PJ Harvey (2000-2016)

Dragando l’archivio scopro di essermi occupato di tutti gli album editi da PJ Harvey tra il 2000 e il 2016, eccetto il secondo dei due realizzati assieme a John Parish. Inevitabile recuperare in questa sede le recensioni, specificando che quella di White Chalk è solo una postilla in quanto sul disco mi ero dilungato in questa intervista.

Stories From The City,
Stories From The Sea
(Island)
Polly Jean non c’è più. Almeno, non la Polly Jean che avevamo lasciato a imbastire sofferte trame melodiche sulle ombre e sulle paranoie – solo a tratti squarciate da lampi di luce – di album come Rid Of Me, To Bring You My Love e Is This Desire?. Ce n’è però un’altra non meno ispirata, non meno intensa e non meno affascinante (insomma, non meno splendida), che per parecchi versi assomiglia a quella del Dry d’esordio: diretta e incisiva, sia per l’essenzialità dell’accompagnamento della coppia Mick Harvey/Rob Ellis (che si dividono tastiere e batteria, con il primo ad occuparsi del basso), sia per la struttura dei brani, per lo più legati a un r’n’r ora robusto e spigoloso (This Is Love, un sanguigno garage punk stile California ‘60 sospeso tra Jefferson Airplane e Seeds, o The Whores Hustle And The Hustlers Whore), ora ingentilito da irresistibili movenze pop (Good Fortune, che recita in modo perfetto il ruolo di singolo apripista, la soffice You Said Something) e ora disteso in intriganti ballad d’atmosfera (la solenne e sontuosa A Place Called Home, la scarna e misticheggiante Beautiful Feeling impreziosita dalla voce di Thom Yorke o l’ipnotica This Mess We’re In in cui lo stesso frontman dei Radiohead monopolizza il microfono).
Frutto della recente, lunga permanenza di Polly Jean in quel di New York, come messo in evidenza dai precisi riferimenti alla Grande Mela contenuti in vari pezzi, Stories From The City, Stories From The Sea è dunque – se si eccettuano un paio di pur stimolanti cadute nel claustrofobico – una raccolta di canzoni: canzoni che, seppur orecchiabili, riescono però a evitare i cliché grazie alle conturbanti esecuzioni agrodolci di Polly Jean, alla vena crudemente poetica dei testi – esempi? “Speak to me of heroin and speed / of genocide and suicide / of syphilis and greed”, oppure “I can’t believe life’s so complex / When I just wanna sit here and watch you undress” – e a una creatività compositiva esaltata soprattutto in episodi estrosi al limite del sorprendente quali Big Exit o Kamikaze. Qualcuno, non c’è dubbio, rinfaccerà all’eroina di Dorset – qui, in effetti, un po’ ambigua: metà Patti Smith e metà Alanis Morissette – ambizioni commerciali e abiti meno alternative rispetto al passato, ma chi proverà a scavare appena sotto la superficie non potrà non scoprire un album di rara bellezza. Dove la spazzatura del Lower East Side è magicamente adornata con i lustrini della Fifth Avenue.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.416 del 31 ottobre 2000

Uh Huh Her
(Island)
È risposta inequivocabile, Uh Huh Her, a quanti ritenevano che con il precedente Stories From The City, Stories From The Sea PJ Harvey avesse imboccato la strada (molto spesso, purtroppo, senza uscita) di un rock teso verso una maggiore accessibilità pop, seppur sempre baciato da carisma e ispirazione: dopo la parentesi-chic, peraltro efficacissima, Polly Jean è infatti ritornata tenebrosa e maudit, come anticipato da una copertina esteticamente dimessa – foto stile polaroid sul davanti, titoli scritti a mano sul retro – e da un libretto zeppo di scatti e note a margine che ha il sapore dell’underground. Immagini per lo più grezze che sembrano colte di sorpresa ma che sono invece opera della stessa PJ, immortalatasi con l’aiuto di vari specchi: un mezzo sottile e nel contempo esplicito, quello dello pseudo-autoscatto, che mira forse a non lasciar dubbi sulla natura prettamente autobiografica – ma non per questo meno universale – del sesto vero album della ragazza di Bridport, Regno Unito, e soprattutto a sottolineare la purezza di quattordici istantanee musicali che vogliono appunto simboleggiare l’attuale momento di chi vi è ritratto.
Una cosa va subito messa in risalto: se il pur controverso Stories From The City vantava il merito di aver aggiunto qualcosa di inedito al percorso artistico della Harvey, Uh Huh Her è un netto passo indietro verso uno stile consolidato, in un (ispirato) gioco di “autocitazione” che in qualche aspetto riporta addirittura ai giorni remoti di Dry. Una specie di comeback che non è comunque la comoda risposta a una crisi di idee ma un (riuscitissimo) tentativo di reinterpretarsi con creatività e passione grazie all’ulteriore maturità acquisita, ribadendo inoltre la propensione al cambiamento – conoscete forse due dischi di PJ uguali tra loro? – sviluppata ed evidenziata in una carriera pressoché impeccabile. Quindi, un approccio sonoro asciutto e piuttosto abrasivo, e a seconda dei casi più o meno melodico, attitudinalmente blues e stilisticamente in sintonia con il torbido art-rock dei Sonic Youth anni ’80; complice, in questo, un canto difficile da confondere con altri ma collocabile grossomodo a metà strada fra quello di Kim Gordon (appunto) e quello della (mai riconosciuta) madrina Patti Smith. Per semplificare al massimo, immediatezza e ruvidezza, a braccetto con un songwriting di caratura superiore sia quando i toni sono accesi e cattivi fino quasi a sfiorare il punk (succede sul serio solo una volta, in Who The Fuck?, e in parte nel singolo The Letter e in Cat On The Wall) e sia quando – assai più di frequente – lo schema è quello del “folk” scarno e intriso di malinconia: malsano in The Life And Death Of Mr. Badmouth e It’s You, leggiadro in Shame, sciamanico in Pocket Knife e No Child Of Mine, etereo in The Slow Drug e The Desperate Kingdom Of Love, visionario in You Come Through, sofferto (ma senza depressione) in The Darker Days Of Me & Him. Roba assai meno semplice di quanto possa magari apparire a un ascolto distratto, e roba in grado di strappare il cuore e le viscere, rinunciando ai plateali spargimenti di sangue ma operando dall’interno con precisione chirurgica sulla base di una innata tendenza a liberare il lato oscuro – dei sentimenti, dell’intelletto, della vita in genere – che non ha equivalenti nel panorama contemporaneo del rock femminile di estesa visibilità.
Si arriva scombussolati, al termine dei quarantuno minuti – che paiono però di più: in ogni caso, questione di intensità e non di tedio da reiterazione degli stessi concetti – di Uh Huh Her, consapevoli di aver vissuto un’esperienza d’ascolto non ordinaria né tantomeno superficiale ma incapaci di spiegare i suoi segreti. Già, perché le alchimie di PJ non sono di quelle che si rivelano immediatamente con strumentazioni fuori dal comune o strutture imprevedibili, ma che pur avvalendosi di una line-up essenziale – più essenziale di così: lei a suonare tutto, eccetto la batteria che resta il regno del fido Rob Ellis – e di una scrittura non particolarmente articolata posseggono il raro dono della specialità. Legittimo non essere d’accordo e pensare che la piccola, grande Polly si stia furbescamente riciclando, ma tale analisi farebbe torto sia alla qualità degli episodi e sia all’anima che li impregna: un’anima, si diceva, globalmente meno cupa e devastata rispetto a quasi tutte le vecchie prove ma ancora segnata da sofferenze intime e pertanto ben lontana dalla serenità. Ed è nella chiave di un reale bisogno di riflessione ed esorcismo che va letto quest’album autarchico, per il quale la Harvey ha coraggiosamente deciso di rinunciare a ogni apporto esterno – a parte Ellis e il sound engineer Head – e di curare in prima persona composizione, esecuzione e produzione: uno sforzo di sincerità e onestà che merita il plauso di tutti e non solo dei fan, per lo spessore di quanto realizzato e al di là delle eventuali riserve dei soliti, incontentabili detrattori più o meno per partito preso.
Tratto da Mucchio Extra n.15 dell’autunno 2004

The Peel Sessions 1991-2004
(Island)
Fanno tenerezza e anche un po’ male al cuore, le splendide foto in bianco e nero che arriscono la confezione di questo CD, dove una sorridente (!) Polly Jean è ritratta assieme all’uomo cui il miglior rock “alternativo” non solo britannico deve forse di più in assoluto. E commuovono le parole alla sua memoria scritte dall’artista, con la sua grafia poco aggraziata, a fianco di note tecniche che chiariscono implicitamente come The Peel Sessions 1991-2004 non sia purtroppo un’integrale di quanto la Harvey ha registrato in quindici anni per il più famoso DJ della BBC: quattro pezzi del 1991, due del 1993, tre del 1996, due del 2000, uno del 2004, per un totale di dodici tracce e quarantuno minuti di sonorità in massima parte crude e abrasive, intrise di atmosfere cupe e malsane ma anche brillanti nello sviluppare pur perverse melodie.
In futuro, non c’è dubbio, salterà fuori un Complete Peel Sessions, ma nel frattempo questo dischetto è una sorta di “bignamino” della PJ più istintiva e ruspante, partendo da una Oh My Lover che senza particolari durezze ferisce e (magnificamente) stranisce per arrivare a una You Come Through al contempo nuda ed epica, con in mezzo anche un paio di lati B mai editi su album. Patti Smith, Siouxsie e Lydia Lunch, e tutto in una donna sola: si può chiedere di più?
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.629 del dicembre 2006

White Chalk
(Island)
Già splendido nel contesto casalingo, White Chalk è stato ulteriormente esaltato dalla sua resa live: nella cornice dell’Auditorium romano, una PJ in perfetta solitudine ha dimostrato – una volta in più – quanto la fragilità possa essere forte, la rarefazione intensa, il poco tanto. Un intimismo appassionatamente condiviso per una serie di canzoni “folk” le cui atmosfere non rimandano alle giornate di sole o alle notti di luna quanto piuttosto ai momenti un po’ ambigui e un po’ magici delle aurore e dei tramonti, visto come sono sospese in una dimensione onirica e avvolte in ombre diàfane. A livello personale, a proposito di quello che è stato il mio album dell’anno per il 2007 posso aggiungere che non mi viene da riascoltarlo spessissimo: e questa sua “ritrosia” a richiedere l’ascolto non è un limite comunicativo ma, al contrario, una conferma della sua assoluta, preziosissima specialità.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.648/649 del luglio/agosto 2008

Let England Shake
(Island)
Fra non troppi mesi, Polly Jean Harvey festeggerà i vent’anni di attività discografica. Era infatti l’autunno del 1991 quando il singolo Dress, poi inserito nell’esordio adulto Dry, aveva segnalato l’artista britannica fra le nuove voci più interessanti di un rock alternativo che proprio in quei giorni – nel settembre dello stesso anno, non dimentichiamolo, era uscito un certo Nevermind – si stava affacciando fuori dall’underground per conquistare spazi via via più ampi nel mercato ufficiale. Di quello stato di cose Dry beneficiò parecchio, inducendo la Island a offrire alla ventitreenne rockeuse un contratto tuttora in essere, finora tradottosi in altri otto album – due in coppia con John Parish – anche molto differenti nell’impostazione stilistica ma uniti dal fil rouge di una personalità e un carisma comunque inconfondibili. PJ resta PJ pur mutando continuamente pelle e linguaggio, e la sua curiosità di sperimentare nuove opportunità espressive è senza dubbio, assieme al suo talento, una delle chiavi del profondo rispetto (come minimo) o dell’amore senza riserve (come massimo) che la nostra eroina non smette di suscitare, in barba all’avvicendarsi dei trend e all’effimero sfrecciare delle meteore.
Alla regola non fa eccezione il decimo capitolo della saga, racchiuso in una copertina minimale e poco invitante che non ritrae in alcun modo la titolare: è la prima volta che ciò si verifica, ma del resto non era neppure mai accaduto che per ogni pezzo in scaletta fosse realizzato un videoclip (benché non particolarmente sofisticati: li ha firmati tutti il famoso fotografo Seamus Murphy), o che la stesura delle canzoni abbia preso il via non dalle musiche bensì dai testi. Testi inequivocabilmente “politici”, ricchi come sono di immagini tutt’altro che rassicuranti a proposito di una Gran Bretagna non dissimile dal resto di un mondo in disfacimento, che PJ intona con notevole duttilità, ed evitando eccessi di cupezza e cattiveria, in un intrigante gioco di chiaroscuri. Alla stessa maniera, le trame strumentali evitano di appesantire, imponendosi con aggraziata ma decisa autorevolezza in un fluire spesso inconsueto di ritmi, corde, fiati e campionamenti: lecito parlare di folk, la medesima materia con la quale era stato modellato White Chalk (la scrittura di questi brani è del resto subito successiva alla pubblicazione di quel lavoro, nel 2007), ma un folk meno scarno e spettrale… nonostante molte tracce siano state composte all’autoharp, e nonostante le session di registrazione si siano svolte all’interno di una chiesa del XIX Secolo, nell’amato Dorset.
Articolato in dodici tracce mediamente brevi, per una durata totale di una quarantina di minuti, Let England Shake è, insomma, l’ennesima, sorprendente alchimia di una musicista fuori dal comune, “capricciosa” nell’assecondare i propri istinti creativi ma anche abilissima nel dar loro forme sonore/poetiche di notevole impatto estetico ed emotivo. E di estrema intensità, sia quando strizzano l’occhio al “pop” (The Last Living Rose o The Words That Maketh Murder, altra filastrocca sghemba scelta come improbabile singolo), sia quando assumono toni solenni e quasi ieratici (ad esempio, nella magnifica On Battleship Hill) o si intrecciano secondo schemi ardui persino da definire (The Glorious Land, come una Giamaica trasportata nell’Inghilterra vittoriana). Il tutto con il sostegno delle architetture scarne ma nient’affatto dimesse garantite dai soliti vecchi amici John Parish e Mick Harvey, e con un mood dolente e malinconico che culla senza però deprimere. Oltremanica, Let England Shake sarà nei negozi il 14 febbraio, il giorno di San Valentino. Non è un disco adatto a fungere da colonna sonora di una relazione sentimentale, ma è di sicuro qualificabile come atto d’amore. Di quelli che commuovono.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.679 del febbraio 2011

The Hope Six
Demolition Project
(Island)
Nove album in un quarto di secolo di carriera discografica – o undici, conteggiando pure i due cointestati a John Parish – non sono poi moltissimi, e il suo entrare in studio solo quando sente di avere qualcosa di autentico e importante da dire, unito ai notevoli cambiamenti stilistici fra lavoro e lavoro, ha certo contribuito a rendere Polly Jean Harvey da Bridport, Regno Unito, una delle figure più “mitizzate” del rock contemporaneo; una di quelle, insomma, che anche (e soprattutto?) in ambito giornalistico vengono glorificate “in automatico”, non rilevando o fingendo di non rilevare eventuali piccole o grandi criticità.
Chi scrive ha l’impressione che ciò stia accadendo con The Hope Six Demolition Project, che in effetti ha dalla sua un interessante concept legato al sociale (tutto prende il via da un discutibile programma statunitense di prevenzione del crimine), una marcata diversità – come al solito – da ogni altra prova dell’artista inglese, una serie di brillanti e coraggiose intuizioni. Però, insomma, al di là della botta di ruvida energia di alcuni brani, del fascino magnetico di certe atmosfere voodoo-blues e degli interventi spiazzanti di sassofoni e voci, l’impressione è di avere a che fare con un esercizio intellettuale di sicuro onesto ma cervellotico, dove le valide idee di fondo non sempre sono sviluppate in canzoni veramente efficaci nel senso di norma attribuito all’aggettivo. Si è incuriositi, intrigati, occasionalmente persino affascinati dalle situazioni che si susseguono negli undici episodi, ma alla fine si avverte l’assenza di qualche elemento così come, magari l’eccesso di altri. Il problema, forse, è solo di aspettative, perché non si fatica a credere che per taluni questa stralunata e ardita fantasia art-rock possa comunque rivelarsi perfetta e sublime per tutti i suoi quasi quarantatré minuti.
Tratto da AudioReview n.375 del maggio 2016

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