Prozac+ (1998)

Sono stato un po’ colto di sorpresa, perché proprio non me l’aspettavo, della reunion dei Prozac+, una band che ha segnato profondamente il panorama rock italiano della seconda metà dei ’90: solo due concerti, il 26 maggio al MiAmi di Milano e il 31 agosto all’Home Festival di Treviso, e poi chissà. L’occasione è il ventennale di AcidoAcida, il secondo album del gruppo di Pordenone, che all’epoca ottenne clamorosi consensi di vendite. Benché viaggiassi verso i quarant’anni e i Prozac+ piacessero soprattutto ai gggiovani, il mio appoggio al progetto fu dal primo istante genuinamente entusiastico: intervista e copertina dell’inserto Fuori dal Mucchio per il debutto Testa plastica, intervista e copertina – questa volta del giornale vero e proprio – per AcidoAcida (con replica due anni più tardi per 3Prozac+). Come esimermi, dunque, dal recuperare dall’archivio quanto scritto in quel 1998?

Punk, pop e fantasia
Se ne parlava da così tanto tempo, di questo famigerato secondo album dei Prozac+, che alcuni cominciavano a dubitare che avrebbe visto la luce: il dissesto della Vox Pop/Flying in parallelo all’uscita “fantasma” del CD-singolo Baby, la conseguente necessità di accasarsi presso una nuova etichetta e soprattutto i cambiamenti di indirizzo del mercato rischiavano infatti di rompere per sempre quello che è forse il giocattolo “pop” più ingegnoso, colorato e divertente mai regalatoci dalla scena musicale nostrana, impedendo in tal modo all’indiscussa next big thing del 1996 di diventare, appunto, big. Invece, e almeno un sospiro di sollievo è d’obbligo, il lavoro in questione ha finalmente fatto la sua comparsa sugli espositori dei negozi. Addirittura migliore di come era stato in origine concepito, proprio grazie a quei ritardi imprevisti che hanno dato al gruppo la possibilità di ponderare meglio alcune scelte e aggiungere alla scaletta alcuni brani di più recente composizione.
Nel comodo ufficio messo a disposizione dalla EMI, i Prozac+ sono – tanto per non smentirsi – più euforici e anfetaminici (ehm…) del solito, quasi come sulle assi dei duecento palchi calpestati (e massacrati a furia di salti) dall’uscita di Testa plastica ad oggi. I primi trenta secondi bastano a farmi capire che convertire l’anarchia verbale dei nostri discorsi in una fluida sequenza di domande e risposte sarà un’impresa titanica. Pazienza. Gli occhi di Eva, il piercing di Elisabetta e la simpatica faccia da schiaffi di GianMaria meritano ampiamente qualche ora di fatica in più.

Già all’epoca di Testa plastica, le accuse di essere “venduti” (a non si sa bene chi o cosa) erano all’ordine del giorno. Figuriamoci ora che avete un contratto con la EMI.
È prevedibile che quanti diffondevano queste voci un anno fa continueranno a farlo anche adesso, ma sinceramente non crediamo che l’esserci legati a una multinazionale possa alimentare simili dicerie. Sarebbe stupido, visto che ormai tutti sanno – come d’altronde è dimostrato da tutti i dischi italiani pubblicati nei ‘90 – che le major non costringono i propri artisti a chissà quali nefandezze musicali o di comportamento pubblico. Ci siamo arrivati molti dopo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma finalmente anche da noi il circuito cosiddetto alternativo e il mondo delle multinazionali sembrano aver trovato il terreno d’incontro per lavorare in modo proficuo.

Il passaggio è stato in qualche modo traumatico?
No, anche se all’inizio avevamo comunque parecchia paura del passo che stavamo compiendo. A darci la spinta definitiva è stata la constatazione che non c’erano alternative al di fuori del giro major, visto che con la scomparsa della Vox Pop/Flying le etichette cosiddette “indipendenti” a livello professionale si sono pressoché estinte. Una volta definito l’accordo non ci sono stati problemi, e finora tutto è andato benissimo. Abbiamo totale libertà su qualsiasi aspetto ci riguardi, paradossalmente più di prima: non che alla Vox Pop esercitassero pressioni o controlli, ma l’esistenza di un rapporto personale con chi di fatto gestiva l’etichetta ci portava naturalmente a delegare alcune faccende. Ora, invece, seguiamo tutto in prima persona.

Parliamo della vostra crescita e di come AcidoAcida differisce da Testa plastica.
Quasi una metà dell’album è stata registrata nella scorsa primavera, e secondo noi i pezzi di quelle session – tra cui Piove, Ho raccontato che, Baby e Betty tossica – mostrano già una sensibile maturazione rispetto al passato. Seguono sempre la solita linea Prozac+, ma forse con una minore allegria e una maggiore intensità. Per il resto, se per rispettare le scadenze originarie fossimo entrati in studio all’inizio dell’estate, avremmo inciso il materiale avanzato fino a quel momento, ma il cambio di casa discografica e lo slittamento dell’uscita da settembre/ottobre ‘97 a gennaio ‘98 ci hanno dato il tempo di comporre nuove canzoni che secondo noi sono ancora più riuscite delle altre. Non stridono affatto con le precedenti, ma per molti aspetti ampliano ulteriormente il nostro discorso.

Un sano “rinnovamento nella continuità”…
Sarebbe assurdo negare che AcidoAcida sia la naturale prosecuzione di Testa plastica, del quale riprende il tema di fondo sviluppandone però anche le ombre e le sfumature: un brano come Ics, ad esempio, rientra perfettamente nelle “tradizioni” Prozac+, ma non ne è certo un esempio tipico. In sostanza, però, il gruppo è rimasto fedele al suo stile, non perdendo la sua riconoscibilità: la costruzione dei pezzi è sempre fondata su uno schema strofa-ritornello-variante, con una ritmica piuttosto “pompata” a sorreggerli ed intrecci melodici più o meno bizzarri di voce e chitarra ad innestarvisi sopra. All’inizio i pezzi che sia allontanano dal classico cliché Prozac+ avevano suscitato qualche piccola perplessità, ma quasi subito sono diventati i preferiti di tutti noi: Ics è, se vogliamo, abbastanza inconsueto, e magari colpisce proprio per questo… e d’altronde, anche se le canzoni immediate sono importantissime, avere anche qualche momento un po’ destabilizzante va a vantaggio della godibilità e della longevità di ascolto dell’album.

In ogni caso, l’evoluzione è netta. Proprio in relazione a ciò, che effetto vi fa, oggi, Testa plastica?
Continua a piacerci moltissimo, anche non possiamo non riscontrare che AcidoAcida gli è senz’altro superiore. Testa plastica fotografa alla perfezione il periodo in cui è stato concepito, e sicuramente oggi lo rifaremmo tale e quale. Magari lo cureremmo in maniera differente sotto il profilo della produzione, anche perché il tipo di lavoro messo in atto all’epoca – molto casalingo – era dovuto anche ai problemi di organico che oggi non esistono più.

A proposito di formazione: dal vivo siete in cinque, mentre la vostra immagine è di soli tre elementi.
Il nucleo fisso dei Prozac+ è quello a tre, quello con il quale siamo partiti: Eva, Gian Maria, Elisabetta. Per quanto riguarda i concerti è già da parecchio tempo che il secondo chitarrista e il batterista sono sempre gli stessi, ma questo non significa che facciano effettivamente parte della band.

Per un gruppo rock è un fatto un po’ insolito, non trovate?
Sì, ma rispecchia la realtà della nostra condizione. Abbiamo capito che per molti versi è pericoloso tirar dentro in maniera ufficiale persone delle quali non si è pienamente sicuri. Non è facile lavorare come lavoriamo noi, i ritmi sono abbastanza stressanti e l’impostazione della band non prevede legami stabili con persone che da un giorno all’altro possono stufarsi e andarsene. Detto così sembra un po’ brutto, ma per come è concepito il nostro progetto un rapporto di collaborazione professionale continuativa con musicisti esterni è meglio di una membership a tutti gli effetti.

Pensate che la cosa resterà così per sempre?
Per noi tre i Prozac+ sono qualcosa di più del gruppo in cui suoniamo, e per farne davvero parte bisogna essere un Prozac+, se capisci cosa vogliamo intendere. Se un giorno incontrassimo qualcuno come noi, o se un nostro collaboratore dimostrasse di possedere questa fondamentale caratteristica, non ci sarebbero difficoltà ad allargare il nucleo-base. Anzi, ci farebbe piacere.

Non credete che questa situazione possa in qualche modo fornire appoggio alla nomea di gruppo “costruito a tavolino” che i vostri detrattori vi hanno affibbiato?
Non ci interessa. Quel che possiamo dire è che quando siamo in tour tra di noi non ci sono differenze, e che la nostra ottica di lavoro è quella di un gruppo normale. La verità è solo che, per essere un Prozac+, è necessario un impegno di responsabilità che non tutti sono disposti a concedere. Anzi, il fatto di apparire in tre è il massimo dell’onestà, perché è proprio su tali fondamenta che il progetto è nato e si è via via sviluppato. Il problema è che per reggere uno spettacolo dal vivo con la line-up a tre dovremmo avere una bassista, una cantante/chitarrista e un batterista/cantante, e dubitiamo che i risultati, in termini di potenza e “movimento”, sarebbero efficaci come quelli che otteniamo in cinque. I tre Prozac+ sono comunque un’unità globale.

Una delle cose che più incuriosisce e intriga dei Prozac+ è il costante rischio di essere fraintesi: il giocare con i doppi sensi dei testi, il mantenersi in bilico tra musica accessibile e musica “di rottura”, l’immagine femminile “leggera” in un periodo di assoluto dominio di quella “impegnata”. Voi come la vedete?
Non è semplice rispondere, anche se capiamo perfettamente cosa vuoi dire. Ci rendiamo conto che qualcuno può pensare che i Prozac+ non abbiano il coraggio di prendere una posizione rispetto a determinati argomenti, ma noi siamo convinti che quanti hanno la possibilità di parlare agli altri dal loro pulpito di artisti non debbano cercare di imporre le loro opinioni… e noi, sia per questioni anagrafiche che di esperienza, non ci sentiamo assolutamente legittimati a farlo. Sotto il profilo concettuale, la nostra posizione è netta: non vogliamo dichiarare qualcosa di specifico ma solo raccontare a modo nostro quello che vediamo e che ci colpisce. Perché mai dovremmo dire a qualcuno “prendi droga” o “non prendere droga”, “è bello prendere la droga” o “è meglio non prenderla”, “ci droghiamo” o “non ci droghiamo”? Che diritto ne abbiamo? Siamo sono tre cretini come tutti gli altri che, in più, suonano in un gruppo.

Non è un atteggiamento un po’ qualunquista?
Forse, ma anche estremamente sincero e corretto. Non ci interessa dire “siate rossi” o “siate neri”, ma solo “questa è la nostra musica, se vi va ascoltatela”. Non è leggerezza di approccio, è solo semplicità di vedute. E, se vuoi, anche umiltà.

E in più riuscite anche a porvi in modo ironico.
Senza dubbio l’ironia è una componente fondamentale nel nostro modo di esprimerci e presentarci, e anch’essa rientra nel discorso di prima. L’ironia aiuta a sdrammatizzare. Non abbiamo l’autorità per suggerire al prossimo una linea di comportamento, ma sentiamo di avere il diritto – come del resto dovrebbero averlo tutti – di raccontare quello che succede… e questo, in fondo, è l’obiettivo primario di chi scrive e interpreta canzoni. Noi ci concentriamo soprattutto sul disagio giovanile, sul disagio giovanile che chiunque – indipendentemente dall’età – può vedere e “sentire” per strada. Questa rimane l’ossatura, ma non mancano le varianti: prendi Fenomeno, che analizza la ricerca del “nuovo” a tutti i costi che caratterizza la cultura moderna, o GM, che seppure piuttosto inusuale è una canzone d’amore.

Comunque, per riallacciarci al vostro “mantenervi in bilico”, la storia del rock insegna che di solito chi agisce così rischia di scontentare sia il pubblico standard che quello “alternativi”.
Anche questo depone a favore della nostra onestà di fondo: non cerchiamo di organizzare la nostra carriera in modo ruffiano, né facciamo calcoli di convenienza: ma facciamo quel che ci va e ci sentiamo di fare senza pensare a mode da seguire o trend da cavalcare. È ovvio, però, che tra due strade artistiche per noi equivalenti potremmo anche scegliere quella che sembra offrire maggiori chance di “vendibilità”. Non si tratta di scegliere tra impegno e non-impegno, che è una cosa ben diversa: noi non ci poniamo affatto il problema e ci limitiamo a seguire la nostra indole. E poi, non per fare polemiche, ma non ci pare che nell’ambito del rock italiano ci siano tutti questi artisti davvero impegnati.

Di sicuro, nella vostra ascesa, siete stati aiutati dalla presenza in organico di due ragazze carine e appariscenti.
Certo, e non c’è nulla di cui vergognarsi. Sicuramente se fossimo stati tre omoni villosi avremmo attirato meno l’attenzione, ma per quanto riguarda il nostro modo di comportarci e di rapportarci all’esterno il sesso dei componenti non ha alcuna rilevanza.

Negli anni ‘70 , a parte le frange meno ottuse dei punk, il pubblico rock avrebbe odiato un gruppo come voi…
Hai detto bene: negli anni ‘70. E’ per questo che i Prozac+ sono nati a metà anni ‘90.

Veramente è accaduto ora perché, e non c’é nulla di male, nel 1977 non andavate neppure all’asilo.
Sì, ma quello che volevamo dire è che per forza di cose i Prozac+ sono il prodotto di questi tempi. Se vuoi ne riflettiamo anche le contraddizioni, ma in in qualche modo ci sentiamo anche di esserecontro un certo stato di cose.

Nel senso?
Nel senso che le nostre canzoni sono dirette, semplici, senza troppe mediazioni, un po’ come accadeva con il punk delle origini. In un mondo dove tutti mirano a presentarsi come Artisti con la A maiuscola, noi ci vantiamo di essere artisti con la a minuscola. Comunque non siamo un esemplare unico, parlando con tanti colleghi ci siamo resi conto di non essere i soli a considerare la musica per quello che è: in primo luogo un prodotto sonoro, i cui annessi e connessi sono soltanto un accompagnamento secondario.

Avete valutato la possibilità di partecipare al Festival di Sanremo?
No, assolutamente. Ma non a causa del “Sanremo” come concetto astratto, ma solo perché, come puoi facilmente comprendere, non ci riconosciamo affatto nel genere di proposte che vi vengono presentate. Se cominciassero a parteciparvi gruppi validi e attitudinalmente vicini a noi, non ci tireremmo certo indietro.

Quest’anno ci hanno provato in parecchi, ma per le band di area alternativa il “Sanremo Giovani” è stata una autentica debacle.
Vedi? Noi non abbiamo neppure tentato e non ci interesserebbe neanche farlo, ma nonostante ciò continuiamo a essere ritenuti meno “seri” di altri che, pur provenendo dal nostro stesso giro, non si sono fatti scrupoli e hanno cercato di sfruttare l’occasione.

Dal punto di vista promozionale, però, cambierà qualcosa nel vostro modo di gestirvi?
No, i nostri canali dovrebbero sostanzialmente rimanere gli stessi di sempre: innanzitutto i concerti dal vivo, e poi un po’ di TV “mirata” e le radio che vorranno trasmetterci. Fortunatamente le cose stanno cambiando e ci sono più occasioni di farsi vedere e sentire, mentre fino a pochissimi anni fa era quasi impensabile che il rock emergente godesse di spazi a livello ufficiale.

Ora che le vostre esperienze sono notevolmente aumentate, siete in gradi di tracciare un identikit del vostro pubblico-tipo?
È talmente vario che non sapremmo proprio indicare un modello definito, e d’altronde non abbiamo mai fatto nulla che fosse finalizzato a garantirci i favori di questa o quella categoria. Ci siamo sempre limitati a scrievre canzoni che ci sembrava potessero piacere a chiunque.

Comunque si tratta di giovani.
In linea di massima sì, ma non è proprio un pubblico di ragazzini. Magari i più piccoli hanno anche sedici anni, ma si arriva tranquillamente fino ai venticinque. E poi c’è una ridotta ma affezionatissima percentuale di over 30 che ci segue perché gli ricordiamo il punk del ‘77.

Pensate che i Prozac+ abbiano ciò che occorre per poter durare a lungo?
Ce lo domandiamo spesso anche noi, ma finora non siamo stati in grado di trovare una risposta. Noi crediamo in quello che facciamo e riteniamo di avere abbastanza spessore per sopravvivere ai capricci del mercato, ma considerando quanti fattori esterni possono influire sulla cosa, qualsiasi previsione sarebbe inevitabilmente azzardata: il futuro, si sa, è un po’ il punto dolente dell’essere musicista. Oggi come oggi possiamo solo dire che i Prozac+ dureranno finché dureranno, ma è ovvio che speriamo di avere davanti una carriera lunga. E, soprattutto, coerente con i principi sui quali è stata avviata.

In passato avete sempre dichiarato di avere un rapporto un po’ conflittuale con la vostra città. Le cose, nel frattempo, sono migliorate?
In verità i rapporti con Pordenone non sono strettissimi, ma qualche segnale indica che forse c’è stato un certo progresso. Per adesso è solo un vago sentore che attendiamo di verificare in occasione del concerto del prossimo 8 febbraio: forse Pordenone si è abituata all’idea, magari anche grazie al concerto di supporto agli U2 che ci ha conferito una sorta di “patente di ufficialità”. Noi però continuiamo a considerarci una realtà provinciale, staccata dal resto dell’ambiente rock. Forse è per questo che siamo originali, o quantomeno vantiamo una personalità grazie alla quale non ricordiamo precisamente nessun altro. Visto come vanno le cose al giorno d’oggi, però, non è detto che questo sia un vantaggio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.288 del 13 gennaio 1998

AcidoAcida
(EMI)
I detrattori, inutile negarlo, si aspettavano un secondo Testa plastica: un album in tutto e per tutto uguale al precedente che consentisse di affermare come i Prozac+ fossero ormai destinati a un declino rapido quanto la loro fulminea ascesa. Come sarebbe stato bello, per certi miei colleghi abituati a considerare la (presunta) novità o la presunta “correttezza politica” dei fenomeni musicali più del loro spessore, poter stendere l’epitaffio per una band lontana da ogni italico cliché “pop” al punto di risultare quasi scomoda. Persino imbarazzante, se si considera come il successo dell’ensemble di Pordenone – finora minimo nelle vendite, a causa di problemi di scollamento tra la vecchia etichetta e la vecchia struttura distributiva, ma notevolissimo a livello di concerti e di diffusione del nome – sia stato raggiunto grazie ad una formula sonora e di immagine apparentemente leggera, frivola e ripetitiva.
Invece, tanto per non smentire la loro fama di bastian contrari, GianMaria, Eva e Elisabetta hanno fatto addirittura più di quanto si pretendesse, realizzando un album che senza soffocare l’esuberante freschezza dell’esordio arricchisce il loro stile di nuovi elementi ed ulteriori motivi di stimolo. A prescindere dalle considerazioni squisitamente tecniche (l’accresciuta autorevolezza del canto, il miglior coordinamento basso/chitarra, il superiore equilibrio in sede di produzione), AcidoAcida segna infatti un netto passo in avanti al raffronto con il suo già ottimo predecessore, mostrando un gruppo più maturo e consapevole sotto il profilo melodico e più smaliziato nello sfruttare – sempre in modo del tutto naturale – le sue doti più incisive: l’obliqua orecchiabilità delle strutture armoniche, il gusto nemmeno tanto sottile per il doppio senso (vedi ad esempio il singolo apripista Acida, anche in tale ambito un piccolo capolavoro), la capacità di giocare con i luoghi comuni e di creare immagini fascinosamente policrome, un’ironia che gli consente di affrontare in modo anticonvenzionale e brillante anche argomenti-trappola quali l’amore e la dipendenza da droga (le graffianti GM e Betty tossica, entrambe cantate da GianMaria). Il tutto senza dimenticare l’ormai proverbiale “power-pop-punk veloce, melodico e decisamente antidepressivo” sul quale la formazione ha edificato le sue fortune (alcuni dei nuovi potenziali hit? Oltre ad Acida, già citato, Prato, Piove, Piango, Baby, Ho raccontato che e Fenomeno), indirizzato però anche verso toni più morbidi, ipnotici ed evocativi: eloquenti i casi di Ics e Quando mi guardo, due episodi tra i più riusciti dell’intera raccolta.
Non cambieranno il corso del rock, i Prozac+, ma hanno senz’altro le carte in regola per incrinare gli schemi vetusti e le squallide convenzioni di tanta “musica di consumo” italiana. Chi avesse voglia di divertirsi (e non solo…), faccia una capatina nella loro allucinata, coloratissima wonderland.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.288 del 13 gennaio 1998

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