Julian Cope (2013)

Per un lungo periodo ho recensito qualsiasi cosa fosse legata a Julian Cope, in alcuni casi anche su più giornali. Poi, un giorno, i miei scritti sull’Arcidruido hanno cominciato a diradarsi; non per sopraggiunto disamore nei suoi confronti, ci mancherebbe, lui è sempre nel mio cuore e per sempre ci rimarrà, ma per questioni legate alla produzione confusa (e, sì, un po’ pletorica) e alla difficoltà nel reperire i suoi dischi (lo ammetto, sono uno di quelli che, se deve ordinare direttamente sui siti, si fa passare presto la voglia). In un modo o nell’altro ho ascoltato tutto, questo sì, ma di alcuni titoli non posseggo copia fisica e prima o poi rimedierò. Nel frattempo, direi che questa è la mia ultima recensione di un album del caro Giuliano, album che fra l’altro figura anche nella mia playlist del 2013. Per chi fosse interessato ad altro, suggerisco di cliccare qui, qui, qui e qui.

Revolutionary Suicide
(Head Heritage)
Ogni volta che si ha notizia dell’uscita di un nuovo album di Julian Cope, la domanda che ci si pone è sempre la stessa: “ok, ma che tipo di album?”. Questo perché da un paio di decine d’anni l’eccentrico e geniale Arcidruido, discograficamente autarchico con il marchio Head Heritage, alterna lavori filo-sperimentali e opere all’insegna di un metal tanto crudo quanto cupo, recuperi dagli archivi e raccolte di canzoni psycho-pop-rock grossomodo in sintonia con la sua identità sonora più nota e documentata. Revolutionary Suicide appartiene all’ultima categoria e si pone dunque sulla scia di Citizen Cain’d (2005), You Gotta Problem With Me (2007), Black Sheep (2008) e soprattutto Psychedelic Revolution (2012), del quale può reputarsi – in virtù della comune visione politico-sociale rivelata nei testi – il vero e proprio seguito. E che le session siano state ultimate il giorno della morte di Margaret Thatcher suona quasi come una benedizione.
Suddivisa come da consolidato vezzo in due CD nonostante uno solo sarebbe stato sufficiente, l’ultima follia del musicista inglese mette quindi in fila (una fila storta, però) undici “ballate” elettroacustiche a tratti screziate di elettronica, ora scarne e ora più corpose, dove non mancano le aperture pop e il folk tribale (immaginate un David Peel meno sguaiato e più visionario) così come l’abituale senso di incompiutezza. L’ennesimo inno alla Cope-itudine, insomma, che in questa circostanza sembra anche globalmente più ispirato e a fuoco rispetto a quanto realizzato nel Terzo Millennio.
Tratto da Blow Up n.184 del settembre 2013

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