Manu Chao (1998-2002)

All’inizio del 2017, a mo’ di probabile anticipazione di un nuovo disco, José-Manuel Thomas Arthur Chao ha diffuso in Rete tre canzoni inedite, le prime a distanza di dieci anni da quello che rimane ancora il suo ultimo album di studio, La radiolina. Nonostante la sua costante attività dal vivo in tutto il mondo, la popolarità dell’ex frontman dei Mano Negra (ma nel suo curriculum ci sono esperienze precedenti, delle quali si può leggere qui) sembra essere di gran lunga minore di quella conquistata a cavallo tra gli anni ’90 e ’00, quando il musicista francese era sempre illuminato dai riflettori. I miei scritti qui recuperati sono relativi a quel periodo.

Clandestino
(Virgin)
Tre anni dopo lo scioglimento dei suoi Manu Negra, Manu Chao debutta in proprio con un album che, lentamente, diviene un successo da svariati milioni di copie, soprattutto grazie alle vendite in Europa e nei paesi latini. Netto lo stacco stilistico dalla vecchia band: il rock più o meno d’assalto ha lasciato il posto a sonorità elettroacustiche morbidamente ipnotiche e imbevute di umori per lo più centro/sudamericani, a testi – domina lo spagnolo – interpretati con toni cantilenanti e malinconici, ad atmosfere il cui intimismo non stride con il (forte) messaggio sociale rimarcato dal titolo. Nel 2001, Proxima Estacion: Esperanza replicherà la formula con pari ispirazione e in modo anche più persuasivo per il grande pubblico (si pensi al singolo-tormentone Me gustas tu), ma il Manu Chao più autentico è in queste canzoni lievi eppure profonde.
Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali (Giunti, 2012)

Proxima Estacion: Esperanza
(Virgin)
Dallo scorso aprile, il singolo Me gustas tu – “tormentone” sullo stile dell’ormai leggendario Bongo Bong – imperversa briosamente dalle antenne delle radio di mezzo mondo, a ricordare a tutti che il Clandestino è ritornato. Con nuove vicende agrodolci da raccontare, giocate sul terreno di un pirotecnico folk di confine che saltella allegramente malinconico e/o malinconicamente allegro fra tanti idiomi differenti – prevale lo spagnolo, ma non mancano liriche in arabo, francese, portoghese, inglese e portuñol – e fra atmosfere musicali che attingono per lo più nell’ampio serbatoio sudamericano e caraibico.
Ricordano come è ovvio quelle del Clandestino ormai vecchio di tre anni, le note e le parole di Proxima Estacion: Esperanza, ma nell’insieme danno più l’idea di un’antologia di pensieri compiuti che non di una pur viva raccolta di appunti di viaggio; il tutto, però, senza soffocare quella naïveté spontanea e splendidamente bislacca che dell’esordio costituiva una delle armi più efficaci. Manu è sempre Manu, per fortuna: leggero e nel contempo spesso, morbido e nel contempo incisivo nel suo funambolico giocare con ritmi, melodie, strumenti, voci e rumori “rubati” chissà dove nel riuscito tentativo di evocare suggestioni intense e sentimenti forti. E le sue canzoni di “gioia e rivoluzione”, dove la gioia è comunque relativa e dove la rivoluzione non è mai cruenta, brillano dei colori sgargianti dell’esotismo ma non sembrano in nessun caso paccottiglia da turisti. Quadri a olio o a tempera, dunque, e non fotografie. Manufatti da artigiano e non prodotti industriali. Musica che viene dal cuore – la possibilità che gemme quali Bixo, La primavera, la meravigliosa Denia, Mi vida, la Mr.Bobby dedicata a Marley o il collage conclusivo di Infinita tristeza siano frutto di calcoli a tavolino è prossima allo zero assoluto – e che ai cuori deve giungere e giungerà in un ecumenismo che non ha forse uguali: si faccia avanti chi conosce altri artisti, per di più in qualche modo scomodi, che sappiano esaltare le platee alternative e i programmatori dei network, i padri conservatori e i figli contestatori, i nonni persi nei ricordi e i loro nipotini persi nel nulla televisivo, i fricchettoni accannati e gli yuppie ormai incanutiti.
Tratto da Mucchio Extra n.2 dell’estate 2001

Radio Bemba Sound System
(Virgin)
Viene da sorridere, al pensiero che proprio la rivista che ha messo in copertina Manu Chao prima di chiunque altro in Italia – questa rivista, va da sè – si sia “dimenticata” di recensire l’album dal vivo dell’ex leader dei Mano Negra. E magari i detrattori del Nostro, gli stessi che a sproloquiano e sproloquieranno di “operazione pretestuosa e speculativa”, avranno anche interpretato il silenzio come un segnale di non adesione invece che come una semplice svista di carattere tecnico. Ciò precisato, si può e di deve spostare il discorso sulla qualità di questi sessantaquattro minuti di torrida, appassionata e travolgente patchanka che vedono sfilare buona parte dell’ancor scarno repertorio solistico dell’artista transalpino – tra i pezzi esclusi, a sorpresa, il tormentone Me gustas tu – e svariati classici dei Mano Negra, da Peligro e King Kong Five fino a Casa Babylon, The Monkey e l’inno Mala vida. Una vera festa di ritmo, energia e divertimento, che si snoda tra intriganti policromie stilistiche in una briosa successione di canzoni propriamente dette (spesso piuttosto diverse dalle versioni di studio) e assortiti frammenti; e che celebra, al di là di ogni retorica, la giusta gioia dello stare assieme al di là delle barriere di razza, lingua e censo.
Ribadisce le ben note doti di intrattenitore e performer di Manu Chao, Radio Bemba Sound System; e si dimostra, brano dopo brano, ricco di fascino e forza coinvolgente, mantenendosi brillantemente in bilico tra rigore e (relativo) svacco. Insomma, un disco genuino e vivo: che, poi, è esattamente ciò che si dovrebbe pretendere da un concerto.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.516 del 14 gennaio 2003

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