Virginiana Miller (1997-2003)

Dei Virginiana Miller avevo già recuperato un’intervista risalente al 1999. Approfondisco ora il discorso su questa brillante realtà del nostro rock d’autore con le recensioni dell’epoca dei primi quattro album, tre di studio e uno dal vivo. Poi, se i miei archivi non mi hanno nascosto qualcosa, non mi sono occupato della band livornese per due ulteriori dischi, salvo poi dedicarmici nuovamente in occasione di quello che è a tutt’oggi ancora l’ultimo lavoro, Venga il regno del 2013, che figura anche nella mia playlist di quell’anno. Ho aggiunto la recensione, a mo’ di appendice.

Gelaterie sconsacrate
(Baracca e Burattini)
È un esordio da non far passare sotto silenzio, quello dei livornesi Virginiana Miller. Non solo per le notevoli qualità del suo “rock d’autore” intrigante e malinconico, costruito su suggestivi intrecci elettroacustici screziati di citazioni smithsiane, ma anche per la sua rara capacità di tradurre in musica le piccole storie, le leggende e gli umori di una provincia solo incidentalmente toscana. Toscana, però, è l’ironia che pervade questi brani, più velata di quella dei concittadini Ottavo Padiglione – ai quali i Virginiana Miller sono a tratti paragonabili, nonostante il suono meno esuberantemente pop – ma comunque legata a filo doppio con un’amarezza che definiremmo esistenziale.
Un po’ poeti e un po’ menestrelli, Simone Lenzi e compagni cantano di disoccupazione e scenette balneari, di delitti ed estati che finiscono, scandendo i loro racconti con voce carismaticamente confidenziale e arricchendoli con arrangiamenti elettroacustici di estrosa, ricercata eleganza. Non uno sterile esercizio pseudo-intellettuale, dunque, ma una proposta in grado di toccare ora le corde del cervello e ora quelle del cuore; sempre, però, mettendo in luce un’intelligenza e una sensibilità tanto profonde quanto vivaci, la cui forza espressiva è accentuata da un’indole squisitamente visionaria dalla quale sarà difficile non farsi conquistare… a patto, è ovvio, che si conceda a Gelaterie sconsacrate una certa attenzione e non lo si releghi al ruolo poco gratificante di sottofondo. Accogliere l’invito all’ascolto, oltretutto sottolineato dal prezzo promozionale, potrebbe rivelarsi una scelta più che azzeccata.
Tratto da AudioReview n.171 del giugno 1997

Italiamobile
(Baracca e Burattini)
Non sono stati granché tempestivi, i Virginiana Miller, nel confezionare il seguito di quel Gelaterie sconsacrate che esattamente due anni fa li aveva segnalati tra gli esponenti più personali e fascinosi del cosiddetto rock d’autore; in questo periodo, però, il sestetto livornese non si è addormentato sugli allori della positiva accoglienza da parte della critica e degli incoraggianti riscontri di mercato, impegnandosi invece nel tentativo di rendere la propria formula ancor più in grado di competere con una concorrenza oggi ben più numerosa e agguerrita al confronto con il pur recente passato. Per realizzare tale obiettivo, Simone Lenzi e compagni non hanno cercato di elaborare soluzioni artificiose, ma si sono limitati ad assecondare un’indole espressiva che li ha portati verso un suono leggermente meno pop rispetto all’esordio: un suono che, va detto, non rinuncia ad alcuno dei requisiti-base del lavoro precedente – l’incisività chitarristica, l’atipica obliquità di alcuni arrangiamenti, la malinconia e l’ironia a volte amara delle liriche, l’impostazione vocale un po’ lamentosa e cantilenante, certe atmosfere dai toni smithsiani – ma che al contempo ne perfeziona notevolmente gli aspetti formali accentuandone lo spessore e la forza evocativa.
Non sono davvero un gruppo convenzionale, i Virginiana Miller, e Italiamobile lo dimostra in modo inequivocabile: avvolgendo, cioé, le sue undici composizioni – sia quelle più morbide e rarefatte che quelle più accese sotto il profilo ritmico – in un’atmosfera torpida e onirica, in linea con gli umori di quel “possibile viaggio in una realtà parallela a quella quotidiana” nel quale l’ensemble mira a coinvolgere vecchi e (possibilmente) nuovi estimatori; un viaggio il cui stato d’animo, come spiegano gli stessi Virginiana Miller a proposito del brano-guida Placenta, “non è ispirato dalla volontà di crescere né della tipica curiosità esotica di noi occidentali, ma semplicemente dalla necessità di arrendersi alla corrente cercando almeno di proteggersi dal richiamo delle sirene mediatiche che ha acquisito ormai i contorni dell’aggressione”. Con tali premesse, va da sé che la seconda fatica dei toscani – alla cui realizzazione ha collaborato, nel ruolo di co-produttore, il sempre puntuale Marc Simon – mal si presta a un ascolto disattento, ma richiede invece una vera e propria full immersion in grado di far valutare in modo opportuno l’andamento un po’ insolito delle melodie, gli schemi di scrittura a volte destabilizzanti, le immagini tra l’allegorico e il visionario dei testi e soprattutto il canto di un Simone Lenzi che, a dispetto di qualche apparente asperità melodica, sembra trovarsi del tutto a suo agio nell’officiare “la rappresentazione di quel disincanto che sembra essere l’unica garanzia di felicità possibile”. Il dovere di cronaca, infine, ci impone di segnalare i preziosi interventi strumentali di Vittorio Nocenzi (Banco), Massimo Fantoni e Marc Simon, qualche traccia particolarmente significativa (la Placenta di cui sopra, l’inquietante Cerbero, la caustica Gran Tour, la Bentivegna dedicata al Filippo scultore di teste laviche in quel di Sciacca) e la scelta sempre lodevole di mantenere il prezzo di vendita al di sotto delle 30.000 lire; questioni secondarie, comunque, rispetto al valore di un disco ricco di stimoli e di coraggio, e di una band sulla cui autorevolezza artistica non è ormai più lecito nutrire dubbi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.340 del 23 febbraio 1999

Salva con nome
(Baracca e burattini)
Non ricevevamo serie notizie discografiche dai Virginiana Miller da quasi tre anni, cioé da quando lo spessore del loro secondo album Italiamobile ci aveva obbligati a concedergli la copertina del nostro inserto. Invece che con il terzo, atteso lavoro di studio, l’ensemble livornese si è però fatto ora vivo con questo Salva con nome, CD acustico registrato sul palco del Banale di Padova il 23 febbraio 2000: un unplugged, insomma, dal quale emerge un volto (quasi) inedito di un gruppo che, nonostante il dichiarato amore per il rock (dai toni a tratti persino enfatici), ha sempre dato l’idea di potersi destreggiare al meglio anche con strutture scarne e limpide.
Questo è un live nudo e crudo, ingenuo e sincero”, si legge nelle note. “Questo è un momento irripetibile della nostra storia pubblica. Questi siamo noi. Siamo i Virginiana Miller. E non vi abbiamo mai presi per il culo”. Tutto verissimo, come dimostrato da dodici episodi (più due di immancabile bis) che volano sulle ali della spontaneità e del cogliere l’attimo, privilegiando il repertorio dell’esordio Gelaterie sconsacrate e offrendo come bonus un inedito – Telefilm, eseguito addirittura due volte – che per varie ragioni non aveva trovato spazio in Italiamobile; interpretazioni che, nonostante l’organico “di fortuna” (il bassista di sempre si era dimesso pochi giorni prima: in sua vece, Valerio Fantozzi degli Snaporaz), la situazione decisamente informale e le inevitabili sbavature, si rivelano più che mai efficaci, esaltando la profondità e l’intensità delle storie di malinconia e disincanto raccontate con voce solenne – anche se, in questo caso, più secca del solito – dal bravo e carismatico Simone Lenzi. Al di là dei suddetti limiti, Salva con nome è un altro piccolo, grande successo di quella piccola, grande band chiamata Virginiana Miller. E, di riflesso, di quel “rock d’autore” del quale essa è tra i rappresentanti più coraggiosi e fuori dagli schemi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.474 del 19 febbraio 2002

La verità sul tennis
(Sciopero)
Non contando il live acustico Salva con nome, pubblicato l’anno scorso ma inciso nel 2000, i Virginiana Miller erano assenti dal mercato addirittura dall’inizio del 1999: colpa non solo della loro “pigrizia” ma anche delle vicissitudini discografiche che hanno portato alla chiusura dei rapporti con la Baracca e Burattini – l’etichetta che li aveva scoperti e seguiti nella loro ascesa sotterranea – e al conseguente contratto con la Sciopero degli Yo Yo Mundi, distribuita dalla Sony tramite la Mescal. Il (troppo) lungo silenzio, però, è stato adesso interrotto dall’uscita di La verità sul tennis, terza raccolta di canzoni avvolgenti, aggraziate e un tantino visionarie che affiancate a quelle di Gelaterie sconsacrate e Italiamobile vanno a costituire una piacevole e autorevole galleria “pop” – di classe sopraffina, va da sè: garantisce, nella circostanza, anche la produzione di Amerigo Verardi – sofisticata e intrigante, dove la sobria e fantasiosa ricchezza delle trame strumentali a base di chitarre, tastiere, basso e batteria ben si sposa a liriche nel complesso poco convenzionali intonate con un’inconfondibile stile tra il discorsivo e l’enfatico.
Proprio i testi di Simone Lenzi, quadretti di vita quotidiana dipinti con linguaggio ricercato e con taglio “cinematografico” alla Amarcord (non a caso, se fossero mini-film, la regia ideale sarebbe di Fellini), sono il cuore del discorso del sestetto, caratterizzati da citazioni “alte” (da Veronesi all’umanesimo) e “basse” (dal telefilm Spazio 1999 ai cartoon di Capitan Harlock) e da una (malinconica) ironia tutta livornese; e in tale ottica trova giustificazione anche il malizioso scatto di copertina, in apparenza fuori tema ma in realtà perfettamente in linea con l’approccio generale dell’ensemble. Approccio che non è granché mutato rispetto alle precedenti prove – anche se l’estro e il lavoro certosino di Verardi hanno arricchito il già ampio spettro delle sfumature musicali, soprattutto per quanto riguarda l’uso peraltro mai invadente dell’elettronica – e che continua a svilupparsi in episodi morbidamente cadenzati o in ballate eteree dove il gusto dell’obliquità marcia di pari passo con la naturale elaborazione di gradevoli strutture melodiche; impossibile non citare almeno la title track, che evoca il solito immaginario“smithsiano, le quasi psichedeliche Malvivente e Requiem per la Rai, la briosa Telefilm, le pacate La vita illusa e Abitano la terra o la curiosa Rimerende, che seppure con minore efficacia si riallaccia alla Merenderi del primo album.
Poche settimane prima dell’album ha inoltre visto la luce il CD-singolo Terrarossa, che ratifica il rapporto di collaborazione e di amicizia instauratosi tra il gruppo toscano e Giorgio Canali: ne fanno parte La verità sul tennis, la Pesci nell’acqua dello stesso chitarrista dei P.G.R. affrontata senza grandi stravolgimenti dai Virginiana Miller e la vecchia Venere Nettuno Belvedere dei Virginiana “punkizzata” da Canali, oltre al (bel) videoclip di Malvivente nel quale Giorgio – favorito dalla sua notevole espressività facciale e da un volto che sembra fatto apposta per la telecamera, nonché dall’ottima fotografia delle riprese – offre un più che eloquente saggio delle sue doti di attore. Per i Virginiana Miller, insomma, un ritorno meritevole di encomio. Che senz’altro consoliderà/allargherà il già affezionato culto della band, segnando magari un ulteriore passo verso una visibilità “ufficiale” che non sarebbe affatto usurpata.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.525 del 18 marzo 2003

Venga il regno
(Ala Bianca)
Godono di un ampio seguito di culto e della stima incondizionata di molti colleghi e addetti ai lavori, i Virginiana Miller: sei album di studio compreso questo (più uno dal vivo) negli ultimi sedici anni di carriera, l’attività parallela di scrittore del frontman Simone Lenzi e il costante impegno a 360 gradi non sono stati sufficienti a dare al gruppo consensi pari a quelli di altri esponenti del cosiddetto rock d’autore. Sarà colpa della scelta delle etichette discografiche, dell’impostazione canora che taluni trovano eccessivamente enfatica o della nuvola nera che spesso è fedele compagna dei livornesi (senza scomodare Piero Ciampi, basta citare Bobo Rondelli), ma finora i ragazzi, si fa per dire, sono un bel po’ in credito con la sorte.
Potrebbe darsi, e tutti ce lo auguriamo incrociando al contempo le dita, che Venga il regno sarà l’album del riscatto: un management serio, una label rodata e la vittoria al David di Donatello con il brano Tutti i santi giorni (dall’omonimo film del concittadino Paolo Virzì, per di più tratto da un romanzo dello stesso Lenzi) sono basi ideali per il sostegno di un disco dove l’ispirazione dei testi – letterari, ma non nel senso snob del termine – marcia in parallelo alla ricercatezza e all’eclettismo delle trame strumentali. Un’eleganza intrigante e nient’affatto ostentata o forzata, quella del sestetto toscano, che impreziosisce undici brani di grande pop-rock italiano, privo di cadute nel banale e costantemente teso verso un’espressività alta che non respinge bensì attrae con la forza evocativa delle parole, delle melodie, degli arrangiamenti. Nonché con l’autorevolezza di uno stile che, al di là delle occasionali vicinanze non necessariamente volontarie a quelli di alcuni illustri colleghi (da Rondelli a Giulio Casale fino ai Baustelle, per fare qualche esempio) ha il pregio non comune di brillare di luce propria.
Tratto da AudioReview n.346 del settembre 2013

Annunci
Categorie: recensioni | Tag: | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: