Arson Garden (1990-1992)

In oltre quarantacinque anni di frequentazioni musicali, mi è capitato infinite volte di invaghirmi di artisti lontani dalle luci dei riflettori, che magari passavano inosservati perché dediti a un sound non “alla moda”. Non mi importava che non fossero “cool” o che piacessero solo a me o quasi: avendo la possibilità di propagandarne l’attività, lo facevo senza pormi alcun problema. Allo stesso modo, non mi sento di avere sbagliato se, a distanza di decenni, mi rendo conto di come questi miei beniamini siano sconosciuti più o meno a tutti; anzi, è un motivo in più per ricordarne l’esistenza, sperando che altri li apprezzino. Per gli Arson Garden, dei quali ripropongo qui le recensioni dei primi due album (il debutto finì pure nella mia playlist annuale; ne esiste un terzo, ma quello mi sfuggì e lo recuperai in seguito), non ci sono scuse: potete assaggiarli su Spotify. E sono sicuro che più d’uno mi ringrazierà.

Under Towers
(Community 3)
Jefferson Airplane meets Velvet Underground”, azzardava una recensione su Flipside a proposito di questo sconosciuto ensemble statunitense il cui esordio si colloca senza ombra di dubbio fra gli album più interessanti e originali che la scena indipendente internazionale abbia prodotto in questo primo scorcio di anni ’90.
Difficile descrivere il sound del quintetto, bizzarro crossover di indole psichedelica nel quale confluiscono elementi hard, punk, dark, folk e trance e sul quale si eleva la sublime voce di April Combs, a metà tra la Grace Slick più ieratica e la Sandy Denny più evocativa; e difficile, ancora di più, trovare le parole giuste per raccontare la magia e il fascino magnetico di undici canzoni avvolgenti e misteriose, che solco dopo solco esalano aromi stordenti e suscita suggestioni profonde e inebrianti. Sono comunque più Jefferson che Velvet, gli Arson Garden, ma la loro verve lisergica si esprime in brani mai prolissi (tre minuti la durata media) e soprattutto mai datati, sebbene i riferimenti al passato non manchino a tratti di affiorare. Under Towers non presenta una registrazione particolarmente sofisticata sotto il profilo tecnico, lasciando che sui suoi arrangiamenti geniali e imprevedibili di chitarra e voce aleggi un’atmosfera “sotterranea” che conferisce alla formula un aspetto assai spontaneo e per certi versi naïf; e poco male, perché un’eccessiva levigatezza avrebbe forse nuociuto a uno stile espressivo basato sul contrasto tra luci e ombre e su chiaroscuri cui la veste underground conferisce la giusta intensità. Non saranno ancora (?) la band dei nostri sogni, gli Arson Garden (a ben vedere, sanno un po’ di acerbo), ma Under Towers li segnala prepotentemente come talenti da tenere d’occhio. All’epoca, qualcuno scrisse lo stesso a proposito del primo Jane’s Addiction.
Tratto da Velvet n.22/23 del luglio/agosto 1990

Wisteria
(Vertebrae)
Non vi si vorrà certo convincere, in questa sede, che l’uscita del secondo album degli Arson Garden costituisca uno degli avvenimenti musicali più importanti dell’anno, e neppure che la band dell’Indiana sia il nuovo faro in grado di guidare il rock verso chissà quali frontiere: lo sforzo si rivelerebbe sterile anche per il più persuasivo degli oratori, specie in quest’epoca di generale rifiuto della linearità a favore delle ardite e concitate contaminazioni metallico-rumoriste. Ciò non significa, però, che gli Arson Garden non conoscano anch’essi segrete formule di alchimia sonora, o che preferiscono al rischioso gioco degli intrecci stilistici una rassicurante e magari piatta standardizzazione: il punto è solo che la loro ricerca non si svolge nel campo oggi frequentatissimo dell’hard, del funk o del rap, ma in quello ben più “out of time” della psichedelia e del folk, con spruzzate di attitudine “trance” inconsapevolmente (?) mutuata dai maestri calilorniani; una ricerca che approda a una sintesi lisergica assai evocativa, dove elaborate fantasie melodiche e ruvidezze naïf si incontrano in brani dal fascino intenso e dagli aromi quasi misticheggianti sulle quali April Combs – trait d’union tra l’acerba ma splendida Grace Slick della Great Society e l’indimenticabile Sandy Denny – imbastisce trame canore di non comuni poliedricità e forza espressiva.
Hanno acquisito ulteriore sicurezza nei propri mezzi, gli Arson Garden, e Wisteria è un aibum di grande bellezza, sincerità e ispirazione. Proprio come – e non necessariamente più di – quell’Under Towers che un paio di anni or sono dichiarò per la prima volta al mondo il loro indiscutibiie talento.
Tratto da Rumore n.8 dell’ottobre 1992

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Categorie: recensioni | Tag: , | 5 commenti

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5 pensieri su “Arson Garden (1990-1992)

  1. PaoloRep

    Un grazie a Federico per questo recupero. Vorrei però estendere il ringraziamento anche a Giancarlo Turra che sull suo blog ne aveva parlato ad ottobre. Sempre noi, sempre i soliti, sempre sul pezzo.

  2. Gian Luigi Bona

    Perbacco, grande gruppo! Me li ero persi ma li recupero. Spotify e la musica “liquida” ha i difetti che tutti conosciamo ma se utilizzata nel modo giusto permette di ascoltare dischi oscuri e/o introvabili aprendo poi la caccia per la ricerca di formati più degni. Ovviamente è fondamentale la presenza del nostro amichevole giornalista di quartiere !
    Grazie Federico!

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