Cheap Wine (1996-2017)

Scavando nel mio archivio ho scoperto di non aver recensito, come pensavo, tutti i dischi dei Cheap Wine. Mancano infatti all’appello i primi due album, A Better Place (1998) e Ruby Shade (2000). In compenso, ho pescato una segnalazione del demo del 1996, quello che poi sarebbe pubblicato – in veste più stringata – nel mini-CD d’esordio della band pesarese, anch’esso da me trattato all’epoca. Ripropongo con piacere tutto il corposo “dossier”, rimandando anche a un’intervista dell’epoca di Moving.

Pictures
(My My Hey Hey)
I Cheap Wine di Pesaro dichiarano fin dal nome prescelto – un vecchio brano dei Green On Red – la loro devozione per il roots rock americano profumato di country e psichedelia. Pictures, demo dalla confezione assai curata, raccoglie otto canzoni in inglese forse un po’ troppo fedeli ai modelli ma ben strutturate, che avrebbero bisogno solo di interpretazioni canore più convinte; la stoffa in ogni caso c’è ed è difficile non accorgersene.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.229 del 29 ottobre 1996

Pictures
(Toast)
Dei Cheap Wine ci siamo già occupati nel numero dello scorso ottobre, recensendo in termini positivi il loro demo Pictures. Visto che il mini-CD appena confezionato dalla Toast attinge a piene mani in quel nastro, riprendendone titolo e temi grafici e riproponendone i cinque migliori episodi, non possiamo quindi che ribadire il giudizio a suo tempo espresso e lodare le buone capacità del quartetto di Pesaro nel dar vita ad un sound di derivazione roots rock – non a caso il nome della band è “rubato” a una canzone dei Green On Red – vivace e ispirato seppure ancora un po’ acerbo. Comunque, un buon investimento.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.263 del 24 giugno 1997

Crime Stories
(Cheap Wine)
Al fianco di uno dei Rolling Stones dei ‘60 Marco e Michele Diamantini dei Cheap Wine dovevano avere in camera poster dei Dream Syndicate e dei Green On Red, come dimostrato da un percorso artistico del quale questo Crime Stories è il quarto capitolo in cinque anni; gli USA del quartetto di Pesaro sono dunque quelli del rock’n’roll sanguigno ed evocativo ibridato con la psichedelia meno contorta, in un tripudio di chitarre incisive tanto nell’accarezzare (ad esempio Looking For A Crime, I Like Your Smell, Tryin’ To Lend A Hand o la rarefatta e dolente The Murderer Song, che non avrebbe sfigurato nel mitico Medicine Show) quanto nell’imbastire trame inquietanti (Temptation) o nell’assestare salutari ceffoni (Coming Breakdown, Reckless, Waitin’ For A Fight o quella Dream Seller che, complici anche le tastiere, sembra rubata a Gravity Talks). I Cheap Wine, comunque, sanno ormai andare ben al di là dell’omaggio alle loro pur evidenti influenze, concependo un suono – e soprattutto canzoni, nel senso più nobile del termine – di notevoli equilibrio e impatto, dove la tradizione non è un limite ma un inesauribile serbatoio di linfa vitale; chi si trovi in sintonia con tale approccio, attitudinale e stilistico, si accosti pure al CD – a proposito: molto belli i disegni che lo adornano, opera del batterista Francesco Zanotti – con la certezza di non incorrere in delusioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.502 del 24 settembre 2002

Moving
(Cheap Wine)
Difficile, davvero difficile, non subire il fascino dei Cheap Wine. Per tanti motivi, tutti validissimi: si autoproducono in modo professionale, si danno molto da fare per promuovere al meglio la loro musica in Italia e all’estero ma non cercano di imporre la loro presenza, se ne strasbattono di non essere trendy, non leccano culi… e, soprattutto, suonano alla grande, come ben pochi hanno fatto prima – almeno nell’ambito dello stile che da sempre frequentano, quello del rock di scuola americana – nella nostra Penisola. Sì, i Cheap Wine sono proprio un gruppo magnifico, anche se non pretendono di inventare qualcosa di nuovo e si accontentano – alla loro maniera, comunque, e con il sostegno di una qualità di scrittura da fare invidia ai maestri del genere – il solco di una tradizione gloriosa dove il folk, la psichedelia, il punk e il blues si abbracciano con sempre irrefrenabile passione, ora lasciandosi andare in impetuosi amplessi e ora indugiando in morbide carezze. Il tutto omaggiando quei Dream Syndicate e quei Green On Red dei quali l’ensemble composto da Marco Diamantini (voce, armonica, chitarra ritmica), Michele Diamantini (chitarra solista e cori), Alessandro Grazioli (basso) e Francesco Zanotti (batteria) rimane uno dei più dotati eredi, sebbene le esperienze raccolte negli anni e la naturale ricerca di una propria identità lo abbiano progressivamente allontanato dai due modelli… che però sono lì, a sorridere compiaciuti e a benedire i loro figlioli mediterranei come accade ad esempio nella cadenzata Snakes (che cita in qualche modo Dan Stuart persino nel titolo) o nell’estatica City Lights (dove Marco è Steve Wynn e Michele Karl Precoda, e che provino a negarlo se ci riescono).
Sorta di concept dedicato al tema del viaggio, tra strade urbane bagnate dalla pioggia e blue highways illuminate dalla luna, Moving è un intenso, splendido album di roots’n’roll in perfetto equilibrio tra evocatività e irruenza, tra dolcezza e cattiveria, tra entusiasmo e malinconia; un disco che potrebbe tranquillamente essere il parto di una band californiana o texana o in ogni caso statunitense, e che nessuno riterrebbe mai nato tra la Pesaro dove i Nostri abitano e l’Ancona dove ha sede lo studio in cui è stato registrato. Miracoli di una musica che ormai inizia ad appartenere anche all’Italia – perché colonizzazione e globalizzazione non significano per fortuna solo McDonald’s e finti talk show – e che nelle mani giuste sa come far esplodere la sua travolgente, sanguigna poesia; e non è davvero semplice, da noi così come in Europa, trovare mani più giuste di quelle dei quattro marchigiani, come implicitamente confermato dal fatto che i precedenti lavori dei Cheap Wine – il mini Pictures pubblicato nel 1997 dalla Toast e gli album A Better Place, Ruby Shade e Crime Stories, editi in regime di autarchia nel 1998, nel 2000 e nel 2002 – hanno tutti goduto di programmazione radiofonica e raccolto lusinghieri consensi dall’altro versante dell’Atlantico.
Autoprodotto come i suoi ultimi tre predecessori, Moving è la definitiva conferma dello spessore di un gruppo italiano per sbaglio. Nutriste dubbi sul nostro giudizio, fidatevi delle vibrazioni e delle emozioni trasmesse da questi quasi settanta minuti di eclettiche cavalcate chitarristiche più o meno equamente divisi tra assalti tanto ruvidi quanto melodici e ballate dove dominano le atmosfere ombrose; con l’impeccabile cover personalizzata di One More Cup Of Coffee di Bob Dylan a mo’ di ciliegina sulla torta, a sottolineare che i ragazzi rispettano i mostri sacri ma non temono, con umiltà, di confrontarsi con loro.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.592 del 21 settembre 2004

Freak Show
(Cheap Wine)
Fedeli alla (loro) linea fatta di sangue, sudore e occasionali lacrime, i Cheap Wine danno alle stampe un quinto album che mantiene il saldo legame con il classico r’n’r a stelle e strisce cui il quartetto pesarese si è da sempre consacrato, evitando però di scadere nell’autocitazione grazie a un sapiente lavoro di amalgama e di apertura a nuove sfumature. Ancora una volta tutto si fonda sull’impatto delle canzoni, nove in totale: un impatto che, in questo caso, sembra però voler essere meno evocativo e più fisico, vista la netta prevalenza dei pezzi vigorosi e incalzanti su quelle ballate eteree e oniriche che dell’ensemble sono tradizionalmente un punto di forza; un (parziale) aggiustamento di rotta che, nonostante la qualità del songwriting sia alta e le soluzioni restino abbastanza eclettiche, sottrae magari a Freak Show qualcosa delle sue potenzialità espressive, benché sia utike a sfatare definitivamente (?) la leggenda che vuole i Cheap Wine una specie di clone dei maestri Dream Syndicate.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.631 del febbraio 2007

Spirits
(Cheap Wine)
Sette. Tanti, contando il mini di esordio e quest’ultima fatica, sono i lavori inanellati in ormai tredici anni di (onorata) carriera dai Cheap Wine, una di quelle piccole-grandi band che vivono serenamente il proprio operare all’interno di un circuito ristretto – che poi nel caso specifico tanto ristretto nemmeno è, alla luce dei proficui rapporti che i quattro pesaresi intrattengono con l’estero – infischiandosene dell’hype e delle mode. Loro, che sanno di essere italiani per l’anagrafe ma americani nel cuore, vanno avanti per la loro strada scrivendo e interpretando canzoni quasi sempre all’altezza dei modelli: canzoni che, per quanto concerne Spirits, sono ballate roots avvolgenti e ricche di pathos, arrangiate ed eseguite con un bell’equilibrio di emozione e classe. Il r’n’r ritmato e incalzante fa in un paio di casi capolino, ma la sua incisività è garbata e non aspra come in altre prove dell’ensemble; e il risultato è un album estremamente intenso e godibile, anche quando a uscire dalle casse non sono composizioni autografe bensì cover difficili – anzi, difficilissime – come The Man In The Long Black Coat di Bob Dylan e Pancho & Lefty di Townes Van Zandt.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.663 dell’ottobre 2009

Stay Alive!
(Cheap Wine)
Volevano (e dovevano…) farlo da un sacco di tempo, e alla fine si sono decisi: a tredici anni dal debutto discografico con il mini Pictures, i Cheap Wine hanno pubblicato il loro primo CD registrato in concerto: doppio, perché è giusto che sia così e poi… perché no?, ed eloquentissimo nel raccontare in ventuno tracce una bellissima storia di dedizione e devozione al r’n’r finora snodatasi – dopo il mini cui si è poc’anzi accennato – in sei album rigorosamente autoprodotti e in un’infinità di esibizioni che, per questi ragazzi che con gli strumenti in mano sono intanto divenuti uomini, non bastano però mai. Il materiale di Stay Alive! proviene da tre di esse, tenute nello scorso aprile a Pieve di Cento, a Pavia e nella Pesaro che al gruppo ha dato i natali: due sole cover, ma di quelle che stendono (Youngstown di Bruce Springsteen e Rockin’ In The Free World su Neil Young) e per il resto solo episodi autografi le cui musiche sono opera di Michele o Marco Diamantini, con quest’ultimo autore di tutti i testi. Testi che sono naturalmente in inglese, perché i Cheap Wine hanno l’America nella testa e nel cuore e qui lo rimarcano con musica ora più grintosa e ora più carezzevole ma sempre ispirata, ben congegnata e carica di passione, con la ritmica a dare la spinta, le chitarre a creare la magia e le tastiere – ci sono anche quelle – ad aggiungere preziose sfumature. Chi ama il rock a stelle e strisce non può proprio mancare questa celebrazione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.677 del dicembre 2010

Based On Lies
(Cheap Wine)
“Fondato sulle bugie”? Di sicuro il titolo non c’entra nulla con l’ormai lunga carriera dei Cheap Wine, una delle band più autentiche e oneste del sovraffollato panorama rock italiano: ragazzi divenuti uomini ma rimasti ragazzi che in un giorno di metà anni 90 decisero che, sì, la loro Pesaro poteva essere una Austin o una Sacramento, e da allora si sono lanciati a inseguire il loro sogno di America battendo statali e provinciali come se fossero blue highways, autoproducendosi i dischi (con questo sono giunti a nove, compresi un mini e un doppio dal vivo) e infischiandosene delle regole del cosiddetto business. Com’è giusto che sia, Based On Lies non propone deviazioni dal consueto itinerario roots nel quale si incrociano r’n’r anche parecchio grintoso, tocchi psichedelici ora vellutati e ora aciduli, folk dai toni per lo più notturni: un percorso vario, e sempre avvincente a livello di scrittura ed esecuzioni, che apre finestre su un po’ tutti gli stili affrontati dal gruppo dagli albori ai giorni nostri. Musica intensa e sanguigna che continua a richiamare alla mente gli anni ‘80 di Green On Red, Long Ryders e (soprattutto) Dream Syndicate ma che si rivela brillantemente senza tempo. Fiera della propria concretezza e del proprio cuore, e per fortuna estranea a sterili fighettismi, smargiassate da vanagloriosi e tristi mistificazioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.700 del novembre 2011

Beggar Town
(Cheap Wine)
Diciotto anni di carriera, un‘infinità di concerti e dieci dischi (otto album e un mini di studio più un doppio live; purtroppo, però, nessun vinile) sono traguardi formidabili per un gruppo che da sempre si autoproduce, canta in inglese e si mantiene fedele a uno stile avulso dal rock italiano, classico o alternativo che sia. Un piccolo miracolo, quello della band dei fratelli Diamantini, che ora si rinnova, due anni dopo Based On Lies, con un‘altra raccolta di canzoni americane dove il r‘n‘r, gli echi roots, la psichedelia mai troppo acida e lo storytelling si intrecciano senza soluzione di continuità, illuminate da ispirazione e passione. In questo caso, con le tastiere ancor meglio inserite nel loro autorevole impianto chitarristico, ritmico e vocale, i Cheap Wine hanno un po‘ tenuto a freno la grinta, non soffocando l‘impatto fisico, le asprezze e qualche tono livido ma privilegiando l‘evocatività e l‘intimismo. Se qualcuno non teme di esporsi al ridicolo, provi a sostenere la tesi che i risultati, benché tutto sommato “canonici”, non diano loro piena ragione.
Tratto da Blow Up n.197 dell’ottobre 2014

Mary And The Fairy
(Cheap Wine)
Non è la prima volta che i Cheap Wine pubblicano un disco dal vivo (cinque anni fa c’era stato Stay Alive!), ma mai prima un loro album era stato commercializzato in vinile oltre che in CD; un dettaglio, certo, ma un dettaglio che a ben vedere rafforza la “mitologia” sommersa ma solida della band, prossima a festeggiare – accadrà nel 2016 – i due decenni di attività. Registrato lo scorso 30 aprile nella Pesaro che ai Nostri ha dato i natali, Mary And The Fairy non lascia spazio ai brani grintosi e trascinanti che pure caratterizzano le esibizioni del gruppo, concentrandosi invece sulle ballate avvolgenti e ricche di pathos; com’è ovvio non mancano momenti dove l’energia prende un po’ il sopravvento, ma nel complesso la scaletta predilige i toni intimisti e notturni. Nessun pezzo è inedito, ma di sicuro gli estimatori storici gradiranno i nuovi arrangiamenti che, assieme alle ben note qualità dei fratelli Diamantini (Marco voce e chitarra, Michele chitarre), fanno apprezzare quelle del pianista/tastierista Alessio Raffaelli.
Tratto da Blow Up n.211 del dicembre 2015

Dreams
(Cheap Wine)
Vent’anni dalla pubblicazione del mini d’esordio, con nove album di studio (compreso questo) e due dal vivo a fargli seguito, senza contare le centinaia di concerti, e i Cheap Wine non si sono ancora stancati di inseguire i loro sogni di r’n’r, ambientati da qualche parte fra la California del Paisley e quella delle solite, immancabili radici. America, America e ancora America, dunque, con canzoni che da un po’ – fanno fede il penultimo Beggar Town e il successivo live Mary And The Fairy – hanno accantonato i toni più convulsi e psichedelici a favore di trame sempre cariche di intensità e tensione ma in generale più lente, avvolgenti, evocative. All’aggiustamento del tiro ha certo influito l’arrivo in organico, sei anni fa, del tastierista Alessio Raffaelli, che ha saputo brillantemente ampliare una tavolozza dei colori fino ad allora basata sulle chitarre dei fratelli Diamantini; i dieci brani di Dreams ne hanno giovato e i Cheap Wine del 2017 sono più che mai una band equilibrata, forte di un songwriting che a dispetto dell’evidenza delle fonti di ispirazione ha acquisito una sua personalità e di uno stile all’insegna del calore, della visceralità e di un’energia che sorregge ma non esplode. A completare il bel quadro, testi in inglese in bilico tra visioni e realtà quotidiana, dei quali nel libretto è proposta la traduzione italiana; per Marco Diamantini, che li scrive e li canta, le parole sono importanti, e non a caso tutte quelle finite su disco sono state appena raccolte in un libro acquistabile presso il sito del gruppo.
Tratto da Blow Up n.233 del novembre 2017

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Categorie: recensioni | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Cheap Wine (1996-2017)

  1. Graziano

    Volevo scrivere un mio parere su questo articolo e soprattutto sui piccoli Grandi Cheap Wine ma nel cominciarlo mi sono reso conto che divagavo di continuo dal nocciolo di ciò che volevo esprimere con poche parole. Riciclo perciò due righe dal volantino inserito in quel maestoso doppio Lp che si intitola “Mary and the fairy”:
    …Come noi, Giuliano ha scelto una strada difficile, lontano dai circuiti dominanti e dalle logiche commerciali, la sua pittura è istinto, spirito, cultura. E’ nutrimento per l’anima… Grazie di cuore ragazzi!

  2. Gian Luigi Bona

    Grande gruppo, purtroppo sono nati nel paese sbagliato e per questo non godono della considerazione che meriterebbero. Per fortuna ci sono giornalisti come Federico che sanno guardare al patrimonio musicale nostrano con la considerazione che merita.

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