Stefano Giaccone (1998-2006)

Torinese nato a Los Angeles, classe 1959, Stefano Giaccone è un autentico eroe underground, come dimostrano le tante storie di musica da lui messe in fila, a partire da quella cruciale dei Franti. È del 1998 l’avvio della sua attività (più o meno) da solista ed è proprio questa che voglio qui celebrare recuperando le mie recensioni pubblicate dal 1998 al 2006, che se non erro dovrebbero coprire tutti i dischi usciti fino ad allora. In seguito, Stefano ha arricchito la sua produzione con altri titoli dei quali non mi sono però occupato; direi però che la mia parte l’ho fatta, no?

Corpi sparsi
(On/Off)
Corpi sparsi è documento integrale dell’omonimo spettacolo che il sassofonista, bassista e cantante Stefano Giaccone (Franti, Environs, Orsi Lucille, Howth Castle, Banda di Tirofisso, Kina) e il tastierista Claudio Villiot hanno proposto tra il 1995 e il 1997 nei teatri di svariate città d’Italia. Elaborato nella forma di un atto unico di cinquanta minuti, l’album è una brillante, atipica incursione nei meandri di un suono visionario ma non allucinato, dove i riferimenti anche espliciti al jazz colto, alle tradizioni popolari e a certa avanguardia sono sublimati in un insieme sonoro di straordinaria intensità: merito delle musiche, così fluide e vive a dispetto delle loro strutture non proprio lineari, e merito dei testi, splendidi sia quando la nuda recitazione non è forse alla loro altezza in termini di forza suggestiva e sia nei (pochi) momenti in cui Giaccone li distende in abbozzi più o meno enfatici di canto (la Dove degli Ishi, Casina sola). Album spesso e imponente, lirico fino a stordire l’anima e nel contempo intriso di contenuti poeticamente “antagonisti”, Corpi sparsi ha bisogno solo di un ascolto attento per rivelarsi in tutta la sua esuberante espressività: magari un po’ cupa, magari a tratti inquietante e magari di rado immediata, ma sempre in grado di rivelare i colori sgargianti che si celano sotto la coltre di grigio che sembra avvolgerla.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.290 del 27 gennaio 1998

Le stesse cose ritornano
(On/Off)
Stefano Giaccone è da oltre quindici anni figura di spicco dell’underground autoctono, ma per ragioni che non ci siamo preoccupati di approfondire questo suo Le stesse cose ritornano – atteso, vero esordio solista dell’ex Franti, Environs, Howth Castle, Kina, Orsi Lucille, Ishi e quant’altro – è uscito a nome Tony Buddenbrook e sotto l’egida della stessa On/Off che già marchiò il Corpi sparsi firmato assieme a Claudio Villiot; quest’ultimo dato ci fa sapere che purtroppo non si è chiuso, come da noi invece apertamente auspicato, l’accordo con il Consorzio Produttori Indipendenti, che aveva mostrato interesse a pubblicare il CD nella collana “Taccuini” e quindi a garantirgli una promozione e una distribuzione adeguate al suo spessore artistico. Scarno ma affascinante nelle strutture sonore, recitato più che cantato, ricco di riferimenti colti e senza dubbio carico di significati catartici (non a caso la sua lavorazione si è protratta a singhiozzo per circa un triennio), Le stesse cose ritornano è un album di intensissima, struggente poesia musicata, la cui eleganza non stride con le soluzioni spesso scabre da cui è alimentata e di cui si alimenta; un’opera che, come fosse dotata di volontà autonoma, ha scavato nel profondo dell’animo del suo autore estraendone suggestioni e pensieri per lo più cupi ma vivi e importanti, quasi privi di supporto ritmico ma rivestiti da intrecci eterei di chitarre acustiche e violoncello cui sporadicamente si affiancano sax, tastiere e qualche accenno elettrico ed elettronico. Un incontro ideale, insomma, di Nick Drake, John Cale e Claudio Lolli, peraltro allestito con linguaggi melodici e amelodici che mai danno l’impressione del “vecchio”, per dodici momenti – non tutti definibili come canzoni nel senso convenzionale del termine – che possono risultare ostici solo per quanti non hanno la sana e dolorosa abitudine di cercare in se stessi domande oltre che risposte; momenti che danno vita ad una raccolta di visioni e immagini di conturbante, obliqua malia, figlia di quel “male di vivere” nel quale non è sempre bello crogiolarsi ma dal quale è facile trarre ottimi insegnamenti.
Introspettivo e “politico” senza cadute nella retorica, sussurrato ma potente come un urlo, intriso di sofferenza ma (inconsapevolmente?) fiducioso in un domani migliore, Le stesse cose ritornano è la voce di una generazione – anzi, di più generazioni – che senza pretesa di ottenere risultati cerca di svegliare le troppe coscienze intorpidite. Una voce forte, autorevole ed orgogliosamente fuori dal coro, che chiunque dovrebbe provare almeno per un po’ ad ascoltare. Magari più con il cuore che non le orecchie.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.319 del 16 settembre 1998

Immortali ospiti sono arrivati
(Beware!)
Era destino che le strade di Lalli e Stefano Giaccone si sarebbero prima o poi ancora incrociate: se non (solo per il momento?) in un ennesimo ensemble sonoro-concettuale come i vari Franti, Environs, Orsi Lucille e Howth Castle, almeno sotto l’egida della stessa etichetta. La label in questione, diremmo ovviamente, è la Beware!, che nella sua originaria incarnazione On/Off aveva già siglato le ultime prove di Giaccone (Corpi sparsi, firmato con Claudio Villiot, e Le stesse cose ritornano, edito con lo pseudonimo Tony Buddenbrook): il marchio più idoneo, non c’è dubbio, a sostenere espressioni libere e intrise di passione, che nulla hanno a che spartire con vuoti trendismi e bieche logiche commerciali e/o promozionali. Al di là del logo, dei comuni percorsi dei due autori e dell’indole per forza di cose intimista delle loro canzoni, a legare Tra le dune di qui di Lalli e Immortali ospiti sono arrivati di Stefano Giaccone non è solo l’ermetismo visionario dei titoli ma anche – molto più prosaicamente – il formato di mini-CD con sei episodi; non album a tutti gli effetti, quindi, ma lavori cui la durata ridotta non sottrae dignità di progetto e capacità di scavare tra le pieghe del cuore e dell’anima: prerogative che, d’altronde, appartengono alle suddette opere di Giaccone così come a quel Tempo di vento con il quale Lalli aveva manifestato con straordinarie intensità e ispirazione la propria urgenza di tradurre in poesia musicata i sentimenti, i ricordi, le emozioni e i fantasmi che da sempre ne seguono i passi.
Immortali ospiti sono arrivati presenta uno Stefano Giaccone in veste più che mai “cantautorale”: la struttura prettamente acustica, la registrazione in presa diretta e soprattutto la scelta dei pezzi dicono infatti di una dimensione espressiva poco aperta a contributi esterni, in apparente antitesi con il fatto che il CD è accreditato non solo all’ex-Franti ma anche ai Pulpoomas (alias Elena Diana e Gigi Giancursi dei Perturbazione, che hanno arricchito l’insieme con violoncello, chitarre, percussioni e cori). Una dietro l’altra sono dunque allineate una So che un giorno di Ivan Della Mea arrangiata quasi alla John Cale; una Oggi è diverso, unico brano a firma Giaccone, che sposa disillusione, malinconia e voglia di denuncia su un semplice e ruvido tappeto di chitarra acustica; uno scarno e melodiosissimo frammento di Song To The Siren di Tim Buckely; una delicata One Step Up di Bruce Springsteen; una inquietante, spigolosa Vedi di Paolo Manera; una bellissima Vent’anni di galera estratta dal primo repertorio di Mauro Pelosi, cantautore “dimenticato” degli anni ‘70. Da segnalare, però, che Stefano non ha accantonato l’amore per le soluzioni “devianti”, come So che un giorno e Vedi non mancano di evidenziare: e l’immagine che si materializza dai solchi è quella di un musicista e un uomo che vuole solo continuare ad essere se stesso, e a dispensare la sua particolare sensibilità agli spiriti ricettivi al messaggio dell’anima. Un disco per pochi, insomma? Sebbene la sua impostazione “antica” (ma non è meglio “senza tempo”?) e la sua sobria ma sanguigna bellezza facciano propendere per una risposta affermativa, ci ostiniamo a credere che il pubblico in grado di coglierne il valore e il senso sia più numeroso di quanto la superficialità e la velocità di questi tempi cinici e bari inducano purtroppo a pensare. Trovare concreto sostegno alle nostre convinzioni, non possiamo negarlo, ci darebbe ulteriore carica per proseguire nelle nostre battaglie donchisciottesche.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.353 del 25 maggio 1999

The Difficult Land
(Beware!)
Ha consacrato da tempo tutto se stesso all’espressione anche ruvida della propria interiorità più nascosta e sofferta, Stefano Giaccone, che dopo il capitolo inaugurale di un anno e mezzo fa (Immortali ospiti sono arrivati, sempre per la Beware!) prosegue la trilogia Il colore azzurro con The Difficult Land, omaggio al misconosciuto poeta scozzese Edwin Muir anch’esso organizzato nel formato del mini-CD con sei tracce. Sulla spinta del trasporto per l’opera di questo autore, che nelle note è definito “la speranza, l’irresoluta forza del fare con ogni scheggia, detrito, diamante e nuvola, un canto alla propria umanità riconoscendola nell’angoscia e nella gioia di chi vive con noi nel Luogo Angusto”, Giaccone ha composto la title-track e avvalendosi quasi solo della sua chitarra ha costruito altre due canzoni (L’amore riunirà e Song 2) attorno alle traduzioni in italiano di altrettante poesie di Muir, dando vita a un acquerello dalle tinte piuttosto livide cui i tre episodi recitati/declamati conferiscono un ulteriore tocco di stralunata inquietudine. Insomma, un piccolo oggetto d’arte non privo di un suo fascino ombroso, da valutare globalmente e non solo per quanto riguarda gli aspetti musicali; in ogni caso, un disco per una platea ristretta e particolare di fruitori, senz’altro da sconsigliare a rocker impenitenti e poveri di spirito.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.442 del 15 maggio 2001

Tutto quello che vediamo
è qualcos’altro
(Santeria)
A un paio d’anni dall’ultimo lavoro, Stefano Giaccone torna a far parlare di sè con un nuovo CD che non è l’ultimo atto della trilogia di mini Il colore azzurro (inaugurata da Immortali ospiti sono arrivati e proseguita, appunto, con The Difficult Land) e nemmeno Una canzone senza finale, l’atteso tributo ai cantautori italiani realizzato assieme a Mario Congiu. Tutto quello che vediamo è qualcos’altro è, invece, una raccolta di undici brani – più la breve ma significativa Intro recitata, perfetta per entrare in atmosfera – che ruotano attorno a tre temi-chiave: gli incontri con musicisti britannici come Dylan Fowler e Clive Painter (Broken Dog), conosciuti in quel Galles dove il Nostro si è da un po’ trasferito; le partenze per l’Italia e nello specifico per la Torino che tanti anni lo ha ospitato, allo scopo di mantenere saldi i contatti con vecchi amici quali Lalli (co-autrice e co-interprete della splendida Fratello seduto oltre i cancelli), Gigi Giancursi, i membri dei Perturbazione, il pianista Claudio Villiot con cui nel 1995 aveva firmato Corpi sparsi; i rientri intesi come viaggi nella memoria, rappresentati dalla Piccola canzone per Victor Jara composta in onore del grande artista cileno, dal recupero di Canzone urgente degli Ishi (una delle creature generate dallo scioglimento dei Franti) e dall’originale e intensissimo rifacimento di Radici di Francesco Guccini.
Nonostante le diverse ispirazioni di songwriting e il valzer di ospiti che si alternano agli strumenti (in massima parte acustici), l’album ha come punto di forza una estrema coesione ideale e stilistica: benché dotati di una loro precisa identità gli episodi – marchiati da una inconfondibile voce profonda e non priva di sfumature aspre – danno infatti l’idea di essere sfaccettature di un unicum e non momenti a sè. Il quadro globale che emerge dalla scaletta è così quello di una musica di cristallina purezza, un po’ d’altri tempi – seppur personale, l’approccio mostra varie attinenze con le nobili pagine, meglio se oscure, del nostro cantatorato anni ‘70 – e intrisa di malinconia, che sa come rendere i sussurri potenti come grida. E che mette in luce un Giaccone forse meno cupo rispetto al passato, ma non per questo meno autorevole nel conferire corpo sonoro a un’interiorità davvero straripante.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.522 del 25 febbraio 2003

Una canzone senza finale
(Santeria)
Tre album e due mini-CD in sei anni e spiccioli non sono un risultato da poco, soprattutto per gli artisti genuini che si ostinano a concepire la musica come un atto di passione/arte e che cercano di evitare – nel caso specifico, aderendo al criterio dell’abbiamo già dato – l’autoproduzione discografica, preferendo affidarsi alle pochissime strutture indipendenti dotate della necessaria sensibilità. Artisti come Stefano Giaccone, già fulcro (assieme a Lalli) dei mai dimenticati Franti e a partire dal 1998 titolare di una carriera solistica “da cantautore” finora concretizzatasi in Le stesse cose ritornano edito a nome Tony Buddenbrook, nelle prime due parti – Immortali ospiti sono arrivati del 1999 e The Difficult Land del 2001; il terzo capitolo, Alchemetry, è invece ancora inedito – della trilogia di mini Il colore azzurro, nel molto apprezzato Tutto quello che vediamo è qualcos’altro dello scorso anno e adesso in Una canzone senza finale, pubblicato come il precedente dalla Santeria/Audioglobe e co-firmato con Mario Congiu, cantante/chitarrista e produttore noto più per i lavori con Mao, Bandamanera, Lalli, Giancarlo Onorato e altri che non per il suo CD Non sai difenderti, realizzato in regime di autarchia nel 2000. Comunque, due musicisti esperti, due spiriti in qualche modo eletti, due voci fuori dal coro e due grandi estimatori della miglior Canzone Italiana (le maiuscole sono d’obbligo), alla quale quest’album costituisce un particolare e sentito omaggio: dieci dei dodici episodi che lo compongono sono infatti riletture di brani altrui (alcuni famosi, altri oscuri: scelte più di cuore che di mente), mentre gli ultimi due sono contributi autografi – uno di Giaccone, uno di Congiu – che ben si inseriscono nella scaletta senza dar luogo ad alcun tipo di scompenso.
Ecco così scorrere, in un unico flusso di suoni sobri ed eleganti – per lo più pacati ma a tratti (moderatamente) accesi di energia rock – e di emozioni intense, capolavori riconosciuti e famosi come Le storie di ieri di Francesco De Gregori, Lindbergh di Ivano Fossati e Vedrai, vedrai di Luigi Tenco al fianco di pagine non tra le più note di altri mostri sacri come Enzo Jannacci (Il monumento), Francesco Guccini (La canzone della triste rinuncia) e Fabrizio De André (Da mae riva), fino a pezzi di amici torinesi come i Truzzi Brothers (T’ho visto in piazza), La corda di vetro (Perturbazione), Vedi (Paolo Manera) e La mia faccia (Lalli); in mezzo, l’ombrosa ma non opprimente Come mi amerai di Giaccone e la più plumbea Fabbrica di Congiu, a guarnire di ulteriori, affascinanti chiaroscuri un repertorio elettroacustico la cui malinconia – forse contagiosa, ma non opprimente – è enfatizzata dal canto austero ma pieno di sfumature di un Giaccone autorevole e credibile anche nei panni dell’interprete. Certo, la vivacità e le policromie non albergano in questi tre quarti d’ora di atmosfere abbastanza livide, fantasiose negli arrangiamenti giocati su corde, archi e tastiere – ma fatte per scavare nell’animo e non per solleticarne la superficie, ma non importa: la loro profondità e la loro personalità sanno come lasciare il segno, tra rimembranze degli anni ‘70 sani (quelli degli Stormy Six e del Folkstudio, dell’impegno politico e dei valori), concetti spessi e versi toccanti. Altri tempi che è bello ricordare e (ri)vivere, seppure solo nelle suggestioni tanto efficacemente evocate dall’ascolto di queste canzoni davvero d’autore, splendide al di là del peso dei nomi di chi le ha scritte e di chi le ha fatte proprie.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.593 del 28 settembre 2004

Tras os montes
(La Locomotiva)
Dei tanti modi esistenti per proporsi come “cantautore”, Stefano Giaccone ne ha certo scelto uno dei più difficili: un modo di sicuro poco italiano (a dispetto dell’idioma dei testi, che è quello di Dante) e decisamente internazionale, privilegiando le atmosfere avvolgenti e malinconiche, le trame musicali tenui ed evocative e i toni recitati/sussurrati. Non c’è “pop”, insomma, bensì melodie accennate e sospese che vivono del respiro folk-jazz già presente in altri lavori del musicista torinese (compresi quelli dei “suoi” Franti) e al cui perfezionamento ha qui contribuito in modo determinante la perizia dell’arrangiatore britannico Dylan Fowler.
Registrato in Galles, ma comunque legato alla nostra nazione e alle sue vicende specie nei temi affrontati in alcune liriche, Tras os montes è opera ricercata e al contempo brillantemente naïf, figlia di una poetica certo poco solare ma straordinariamente intensa: e nei suoi undici brani, otto autografi e tre cover (Edoardo Cerea, John Doe, 24 Grana), alberga una forza espressiva che a un ascolto attento e partecipe si rivelerà ben più dirompente di quanto facciano pensare, di primo acchito, la notevole dilatazione delle strutture sonore e la “leggerezza” dell’approccio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.621 dell’aprile 2006

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