The Hives (2000-2004)

Sere fa mi trovavo in un locale e, prima del concerto al quale avrei assistito, dalle casse acustiche prorompevano canzoni di una band che non sono riuscito a identificare; nessun dubbio sul fatto che la conoscessi e che possedessi quell’album, ma da qui a collegarla a un nome… niente da fare, formula troppo comune. Al terzo brano mi ero già seccato di sforzare le meningi e quindi, captato un breve stralcio di testo, ho tirato fuori di tasca l’iPhone e ho digitato quelle parole su Google. Il risultato? Gli Hives, gruppo svedese che a quanto mi risulta è ancora in attività ma che certo non gode delle stesse attenzioni delle quali era gratificata una quindicina di anni fa, quantomeno tra i cultori delle proposte underground. Da qui a cercare in archivio cosa ne avessi scritto il passo è stato breve.

Veni Vidi Vicious
(Burning Heart)
Fossero americani, gli Hives sarebbero di sicuro sotto contratto per la Estrus o la Sympathy. Vengono invece dalla Svezia, ma avendo ben poco a che spartire con l’ormai classico punk/hard dei vari Hellacopters e Gluecifer non sono granché appetibili per un’etichetta di nicchia come la White Jazz; si sono così accasati presso la Burning Heart, che pur privilegiando il popcore non si fa sfuggire le più gustose occasioni di rendere più eterogeneo il suo (ampio) catalogo con proposte di altro genere, purché alimentate dal sacro fuoco del rock’n’roll.
Le suddette fiamme ardono naturalmente anche in questa nuova prova del quintetto, che conferma con maggior “mestiere” le caratteristiche messe in luce nei vari lavori di diverso formato (menzione speciale per l’album Barely Legal del 1997) in precedenza realizzati: la devozione a un garage-punk assai vivace sul piano compositivo, frutto di un forte e ruvido abbraccio tra ‘65 e ‘77, e la spiccata ironia già eloquentemente fotografata dalla bizzarra immagine di copertina e soprattutto da un titolo come Veni Vedi Vicious. Da tale combinazione scaturiscono undici brani secchi e sferraglianti e una stralunata cover di Find Another Girl (un vecchio soul firmato da Jerry Butler e Curtis Mayfield), che pur non aprendo certo nuovi orizzonti al rock di rigorosa (e vigorosa) impostazione chitarristica hanno il pregio di brillare per energia, freschezza e capacità di invogliare a ripetere l’esperienza di ascolto; in misura maggiore, va detto, di altre band dalla fama consolidata che spesso dormono sugli allori.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.423 del 27 giugno 2000

Your New Favourite Band
(Burning Heart)

Dal vivo saranno anche una forza della natura e vanteranno anche una notevole carica di simpatia, ma per quanti sforzi compia non riesco proprio a capire per quale ragione gli Hives si trovino al centro di attenzioni sempre crescenti, ormai estese anche al di fuori dell’ambito underground. Nessuno mette in dubbio che sappiano proporre una efficace miscela garage-punk’n’roll dai marcati accenti Sixties, o che il loro look in bianco-nero sia dannatamente cool, ma in quanto a meriti musicali non sembrano possedere nulla di più di tantissimi loro colleghi che fanno la fame. La solita storia dell’essersi trovati nel posto giusto al momento giusto, e di aver poi ottimamente sfruttato – con un equilibrato mix di scaltrezza e impegno – il colpo di fortuna? Ipotesi più che plausibile, così come non è necessario essere indovini per pronosticare che il successo dei cinque ragazzotti svedesi ha buone possibilità di rivelarsi presto un fuoco di paglia.
Intanto, Howlin’ Pelle Almquist e compagni battono il ferro finché è caldo, confezionando un’antologia di dodici episodi tratti dai (pochi) dischi finora pubblicati (due album e qualche EP), che contiene anche i file formato mpeg di quattro azzeccati videoclip. Un prodotto, quindi, concepito principalmente per procurare agli Hives nuovi seguaci, che per forza di cose conferma pregi e limiti di una (fun)band comunque fresca e godibile; peccato solo per l’eccessiva stringatezza della scaletta (solo ventotto minuti), chiaramente finalizzata a non pregiudicare le future vendite dei vecchi lavori.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.514 del 17 dicembre 2001

Tyrannosaurus Hives
(Polydor)
Mentre con Armed Love i The (International) Noise Conspiracy hanno appena rinsaldato i loro legami con il mondo indie, ma portando contestualmente il proprio sound verso un rock per vari aspetti più classico, i loro connazionali Hives – sospinti dall’hype creatosi grazie al penultimo vero album Veni vidi vicious, risalente addirittura al 2000 – hanno firmato con una multinazionale, confermando la loro propensione a un garage-punk sospeso tra 1965 e 1977 che, senza soffocare eventuali inclinazioni pop, non rinuncia all’aprezza, alla velocità, alla spigolosità e all’indole demente che del genere sono requisiti imprescindibili. E sebbene un brano come Diabolic Scheme – ipnotico e un po’ malato nel suo strizzar l’occhio alla new wave dei primi ‘80 – si ponga fuori dal discorso, è un dato di fatto che al di là di sporadiche discrepanze la band di Pelle Almquist fondi la propria formula sulla rielaborazione in chiave “attuale” (con tutte le virgolette del caso) di stilemi piuttosto prevedibili.
Certo, il quintetto svedese dà prova di conoscere la materia e di saperla sviluppare con buona efficacia, dosando riff pesanti e graffianti, ritmi che inducono al movimento, azzeccate melodie e trame canore grintose e tendenti allo sguaiato, e si dimostra anche astuto sotto il profilo del marketing ostentando un look in odore di coolness dal quale è facile essere intrigati. Però, insomma, questo Tyrannosaurus Hives non è davvero un disco fulminante o meno che mai importante: il “tiro” c’è, questo non si può negare, e il divertimento non manca, ma chiunque segua un minimo il panorama del settore dovrà convenire che il mercato odierno offre un gran numero di prodotti globalmente più interessanti ed eccitanti, così come gli estimatori di vecchia data del gruppo non potranno disconoscere la minor verve di questo lavoro al confronto con i suoi due più sudici e selvaggi predecessori, Barely Legal del 1997 e il già citato Veni vidi vicious del 2000. C’è comunque del buono, in questi dodici episodi per mezz’ora di durata complessiva, in termini tanto di energia quanto di ironia nei testi e nella scelta dei titoli (esempi? Abra Cadaver, Walk Idiot Walk e B Is For Brutus), ma non abbastanza da motivare le tante attenzioni riservate agli Hives: troppe in assoluto, considerati i loro limiti intrinseci (specie nello spessore del songwriting), e non solo imbastendo impietosi paragoni con i maestri della musica della quale i “ragazzi” scandinavi vorrebbero essere i nuovi portabandiera.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.589 del 27 luglio 2004

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