John Grant (2013)

Sono a tutt’oggi tre gli album di studio firmati dal leader dei Czars: Queen Of Denmark del 2010, Pale Green Ghosts del 2013 e Grey Tickles, Black Pressure del 2015. L’ultimo, se devo essere sincero, mi ha lasciato un po’ tiepidino, mentre i precedenti hanno acceso il mio entusiasmo più o meno nella stessa misura. Dei due ho però recensito solo il secondo, finito tra l’altro nella mia playlist del 2013.

Pale Green Ghosts
(Bella Union)
Non tutti rimasero subito folgorati da Queen Of Denmark, l’album con cui John Grant inaugurò nel 2010 la carriera solistica – dopo una quindicina d’anni alla guida degli Czars – mettendo dolcemente a nudo i suoi disagi e drammi personali. A tanti altri, io fra loro, perché scattasse l’amore servirono i concerti successivi all’uscita, straordinari incantesimi di comunicazione emotiva dove l’artista di Denver si (im)poneva in perfetto e mai precario equilibrio fra spessore e fragilità: un autentico trionfo del sentimento e della bellezza, in grado di abbagliare, rapire, a tratti persino togliere il fiato.
Logico, insomma, che sul nuovo Pale Green Ghosts si concentrassero molte attese. Meno logico – ma del tutto in sintonia con l’indole del musicista – che Grant operasse alla sua formula netti cambiamenti: addio (ma magari sarà un arrivederci) ai Midlake che così bene lo avevano accompagnato, e al Texas dove l’album era stato inciso, a favore della lontana Islanda e della produzione di Biggi Veira dei Gus Gus. Incoerenza? Niente affatto, dato che il Nostro non aveva mai negato la sua passione per l’elettronica (in particolare quella pop dei primi anni ‘80): passione che ora prorompe da undici canzoni comprensibilmente meno folk nel senso tradizionale del termine ma comunque ricchissime di colori, dove l’approccio sintetico è sviluppato con brillantezza e classe, oltre che abilmente bilanciato con quella (misurata) grandeur che di Queen Of Denmark era uno degli elementi più fascinosi. A rendere Pale Green Ghosts almeno ugualmente riuscito è però soprattutto il livello della scrittura (musiche e testi, va da sé), che seduce e obbliga ad approfondirne ogni particolare, con inevitabili applausi di stupore e ammirazione. Come quando, in quella GMF che è solo uno dei tanti capolavori della scaletta, il vellutato ritornello “I am the greatest motherfucker that you ever goin’ to meet” fa pensare che di bastardi come John Grant se ne vorrebbero incontrare tutti i giorni, e più di una volta al giorno.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.704 del marzo 2013

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