzoni e Riccardo Torri – sono ormai una vera band, cementata da qualcosa che va ben oltre il semplice suonare assieme. E l’impressione di assoluta intesa tra i musicisti è confermata da Tra le dune di qui e Terra vista dalla Luna, dove l’Arte evocativa di Lalli assume connotati più orecchiabili senza per questo perdere in solennità e spessore, e dai due splendidi rifacimenti anch’essi inediti: l’etereo, dolcissimo Shoe In del gruppo americano Secret Stars e l’aggraziatamente drammatico Hotel Supramonte di Fabrizio De André, quest’ultimo inciso dal vivo e relegato al ruolo di traccia fantasma per non offrire il fianco ad eventuali accuse di speculazione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.353 del 25 maggio 1999

All’improvviso,
nella mia stanza
(Il Manifesto)
Per qualche bizzarro gioco di coincidenze, i dischi di Lalli vedono sempre la luce in quasi-contemporanea a quelli – peraltro più frequenti – del suo ex compagno nei Franti (e non solo), Stefano Giaccone: è accaduto con il memorabile esordio Tempo di vento del 1998, all’epoca insignito del nostro “Premio Fuori dal Mucchio”, uscito a un mese di distanza da Le stesse cose ritornano; è risuccesso con il mini Tra le dune di qui (1999), pubblicato praticamente “in parallelo” a Immortali ospiti sono arrivati; è capitato ancora adesso con All’improvviso, nella mia stanza, edito poche settimane dopo Tutto quello che vediamo, con il quale la cantante/autrice piemontese si ricongiunge all’etichetta de Il Manifesto dopo la parentesi Beware!.
Rispetto ai predecessori, quest’ultimo capitolo solistico – nove brani per quarantatré minuti di durata: un album vero e proprio, al di là di ciò che di primo acchito potrebbe far ritenere il prezzo “politico” – offre una sola, pur importante, novità: una decisa rivoluzione in seno all’organico che ha portato al fianco del solo superstite – il chitarrista e compositore Pietro Salizzoni – collaboratori occasionali e (più o meno) fissi, per un morbido e pacato intrecciarsi di tastiere e contrabbasso, di archi e percussioni, di assortiti strumenti etnici; un vestito più raffinato ma nient’affatto ridondante, insomma, per una forma-canzone ricca di garbo e impeto espressivo, resa particolarmente personale e carica di suggestioni da una voce leggera ma potente e dal notevole spessore poetico dei testi. Ecco così sfilare tenui ballate che sembrano provenire da un mondo ben più puro di quello nel quale siamo purtroppo costretti a vivere, da una dimensione temporale che rinnega frenesia e nervosismo, da una sfera emotiva dove malinconia e disagio solo strumenti di riflessione e crescita interiore e non zavorre che trascinano in cupi baratri; ballate costruite su storie e su ricordi, incantesimi lirico-sonori che cullano e accarezzano dolcemente tra aggraziate esplosioni di intensità e attimi di mesmerica “sospensione”.
Non tutto è però impeccabile, in questo quadro che si direbbe perfetto: sia a causa di alcuni eccessi di leziosità in sede di arrangiamento, mai davvero stucchevoli ma sufficienti a dare una lieve impressione di artificio, e sia per le traccia di debolezza nella scrittura avvertibile soprattutto negli ultimi episodi, nel complesso un po’ statici; due piccoli limiti dei quali ci si può accorgere confrontando la versione “riveduta e corretta” di Tra le dune di qui con quella originale contenuta nell’omonimo mini, oppure la relativa uniformità di La fiaba di Nushe, Inverni o Ballo lento con l’autentica magia di Chenini e soprattutto Samira piccola. Due pezzi, questi ultimi, che assieme a Stella e Testa storta ribadiscono la piena legittimità dell’inserimento di Lalli tra le più ispirate e carismatiche protagoniste della miglior canzone d’autore al femminile. È tuttavia un dato di fatto che in All’improvviso, nella mia stanza la voce e le parole risultino più attraenti e interessanti di una scaletta che magari avrebbe tratto giovamento dall’eventuale apertura ad altri contributi compositivi e dall’inserimento di un paio di cover in sintonia; certo, i risultati rimangono eccellenti per profondità e forza evocativa, ma la sensazione che Tempo di vento – più scarno, più crudo, a tratti più “rock” – possegga un valore aggiunto è difficile da scacciare. Per Lalli, insomma, un album senza dubbio in grado di strappare applausi sinceri e calorosi ma non di raggiungere i vertici – inarrivabili? – di quel primo, stupefacente capolavoro. Un disco bellissimo, comunque, per innamorarsi del quale bisognerà solo mettere a tacere la ragion critica e cercare di dimenticare che da enormi poteri derivano altrettanto grandi responsabilità.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.526 del 25 marzo 2003

Èlia
(Il Manifesto)
C’è una certa corrispondenza tra i contenuti di quest’album di Lalli – il terzo “solistico” propriamente detto, non contando il mini Tra le dune di qui – e la copertina, la prima piena di colori in una galleria grafica che finora aveva fatto ricorso solo a immagini in bianco/nero o comunque tutt’altro che vivaci: quasi a voler annunciare subito, insomma, l’aria nuova che si respira nella musica dell’ex voce femminile dei Franti (e di loro svariati progetti satellite), qui affiancata – come nel precedente All’improvviso nella mia stanza, del 2003 – dal chitarrista/coautore Pietro Salizzoni. Un legame sempre più saldo, al punto che il titolo del disco è in pratica anche la dominazione adottata dal duo.
Rispetto al penultimo lavoro, Èlia appare più equilibrato e “compiuto” nei suoi splendidi arrangiamenti elettroacustici (da sottolineare gli ottimi interventi della tromba di Giorgio Li Calzi) e più accattivante nel mood, grazie soprattutto a una Lalli che, senza rinunciare alla sua inconfondibile profondità, sa essere più distesa e serena, ugualmente magnetica seppure meno drammatica nell’interpretare testi dal notevole spessore poetico. Nove brani che scorrono fluidi a dispetto dell’accurata opera di cesello ma che riescono sempre a catturare cuore e attenzione, attraversati e cullati da un’emotività intensissima e allo stesso tempo carezzevole, così come resi ancor più autorevoli da una “letterarietà” mai severa: fra riferimenti illustri (il Cesare Pavese della lieve I gatti lo sapranno, la Marguerite Duras della più malinconica Una lettera per me), adattamenti in italiano (Né il sole, la luna, nemmeno io del brasiliano Lenine) ed episodi del tutto autografi dal retrogusto folk-jazzy, la cantante e autrice torinese si conferma insomma più che mai talento raro e prezioso, forse troppo autentico – e raffinato, e visceralmente suggestivo, e interiormente ricco – per poter aspirare a una platea davvero più ampia di quella – d’élite, nell’accezione migliore del termine, anche se in crescita – che ha finora meritatamente conquistato.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.621 dell’aprile 2006

In concerto
(Felmay)
Già voce (assieme a Stefano Giaccone) degli indimenticabili Franti e di varie altre esperienze musicali e antagoniste fiorite nella sua Torino, Marinella Ollino in arte Lalli ha da alcuni anni trasformato quella che in origine era una carriera a suo nome nel progetto Èlia, condiviso con il chitarrista Pietro Salizzoni. A seguire di sei anni l’unico album di studio è ora giunto nei negozi questo live che mette in fila tredici brani registrati nell’aprile del 2007: un bel biglietto da visita, certo tardivo ma sempre attuale, all’insegna di un rock d’autore di grandi raffinatezza e forza evocativa, con splendidi brani originali affiancati a riletture in sintonia (Fito Páez, Nico, De André, Tenco). Tutto bellissimo, ma non sarebbe ora di confezionare un nuovo disco?
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.696 del luglio 2012

Annunci
Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

Navigazione articolo

Un pensiero su “Lalli (1998-2007)

  1. Paolo Stradi

    Artista straordinaria, troppo “alta” per poter piacere a tanti. Forse, forse, in un’altra epoca. Anche attrice di pregio in un film anch’esso non per tutti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: