The Jet Black Berries

Giorni fa mi è stato segnalato che sul blog “Bordel do rock” si parlava degli oggi dimenticati (non che all’epoca fossero popolari, ma ci siamo capiti) Jet Black Berries, notando con stupore che nemmeno ne “L’ultima Thule” c’era qualcosa su di loro. Rimedio allora adesso recuperando le recensioni di due dei tre album pubblicati dalla band di Rochester negli anni ’80 (il terzo si intitola Animal Necessity, ma su Velvet non me ne occupai io; vale comunque anch’esso), come al solito con una certa sofferenza: la mia prosa era davvero goffa, in qualche caso deturpata da termini forzati, nel complesso poco fluida. Non che sia diventato chissà quale scrittore eccelso, ma la rilettura di quasi tutti i miei pezzi più vecchi (diciamo dal 1979 al 1987/88) mi provoca sempre un certo senso di disagio.

Sundown On Venus
(Pink Dust)
Una copertina invitante, intrisa di aromi “USA al 100%” e un prezzo una volta tanto non eccessivamente oneroso (considerato che l’album contiene in omaggio un altro LP inciso su un solo lato) accompagnano il debutto dei Jet Black Berries. formazione nota fino a pochì mesi fa con il nome New Math (all’attivo, un pessimo singolo e due ottimi mini-LP, They Walk Among You e Gardens). Sundown On Venus sancisce l’avvicinamento della band a un sound di stretta derivazione “tradizionale”, valorizzato però da un trattamento del tutto particolare in cui country, r’n’r e psichedelia convivono felicemente in canzoni fortemente suggestive, ideale fusione di dedizione alle “radici” e ricerca di rinnovamento. Il primo impulso sarebbe quello di invitarvi all’acquisto immediato di questo piccolo capolavoro, e le successive analisi confermano come Sundown On Venus sia un disco eccezionale, ricco di genuina carica rock e di feeling immortale, di arrangiamenti prelibati e di interpretazioni impeccabili; e, infine, di canzoni esaltanti (cito Bad Hombre e Neon in Cairo, ma l’elenco potrebbe continuare fino a comprenderle tutte e diciassette).
Tastiere imponenti e fluide, ritmica serrata, voce camaleontica e personalissima, un approccio compositivo assolutamente libero da vincoli pur se palesemente orientato verso i suoni e gli umori delle pianure, dei canyon e delle cavalcate fanno di Sundown On Venus una delle opere più travolgenti e rappresentative di questo 1985 (anche se in copertina c’è scritto, “1984”, l’uscita è di quest’anno); la miglior dimostrazione di come si possa attingere dal vecchio per creare il nuovo e di come il risultato di tali spontanee elucubrazioni sonore possa essere eccezionalmente affascinante. Senza alcun dubbio, disco del mese e autorevole candidato per i Top 10 del 1985. Come dite? È ancora troppo presto per tall previsioni? Ma no, ma no… ascoltate Sundown On Venus e poi provate a contraddirmi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.87 dell’aprile 1985

Desperate Fires
(Pink Dust)
Da un paio d’anni, tutto il vasto territorio degli Stati Uniti è scosso dalla furia devastatrice del roots-rock, fenomeno che ha ultimamente raggiunto proporzioni mastodontiche; fra le decine e decine di dischi mensilmente immessi sul mercato in tale ambito, diventa sempre più difficile imbattersi in realizzazioni scadenti. mentre la maggior parte dei prodotti si mantiene su standard qualitativi sufficienti. Il rischio è naturalmente che gli artisti, già penalizzati dal fatto di avere tutti – più o meno – le medesime fonti di ispirazione (country, Sixties pop, rock’n’roll “classico”, blues, psichedelia, garage punk…) indirizzino la propria creatività verso modelli sonori troppo ben definiti, causando in tal modo un’inflazione di gruppi caratterizzati da proposte del tutto simili e di conseguenza stereotipate e anonime. Più o meno, dunque, quello che è già accaduto con il punk, il dark e tante altre tendenze che hanno segnato questi fatidici anni di “nuovo rock”.
Una band che almeno per il momento non corre alcun pericolo di essere considerata scarsamente originale è quella dei Jet Black Berries, giunta al secondo album e in precedenza nota con il nome New Math; la sua musica, infatti è immediatamente riconoscibile nonostante le assonanze stilistiche con quella di altri (ad esempio i Gun Club, i Primevals e in generale gli ensemble dediti a fusioni aggressive ma melodiche di punk e “radici”), ma stranamente non sembra possibile identificare il quid che le conferisce questa sua entusiasmante prerogativa. Desperate Fires è in ogni caso un lavoro eccellente, assolutamente privo di spunti rivoluzionari eppure appassionante come poche altre opere analoghe; le sue armi sono la potenza trascinante della maggior parte dei brani e il fascino sottile ed insinuante dei fraseggi strumentali e canori, uniti a un feeling enigmatico che aleggia in tutte le composizioni; valga in particolare il caso di The Flesh Element, ma anche gli altri episodi non difettano davvero di attrattive. Non diranno nulla di radicalmente nuovo, ma i Jet Black Berries sono lo stesso un gruppo unico: ascoltate Desperate Fires e capirete il perché…
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.104 del settembre 1986

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Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “The Jet Black Berries

  1. Ugo Malachin - rawkin' dog

    Ciao Federico, nella mini-recensione nel Bordel ho scritto anche: the excellent Italian journalist who introduced them to me over 30 years ago! Sto cercando di far conoscere/ricordare le grandi bands le cui opere non sono state ristampate in CD, quelle dei tanto bistrattati anni ottanta, che invece per me non hanno nulla da invidiare alle decadi precedenti, sono veramente un numero impressionante.

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