Robert Plant (2014-2017)

Credevo che questo ennesimo album di Robert Plant avrebbe riscosso maggiori consensi, che sarebbe piaciuto di più del comunque tanto che è piaciuto. Non vedo cosa di meglio si potrebbe pretendere, da un artista che avrebbe tutto il diritto di ritirarsi a riposare sui tanti allori raccolti, ma per come la vedo io Carry Fire vale a prescindere: è un disco eccellente e stop, i trascorsi del suo artefice non c’entrano. Ne propongo allora con piacere la recensione assieme a quella del suo precedessore di tre anni fa, il primo con i Sensational Space Shifters come backing band.

Carry Fire
(Nonesuch)
I Led Zeppelin hanno separato le loro strade nel 1980 e da allora non si sono mai davvero riuniti. Eppure, per molti appassionati, Robert Plant – così come Jimmy Page e John Paul Jones – è condannato a portare sulle spalle l’eredità della sua vecchia band, quasi che dal doloroso giorno dello stop dovuto alla morte di John Bonham non abbia fatto nulla o quasi di rilevante. Certo, il peso specifico del glorioso quartetto non si discute e ogni rimpianto è comprensibile, ma i fatti dicono che la carriera in proprio del frontman è tutt’altro che roba da vecchie glorie che camminano a testa bassa sul viale del tramonto: ben undici, compreso questo, gli album di studio a suo nome finora pubblicati, ai quali sono da aggiungere i due a quattro mani con Page e quello assieme ad Alison Krauss. E si parla, per di più, di prove come minimo decorose e spesso davvero di pregio, oltre che piuttosto fortunate sotto il profilo commerciale, sulle quali l’ombra dei Led Zeppelin si allunga in modo assai relativo; in estrema sintesi, e banalizzando al massimo, si può dire che del gruppo è in qualche modo ripresa – ma trasfigurata in altre chiavi – molto più l’indole folk e blues che non quella hard, con la voce via via affrancatasi dai toni più vigorosi e dirompenti a favore di soluzioni più morbide ed evocative, ricche di ammalianti chiaroscuri.
Secondo lavoro realizzato con i Sensational Space Shifters, Carry Fire segue la scia del precedente Lullaby And… The Ceaseless Roar del 2014, continuando a esplorare con verve e trasporto emotivo un territorio di confine nel quale il rock “d’atmosfera”, chiamiamolo così, incorpora suggestioni world e slanci psichedelici; benché imponente e complesso, l’apparato strumentale non è mai soffocante, e l’amalgama di sonorità elettriche, acustiche ed elettroniche appare in ogni circostanza bilanciato perfettamente. Sulla magnifica copertina che mostra un Plant ieratico la “backing band” non viene menzionata, ma gli undici episodi in scaletta sono di sicuro frutto di un impegno collettivo che il titolare del disco si è limitato a guidare, indossando anche i panni del produttore. Ne è derivato un programma ottimamente coeso e al contempo prodigo di sfumatore, che spazia vellutatamente e intensamente tra architetture musicali sempre avvolgenti ma non per questo povere sul piano della spinta ritmica o delle eventuali ruvidezze; in The May Queen e Bones Of Saints prevale l’anima blues, Season’s Song e Dance With You Tonight vantano un respiro più aggraziato che in A Way With Words assume toni più cupi ed eterei, la title track ed Heaven Sent deviano magicamente verso la psichedelia esoticheggiante, mentre New World, Carving Up The World Again… A Wall And Not A Fence, Keep It Hid e la cover del classico minore dei tardi ’50 Bluebirds Over The Mountain (ospite Chrissie Hynde) si accendono di colori rock più o meno sgargianti. Il bello, però, è che alla fine tutte le influenze e tutti i generi si intrecciano e si impastano senza soluzione di continuità, creando ibridi fascinosi e intriganti dei quali è impossibile disconoscere la forza espressiva, la classe, l’equilibrio formale e sostanziale. Album riuscitissimo, che ripagherà con gli interessi tutta l’attenzione che gli si vorrà concedere. Nessun dubbio.
Tratto da AudioReview n.392 dell’ottobre 2017

Lullaby And…
The Ceaseless Roar
(Nonesuch)
A Robert Plant non si può rimproverare di essersi seduto sui suoi gloriosi trascorsi. Ok, i ritorni di fiamma con i Led Zeppelin, peraltro occasionali, ci sono stati, ma da quel lontanissimo 1980 in cui il Dirigibile smise di volare l‘oggi sessantaseienne cantante e songwriter inglese non ha davvero lesinato in tentativi – in massima parte riusciti – di battere altre vie; lo dimostra una produzione da solista che, non contando i due (ottimi) lavori dei ‘90 con il vecchio sodale Jimmy Page e quello del 2007 in coppia con Alison Krauss, è giunta alla decima prova di studio, prima con quei Sensational Space Shifters che lo spalleggiano in concerto dal 2012 e con i quali sempre due anni fa aveva già pubblicato – solo in digitale – “Live In London July ‘12”.
Posso esprimere i miei sentimenti tramite melodia, potenza ed effetto trance, uniti in un caleidoscopio di suono, colore e amicizia”. A proposito della sua nuova avventura, Plant si è pronunciato così, e la descrizione rispecchia i contenuti di un disco che allinea la cover del traditional bluegrass Little Maggie e dieci episodi originali – uno è in realtà la rielaborazione di un classico di Leadbelly – cofirmati dal titolare e dai membri dell‘ampio ensemble che lo accompagna. Certo, la potenza è più emotiva che non fisica (sebbene, va detto, non manchino occasionali esplosioni di energia), ma nulla c‘è da eccepire per quanto concerne melodia ed effetto trance. Ed è quest‘ultimo, a ben vedere, il perno attorno al quale ruota Lullaby And… The Ceaseless Roar, in un fluire di raffinati (forse troppo, a volte) ceselli strumentali e di suggestioni etniche amalgamate senza soluzione di continuità. Alla spinta sulle note alte che lo ha reso celebre il Nostro preferisce toni morbidi e confidenziali, ma va benissimo: almeno in sala d‘incisione, del resto, Robert Plant non è né vuole più essere “quello dei Led Zeppelin”.
Tratto da AudioReview n.355 del settembre 2014

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Robert Plant (2014-2017)

  1. Stefano

    Su Carry fire, nulla di epocale ma spinto dai pareri positivi visti in giro e devo ammetterlo anche dal fascino e dalla caratura dell’artista di cui non conoscevo nulla della produzione solista, mi sono avvicinato a questo disco e a qualcos’altro dello stesso Plant
    Magnifico come ne hai sviscerato e soppesato i valori nella tua recensione 🙂

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