Mannarino (2017)

Una delle cose che più mi hanno fatto dispiacere e irritare, più o meno nell’ultimo paio di anni, è stata l’avversione mostrata/ostentata nei confronti di Mannarino da parte dello stesso pubblico “attento” (definiamolo così) che segue con passione e competenza la miglior canzone d’autore. Ovvio che possa non piacere, ci mancherebbe altro, ma trattarlo come se fosse un cialtrone qualsiasi solo per via del suo grande successo popolare… beh, è una vera stupidaggine. Benché lo segua dal tempo dell’esordio, qui sul blog non avevo ancora recuperato niente di quello che ho scritto del cantautore romano; lo faccio ora con la recensione dell’ultimo album di studio, suggerendo anche la lettura di questo articolo di approfondimento del 2014, che ritengo parecchio esplicativo delle ragioni della mia adesione alla causa.

Apriti cielo
(Universal)
La costante ascesa di Alessandro Mannarino nelle gerarchie della canzone d’autore nazionale, scandita da un’infinità di esibizioni in ogni contesto e da tre album di pregio quali Bar della rabbia (2009), Supersantos (2011) e Al monte (2014), sarà senz’altro confermata da questo quarto lavoro, il primo marchiato dalla Universal (che, in precedenza, si era occupata soltanto della distribuzione): lo dicono da un lato le vendite dei biglietti dell’imminente tour, notevoli già quando del disco girava un’unica anticipazione in Rete, e lo dice soprattutto la qualità dei nove brani, in parte ispirati da un viaggio in Brasile (e si sente) ma comunque in linea con l’immaginario “meticcio” cui il musicista ha sempre fatto riferimento. Orizzonti, insomma, assai più ampi di quelli della romanità “caciarona” nei quali in parecchi, fuorviati dai natali del Nostro e qualche testo, avevano provato, magari anche in buona fede, a intrappolarlo.
Che per Mannarino la Capitale sia un imprescindibile punto fermo è rimarcato dalla splendida traccia iniziale, Roma, ma tutto il resto della scaletta costituisce dimostrazione ugualmente manifesta di come la sua poetica non conosca barriere geografiche: né di stile, come appare evidente dall’eclettismo delle atmosfere che si respirano in questa quarantina di minuti, né di versi che spaziano tra spaccati di vita vissuta e disamine giocate sul filo della metafora e di una pungente ironia. Difficile dire se Apriti cielo rappresenti un passo in avanti, in termini di, come dire?, “maturità globale” in rapporto all’ottimo terzo capitolo, ma di sicuro la sua forza espressiva non è meno impetuosa e i suoi equilibri estetici non sono meno efficaci; a contare di più, però, è che le sue storie siano vive, le emozioni autentiche, le trame strumentali eleganti ma non leziose, la verve spumeggiante, l’incisione impeccabile.
Tratto da AudioReview 384 del febbraio 2017

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Categorie: recensioni | 3 commenti

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3 pensieri su “Mannarino (2017)

  1. Gian Luigi Bona

    Diavolo di un Federico ! A pochi giorni da Filippo Andreani mi hai attaccato una nuova scimmia 😂😂😂😂
    Sappi che quando avrò speso tutto in dischi verrò a mendicare sotto casa tua !!!
    Scherzi a parte, bravo autore Mannarino, grazie ancora una volta del consiglio.

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