The Fall (1977-2018)

Sono sinceramente addolorato per la prematura scomparsa di Mark E. Smith, avvenuta ieri, il 24 gennaio. Si sapeva che le sue condizioni di salute non erano ottimali, ma in fondo il Sig. The Fall non aveva mai dato l’idea di essere in forma smagliante e quindi si tendeva a vederlo quasi immortale, o comunque capace di resistere a ogni sorta di avversità; che ci salutasse un mesetto e mezzo prima di compiere sessantun anni non era pensabile, proprio no, e quindi la notizia ferisce ancora di più. Spostando la questione dal piano “informativo” a quello personale/professionale, il mio archivio dice che non l’ho mai intervistato (la possibilità c’è stata, ma ammetto di aver passato la mano: per il suo accento di Manchester, più che per il ben noto caratteraccio) e che non ho mai visto i Fall dal vivo (vero che l’elenco dei concerti ai quali ho assistito è completo solo al 90%, ma se fosse accaduto credo che me lo ricorderei), ma anche che posseggo moltissimi suoi dischi – non tutti-tutti, no, ma di sicuro tanti – e che lo apprezzavo molto, come dimostra anche ciò che ho scritto di lui in tutti questi anni e la presenza di Grotesque nel libro “1000 dischi fondamentali”. Scavando nell’archivio ho trovato varie recensioni, ma non escludo di non averne dimenticata qualcuno. Qui ho comunque recuperato solo quelle più lunghe, compresa la prima in assoluto – credo – relativa proprio a Grotesque; rileggendola mi sono chiesto come avessi fatto a scrivere certe cose, ma poi mi sono ricordato che all’epoca avevo vent’anni e, ok, ci poteva stare. So long, Mark.

Grotesque
(Rough Trade)
La proposta dei Fall è veramente qualcosa di autonomo, di incontaminato dal business, di diverso. Grotesque è il quarto album della band di Manchester, il secondo per la Rough Trade, e segue in sostanza gli schemi musicali dei precedenti. Mark E. Smith continua a far levare alta la sua voce “sporca” su trame sonore senza compromessi, miscuglio di frammenti di infinite sollecitazioni rock’n’roll. I Fall non si perdono in alcun sofismo e interpretano canzoni scarne, senza fronzoli, ripetitive, rinunciando a qualsiasi artificio che possa renderle più facilmente assimilabili da parte del pubblico. Un’identità a sé per un gruppo sempre interessante e coerente, che segue una via di ricerca musicale strettamente connessa alla mente e ai conflitti di emozioni che in essa avvengono.
Tratto da IL Mucchio Selvaggio n.39 del marzo 1981

Shift-Work
(Cog Sinister)
Quattordici anni di musica, sei formazioni e mai alcun compromesso: questa, in rapidissima sintesi, la storia di una delle più anomale e geniali band britanniche di ogni tempo, i Fall. Vera e propria coscienza critica del Regno Unito, la creatura di Mark E. Smith sferza da quasi tre lustri l’establishment musicale, i falsi moralismi e l’ipocrisia imperante, con lucido cinismo e caustica ironia.
Shift-Work è davvero un grande album, per certi aspetti – forse – il migliore prodotto dai Fall nel corso della loro carriera. Mai le melodie erano state, in passato, meno spigolose e più efficaci, raramente i testi, peraltro sempre di straordinario interesse, così incisivi. Non saranno certo gruppi come questo a dominare le classifiche di vendita, eppure si può affermare senza timore che ai Fall spetta un posto di primo piano nella storia della musica d’oltremanica. I due lati del disco, intitolati rispettivamente Earth’s Impossible Day e Notebooks Out Plagiarists, contengono almeno due capolavori – Idiot Joy Showland ed Edinburgh Man – e una manciata di ottimi brani, in particolare l’ipnotico A Lot Of Wind, The Book Of Lies e Rose. Per questa ennesima prova, accanto a Smith ci sono Craig Scanlon e Steve Hanley (nei Fall dai tempi di Dragnet, Simon Wolstencroft (nei ranghi da Bend Sinister) e Kenny Brady. Non resta che augurarsi che il disco venda abbastanza cla permettere a Mark E. Smith di risollevare la propria incerta situazione finanziaria: c’e maledettamente bisogno di artisti come lui e di dischi come Shift-Work.
Tratto da AudioReview n.107 del luglio/agosto 1991

Extricate
Shift-Work
Code: Selfish
(Fontana)
Si volesse stilare una graduatoria degli artisti/band dalla produzione discografica più estesa e intricata, i Fall sarebbero certo a lottare per le posizioni di vertice: da ormai quasi trent’anni, infatti, l’instabile creatura di Mark E. Smith – o, meglio, Mark E. Smith e il suo esercito di comprimari più o meno stabili – non fa che inondare il mercato di lavori di ogni genere, sia inediti che confezionati con materiale già pubblicato (ma magari solo in parte!) altrove. Un immane caos, insomma, in sintonia con l’indole di un personaggio totalmente fuori dalle righe, non solo negli atteggiamenti pubblici e privati ma anche per quanto riguarda il modo graffiante e stralunato di esprimersi attraverso parole e musica.
Usciti in origine tra il 1990 e il 1992, questi tre album – ciascuno dei quali qui arricchiato di un secondo CD con lati B, versioni differenti, remix ed estratti da session alla BBC – colgono il gruppo di Manchester in una delle fasi commercialmente più fortunate della sua carriera, che coincide con la breve esistenza del marchio autogestito (ma distribuito major) Cog Sinister: un periodo culminato, sotto il profilo creativo e di vendite, con il titolo di mezzo, quello Shift-Work dove l’approccio tra spigolosità e pop (deviato) trova il suo più ispirato punto d’incontro in dodici brani estrosi e confezionati con estrema cura, cantati con quella solita impostazione indolente che dei Fall è da sempre il vero marchio di fabbrica nonché caratterizzati da efficaci trame di tastiere e violino. Anche Extricate e (magari un po’ meno) Code: Selfish si rivelano però all’altezza della reputazione dello scostante mr. Smith… ai tempi assai meno selvaggio rispetto ai giorni degli esordi, ma sempre scomodo e poco prevedibile. Nonostante la buona dozzina di album di studio già alle sue spalle.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.636/637 del luglio/agosto 2007

Heads Roll
(Slogan)
È lecito dubitare fortemente che persino Mark E. Smith, da sempre fulcro dei Fall e unico superstite del nucleo originario fondato in quel di Manchester nel 1977, sappia con esattezza di quanti titoli è composta la discografia della sua band: una discografia che, oltretutto, vanta una qualità media elevata, a dispetto del tempo che scorre, dello sconforto che spesso coglie quanti recitano troppo a lungo la parte del cult-hero e di un modulo espressivo che, seppur aperto nei confronti delle più varie sollecitazioni stilistiche, è ormai inevitabilmente “prevedibile”. Non fa eccezione alla regola questo Heads Roll, sorta di bignamino di tutto quel sound più o meno crudo e storto che da un po’ di anni è etichettato come indie ma che Mark e i suoi sempre diversi sodali propongono dall’inizio di carriera: musica un po’ punk, un po’ pop e un po’ psych, leggermente allucinata e sospesa tra ribellione e slackness, che per quanto riguarda il songwriting ha magari conosciuto giorni di maggiore incisività ma che rimane comunque vivace, coinvolgente e intrigante. Difficile credere che il ragazzaccio che ne è artefice sia prossimo alle cinquanta primavere e che abbia al suo attivo, antologie escluse, una buona trentina di album.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.617 del dicembre 2005

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