Quintorigo (1999-2003)

Il Festival di Sanremo è da ieri in pieno svolgimento e oggi l’amico Riccardo De Stefano mi ha ricordato di quando all’edizione di diciannove anni fa all’Ariston sbarcarono gli alieni, nelle persone dei Quintorigo. Qui ne “L’ultima Thule” avevo già recuperato una lunga, illuminante intervista del 2003, ma perché negarvi il piacere di (ri)leggere quanto scrissi in tempo reale dei primi tre album della band romagnola, in cui il ruolo di frontman era rivestito da quel geniaccio – chi ritiene che il titolo sia eccessivo, vada ad ascoltare le sue prove da solista – di John De Leo? La carriera dei Quintorigo originali si chiuse con questi tre dischi. Cioè, no, a voler essere precisi fu suggellata da un CD live, Nel vivo, pubblicato nel 2004 solo in allegato al “mio” Mucchio Extra; cosa della quale, non ho problemi ad ammetterlo, vado tuttora molto orgoglioso.

Rospo
(Universal)
Sul palco di Sanremo i Quintorigo hanno fatto un figurone, per meriti propri e non grazie alla sciatteria del 90% della concorrenza: riconoscimenti, in ogni caso, loro tributati dalla critica più attenta e non dal grande pubblico, rimasto spiazzato dalla inquietante presenza di John De Leo, invasato e geniale contorsionista della voce, e dalla canzone atipica e destabilizzante – vedi ad esempio l’isolato gracidio del finale, da molti scambiato per un rutto – che dà anche il nome a questo primo album del gruppo.
Non c’è nulla, nel quintetto romagnolo, che non dia una forte impressione di originalità: si pensi all’apparato strumentale, comprendente sassofono, violino, violoncello e contrabbasso; allo stile, dove musica classica, jazz e soul/rhythm’n’blues sono amalgamati in un impasto dai connotati tendenzialmente pop; alle liriche piuttosto visionarie, in linea con titoli anch’essi ben poco convenzionali quali Kristo Si!, Nero vivo, Sogni o bisogni?, Momento morto o We Want Bianchi; alla coraggiosa scelta di interpretare, oltretutto con eccellenti risultati, un pezzo in teoria fuori tema come Heroes di David Bowie. In estrema sintesi, un lavoro ricco di fantasia, appeal melodico e vivaci contrasti, che spicca nella standardizzazione della scena italiana ufficiale. Buon per quanti sapranno riconoscere il principe nascosto dietro l’apparenza di rospo.
Tratto da Rumore n.87 dell’aprile 1999

Grigio
(Universal)
Un anno e mezzo dopo Rospo, che aveva senza dubbio costituito una delle più belle sorprese del 1999 e aveva aperto al quintetto di Lugo di Romagna le porte di una meritatissima notorietà non solo “di culto”, i Quintorigo sono appena ritornati con un secondo album sempre marchiato Universal e sempre caratterizzato da un titolo telegrafico. Naturalmente, le analogie tra i due dischi non si fermano qui: l’organico vanta infatti la stessa, atipica struttura sassofono-violino-violoncello-contrabbasso con l’inconfondibile canto di John De Leo a fungere da fulcro, così come nella scaletta di dieci episodi non mancano lo strumentale filo-jazzistico con contributo di lusso (lì i tamburi di Roberto Gatto in We Want Bianchi, qui la tromba di Enrico Rava in Precipitango) e la rilettura personalizzata di un classico del rock (all’epoca Heroes di David Bowie, adesso Highway Star dei Deep Purple). Un nuovo quadro ricco di sfumature policrome, insomma, dal quale emergono però anche elementi inattesi: ad esempio il fascinoso reggae di La nonna di Frederick lo portava al mare, l’omaggio alla colonna sonora di Lola Darling di Spike Lee e l’eccentrica Zara, costruita solo con le sovraincisioni delle mille voci dello straordinario De Leo; per il resto, episodi come la title track, Malatosano, Egonomia e Causa vitale ripropongono l’estrosa magia dei Quintorigo, mettendo in luce – cosa che peraltro fa l’intero lavoro – un parziale accantonamento degli spunti acidi e spigolosi a favore di soluzioni appena più morbide e avvolgenti. E dando gradita conferma delle notevoli doti di una band comprensibile da tutti, a dispetto del linguaggio utilizzato per raccontare il suo strano mondo di suoni, visioni e allucinazioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.410 del 19 settembre 2000

In cattività
(Universal)
Dal giorno dell’esordio discografico con l’ormai mitico Rospo – la cui title track, lo si ricorda, fu presentata al Festival di Sanremo del 1999 – sono in parecchi a chiedersi cosa facciano i Quintorigo nel catalogo di una major: non che ci sia nulla di male, ma considerando quali siano le strategie del mercato “pop” nostrano c’è davvero da stupirsi che una presenza musicale così atipica e per certi versi destabilizzante goda dell’appoggio di una struttura discografica ufficiale. Non c’è affatto da meravigliarsi, invece, che un musicista sensibile e fuori dagli schemi come Ivano Fossati abbia voluto manifestare la propria stima per la band romagnola, ospitandola nel suo Lampo viaggiatore e prestando la sua voce a due brani di questo In cattività (uno dei quali, Dimentico, da lui anche firmato): una sorta di certificato di ammissione tra i nomi “che contano” dell’Italia delle sette note, utilissimo per zittire una volta per tutte quanti vedono nell’ensemble solo una stravagante curiosità.
Al di là dell’illustre contributo, a illuminare in via definitiva sullo spessore dei Quintorigo provvede, tre anni dopo Grigio, questo terzo CD: una surreale e brillante incursione in un territorio che non è rock, pop, canzone d’autore, avanguardia o classica, ma è tutto questo assieme in un fascinoso inseguirsi di arrangiamenti imprevedibili (valga come esempio l’assurda e geniale U.S.A. e getta, dal taglio bandistico) e di strutture più o meno sghembe, con la voce camaleontica di John De Leo – che canta, urla, recita, emette gridolini striduli e talvolta persino rantola – a conferire all’insieme un aspetto ancor più singolare e inconfondibile. C’è metodo, nell’apparente follia dei Quintorigo: lo afferma il loro approccio alle cover (una straordinaria Clap Hands di Tom Waits e le altrettanto allucinati Night And Day e Darn That Dream, due classicissimi “oldies”), il loro rigore espositivo e concettuale, il loro consapevole desiderio di spingersi oltre il già sentito: basti pensare allo stravolgimento operato su Deux heures de soleil (già in Rospo) e soprattutto ai dieci minuti di Raptus, mini-suite in tre movimenti a sfondo letterario che è forse quanto di più coraggioso e fuori (nel senso positivo del termine, va da sè) sia stato finora realizzato dal quintetto.
Album deviante e psicotropo, In cattività, e magnificamente diverso. Anche considerandolo uno sterile esercizio intellettuale – cosa che noi, sia chiaro, non facciamo – sarà impossibile disconoscerne la creatività e lo straripante carisma.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.527 del 1° aprile 2003

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