Jonathan Wilson (2013)

Jonathan Wilson non pubblica album dal 2013 e dunque questo Fanfare – naturalmente non contando l’EP Slide Bay del 2014 – è ancora il suo ultimo lavoro propriamente detto. Per ora non si parla di un terzo capitolo (il primo era stato, nel 2011, Gentle Spirit) ed è davvero un peccato. Benché non ci siano agganci con l’attualità, ne ripropongo la recensione, ricordando anche che il disco figurava nella mia playlist personale del suo anno di uscita.

Fanfare
(Bella Union)
Jonathan Wilson non ha legami di parentela con Steven Wilson, mente dei Porcupine Tree (e di vari altri progetti) nonché produttore/ingegnere del suono rinomato per i suoi restauri d’autore (King Crimson, Jethro Tull, XTC), ma nonostante le profonde diversità di stile e approccio potrebbero essere in qualche modo considerati “fratelli di musica”. Certo, Jonathan – di sette anni più giovane, trentanove contro quarantasei – è americano e non inglese e si sente, ma le affinità ideali ci sono eccome. Prendete ad esempio la copertina di questo suo secondo album, che arriva due anni dopo l’apprezzatissimo Gentle Spirit, e provate a negare che la sua esplicita citazione di una cosina da nulla come la “Creazione di Adamo” della Cappella Sistina – ci sarà di mezzo l’ironia, ok, ma… – non sia una trovata “alla Steven”. E poi, per continuare (e chiudere) con il gioco dei cognomi, non potrebbero essere entrambi figli di Brian e nipoti di Dennis? A grandi linee, mettiamola così: se Steven è il più accreditato erede delle tradizioni progressive britanniche, che recupera in chiave rivitalizzata e aggiornata, Jonathan è il suo pari per quanto concerne la gloriosa scena della West Cost. Oltre al lavoro (anche) dietro il mixer, nella tabella delle analogie si possono quindi annotare l’amore per gli anni ‘70, il desiderio di allestire trame sonore complesse e imponenti, il perfezionismo e la predisposizione alle collaborazioni: nei settanove minuti di Fanfare, la parata di illustri ospiti vede Roy Harper (co-autore di vari pezzi), David Crosby, Graham Nash, Jackson Browne, Mike Campbell e Benmont Tench degli Heartbreakers di Tom Petty, Pat Sansone dei Wilco e l’ex Fleet Foxes J. Tillman, nomi che dovrebbero essere più che sufficienti a dimostrare la stima della quale il Nostro gode fra i colleghi.
Chi conosce Gentle Spirit, a suo tempo “disco del mese” sulle nostre pagine (come pure, sei mesi fa, l’ultimo di Steven, tanto per giocare ancora sui parallelismi…) non rimarrà spaesato: al di là della maggiore raffinatezza che tuttavia non degenera in retoriche ridondanze, nonché dell’acquisita piena convinzione che la formula è valida e che, dunque, si può alzare l’asticella, Fanfare si muove negli stessi ambiti del predecessore: una terra magica dove evocative alchimie folk incontrano avvolgenti fragranze psichedeliche, prediligendo strutture dilatate e visionarie ma concedendosi occasionalmente soluzioni ritmiche più accese e in un caso – Love To Love, che con i suoi 4:11 è il pezzo più breve in scaletta – persino accattivanti armonie pop-country-rock che strizzano l’occhio all’airplay. Costruito attorno a un pianoforte a coda Steinway, perno di un’imponente strumentazione dove si alternano e si fondono voci, corde, ottoni, archi e qua e là un’intera orchestra, la replica di Wilson rischia seriamente di mettere in ombra il memorabile esordio: l’effetto-sorpresa naturalmente è svanito e taluni potrebbero rilevare la tendenza a specchiarsi, ma la classe, il gusto e l’espressività delle tredici tracce – sette delle quali superano i sei minuti di durata – strappano comunque applausi. Che lo si chiami sinfonia o magari, per attenersi alla già menzionata immagine di copertina, “affresco”, quanto organizzato dell’eclettico artista del North Carolina ha tutto ciò che occorre per garantire grandi soddisfazioni sonore ed emotive. Legittimo attenderselo, del resto, da un disco che viene istintivo collocare fra il primo David Crosby solista e certi Pink Floyd dei Seventies, benché in momenti come Fazon o New Mexico volteggino i mai abbastanza lodati Traffic.
Tratto da AudioReview n.347 dell’ottobre 2013

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Categorie: recensioni | Tag: , | 3 commenti

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3 pensieri su “Jonathan Wilson (2013)

  1. Segnalo che il buon Jonathan anni prima di “Gentle Spirit” pubblico’ un altro disco, “Frankie Ray”, che poi ha misteriosamente disconosciuto. Un vero mistero perche’ l’album e’ bello quanto, se non persino piu’, di quelli “ufficiali”, e’ della stessa identica materia sonora e registrato in maniera professionale. Davvero non si capisce il fatto che l’abbia nascosto sotto il tappeto.

    • Sì, è un grande mistero. Sono Pazzi Questi Musicisti. 🙂
      Alla fine non lo si cita mai, adeguandosi alla prassi comune che lo ha “rimosso”… non fosse altro perché se lo menzioni devi pure spiegare cosa è, e in questo modo sottrai spazio al disco che si sta recensendo.

  2. Sulla sua pagina facebook, il 23 Ottobre scriveva che a Dicembre avrebbe suonato 3 serata a LA anticipando alcuni pezzi del nuovo album. Quindi qualcosa bolle in pentola!

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