King Krule (2013-2017)

Carta canta, e per la precisione afferma che, dalle nostre parti, sono stato uno dei primi a tessere le lodi del primo album di King Krule, recensendolo in maniera estremamente positiva in tempo reale e inserendolo tra i miei album del 2013. Mi sono occupato anche dello “strano” lavoro seguente pubblicato a nome Archy Marshall, passato abbastanza sotto silenzio, nonché della terza (o seconda, fate voi) prova, che figura nella mia playlist del 2017 ma che è stato gratificato di consensi pressoché unanimi. Di questo sono ovviamente più che felice, e intanto mi tengo stretta la mia piccola, sciocca soddisfazione di aver capito prima di tanti altri la grandezza dell’ancor giovanissimo musicista britannico. Carta canta.

6 Feet Beneath The Moon
(XL)
Il 27 agosto Archy Marshall ha compiuto diciannove anni. Coerentemente con la sua giovane età, ha adottato il suo secondo nom de plume – prima si faceva chiamare Zoo Kid – ispirandosi a un videogame, e dal 2010 si muove nel circuito londinese come cantante, songwriter, musicista, DJ e produttore, raccogliendo lusinghieri riscontri: eloquenti la nomination al “BBC Sound Of 2013”, i tre singoli ufficiali editi con cadenza annuale dal 2010 al 2012 e ora il contratto con la XL Recordings, concretizzatosi in quest’album che di sicuro non passerà inosservato. Difficile, infatti, non rimanere colpiti da questo ragazzino dai capelli rossi che, con una voce profonda simile a quella del primo Billy Bragg, intona canzoni per lo più scarne, cupe (anche nei testi) e ruvide – ma persuasive sul piano melodico – con influenze dubstep. Riuscendo a immaginare un doppelgänger di James Blake non si sarebbe tanto distanti dalla realtà.
Di questi esercizi di pop brillantemente deviato, 6 Feet Beneath The Moon ne contiene ben quattordici, tutti pubblicati per la prima volta con la sola eccezione della Out Getting Ribs del 7” d’esordio. Brani in massima parte lenti (fa eccezione giusto la più incalzante e convulsa A Lizard State) e dal fascino ipnotico, che non scadono mai nel tedioso grazie a soluzioni di arrangiamento sempre intriganti e a un canto che catalizza immancabilmente l’attenzione. Ha talento, il pischello, oltre che anima e personalità: ci piace credere che ciò che oggi appare come una (pur “ragionata”) catarsi musicale sia del tutto genuino.
Tratto da Blow Up n.184 del settembre 2013

Archy Marshall
A New Place 2 Drown
(XL)
Nell’assoluto, totale caos che regna ormai sovrano nel mondo della musica “ci sta” che un artista salito agli onori delle cronache con il primo album replichi adottando un altro nome; nome che, a scanso di equivoci, corrisponde alla sua identità anagrafica, mentre l’esordio era intestato a un alias che non è nemmeno l’unico dietro cui il ragazzo – appena ventunenne – ha finora operato. E non finisce qui: il lavoro in questione non è almeno al momento disponibile in forma fisica e, per rendere la faccenda ancor più complicata, è solo uno dei tre tasselli di un progetto multimediale comprendente anche un libro illustrato di duecento pagine che Archy ha realizzato assieme al fratello maggiore Jack e un breve film diretto da Will Robson Scott che presenta e spiega il rapporto tra i due giovanissimi creativi londinesi.
L’Archy Marshall di cui sopra è meglio conosciuto come King Krule, titolare di quel 6 Feet Beneath The Moon che nel 2013 sorprese e impressionò con il suo singolare mix di dubstep, trip hop e black music sviluppato in brani pop “deviati” e avvolti in atmosfere dark. A New Place 2 Drown riprende il discorso dove si era interrotto, ma sacrificando la “canzone” a favore della “colonna sonora”. La voce, ruvida e profonda, è sempre ben presente ma qui un po’ si nasconde, proponendosi più come elemento dell’insieme che di spicco; in tale chiave va valutato il ricorso a trame nel complesso meno melodiche e tendenti a una sorta di hip hop “ambientale”, così come l’esclusione della chitarra a vantaggio di un’elettronica ricca di suggestioni, fosca ma non mortifera. Una conferma, insomma; non esattamente, magari, del talento di songwriter di Marshall (i testi, comunque, paiono significativi e genuini), quanto piuttosto della sua capacità di inventare mondi sonori nei quali è bello immergersi (forse persino “annegare”, come da titolo) e del suo curioso carisma di anti-divo. Benché i nostri tempi bislacchi consiglino prudenza nelle previsioni, c’è da credere che con questo allampanato genietto dai capelli rossi non si potrà smettere di fare i conti.
Tratto da Blow Up n.213 del gennaio 2016

The Ooz
(XL)
Quattro anni fa, con l’esordio sulla lunga distanza 6 Feet Beneath The Moon, l’allora diciannovenne King Krule – per l’anagrafe britannica, Archy Ivan Marshall – si era trovato oggetto di notevoli attenzioni. Nulla di cui stupirsi, alla luce di una proposta decisamente particolare nella quale un songwriting di taglio cantautorale si lega – autocitazione dalle nostre pagine del 2013 – “al dubstep, alle produzioni ‘da cameretta’, a un pop dagli umori soul che mostra però anche connotati cupi e ruvidi molto vagamente alla Tricky”. Poco dopo, il Nostro era in pratica scomparso dalle scene per riapparirvi a fine 2015 con A New Place 2 Drown, un ancor più atipico progetto multimediale realizzato assieme al fratello e pubblicato a nome Archy Marshall solo in MP3 e vinile. E adesso è la volta di The Ooz, il cui bizzarro titolo propone una sorta di aggancio “capovolto” ai giorni in cui l’artista, minorenne, operava come Zoo Kid.
Nonostante il tempo trascorso dal primo album, King Krule rimane ancora “quel” King Krule, forte di una scrittura la cui (relativa) normalità è nascosta dalle arie spettrali che la avvolgono e da un voce profonda e in qualche misura graffiante che elude qualsiasi regola del “bel canto”. Gli arrangiamenti sono però assai più ricchi e policromi grazie all’uso di vari strumenti convenzionali che si affiancano alle elettroniche e ad alcuni innesti canori soprattutto femminili; ne deriva una formula ibrida non meno destabilizzante ma di sempre grande interesse e fascino, sviluppata con eclettismo in diciannove episodi per un totale di ben sessantasei minuti. Downtempo e soul, jazz e hip/trip hop, dub e wave si intrecciano senza soluzione di continuità in un “pop” deviato tanto caldo quanto glaciale e tanto raffinato quanto crudo. Ci si può scoprire un po’ disorientati, ma è difficile non esserne almeno intrigati.
Tratto da AudioReview n.394 del novembre 2017

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