Massimo Priviero

Racconto com’è andata, altrimenti tutto può sembrare senza senso. Ieri verso le 10 la mia casella mail ha accolto un comunicato stampa con l’annuncio dell’uscita del nuovo singolo del – copiaincollo – “portavoce per eccellenza del rock d’autore in Italia”. OK, in certi frangenti un minimo di enfasi ci può stare, bisogna catturare l’attenzione dei giornalisti e se poi qualcuno riprende di sana pianta tanto meglio, ma… insomma, ecco, una simile investitura mi sembra “un tantino” esagerata e soprattutto sgradevole, specie considerando che nell’intestazione, sotto il nome del protagonista, compare già da anni la scritta “Il rock d’autore”, con l’articolo messo lì davanti come a dire “il (vero) rock d’autore sono io” (ok, sono sottigliezze, ma senza articolo il significato sarebbe stato un altro e gli articoli, come le parole, sono importanti).
Sorridendo amaramente della cosa, ho pensato di fare una ricerca in archivio, dalla quale è emersa solo una vecchia recensione che qui riporto, pubblicata nel n.297 (17 marzo 1998) del Mucchio Selvaggio.

Priviero
(Dig It)
Non molto positivo il giudizio sulla rentrée di Massimo Priviero, cantautore e chitarrista veneto del quale non si possono negare il ruolo di coraggioso precursore nella ricerca di una “via italiana per il rock” (il suo lavoro d’esordio, San Valentino, risale addirittura al 1988), l’impegno sociale, le doti tecniche e una vena poetica senz’altro più pronunciata di quella di tanti suoi colleghi. In questo Priviero – come d’altronde avveniva, a diversi livelli, anche negli altri quattro album precedentemente consegnati alle stampe – tali qualità non riescono però a risaltare, vuoi per gli arrangiamenti troppo spesso freddi e/o “pompati” e vuoi soprattutto per un canto che sembra forzato e innaturale nel suo (frequente) ricalcare il modello Springsteen: emblematico Rabbiamore, brano d’apertura che cita con risultati discutibili Cecco Angiolieri e il Boss di Hungry Heart, sottolineando gli evidenti limiti dell’approccio vocale. Il solito Priviero, insomma, che oscilla tra rock e pop senza voler (o saper) mai decidere quale direzione gli sia più congeniale, azzeccando anche qualche mossa (ad esempio la breve ma commovente Nordest, squisita nelle sue eteree atmosfere folk, o la “blue version” di Nessuna resa) ma rimanendo comunque in mezzo al guado: una collocazione che come è noto, specie in un’Italia abituata alle valutazioni in termini di “bianco” o “nero”, si traduce di rado in concreti consensi di vendita e rilevanti appoggi promozionali.

Da allora, di Massimo Priviero non ho più scritto, perché qualche giorno dopo l’uscita del giornale mi giunse una sua mail “di protesta”, dai toni antipatici (non ce l’ho sotto mano, ma se serve posso recuperarla da un dischetto), che sostanzialmente suonava “come ti permetti? – non hai capito nulla”. Non ricordo se gli risposi, conoscendomi suppongo di sì ma dovrei recuperare il dischetto di cui sopra e alla fine se l’abbia fatto o meno non ha importanza. Però di occuparmi di Priviero mi era passata la voglia e in fondo non avevo alcun obbligo. L’obbligo non ce l’avevo neppure adesso, ma quel “portavoce per eccellenza del rock d’autore in Italia” è stato troppo. Da lì questo post che in fondo non sono stato felice di approntare, perché a Priviero non mancano doti ed è dedito a un genere di musica che mi piace (coordinate: Gang, Massimo Bubola, Graziano Romani) e che da un bel po’ , al di là di alcune sue caratteristiche che apprezzo meno,  è certo globalmente migliore di quella di due decenni fa.

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Categorie: recensioni | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Massimo Priviero

  1. backstreet70

    Con Priviero gli slogan “terribili” si sprecano proprio, all’uscita del primo disco lo slogan era “Ho visto il futuro del rock italiano e si chiama Massimo Priviero”.

  2. Giulio Grandi

    Da amante di Priviero sin dai suoi esordi,il mio pare è che dopo i primi quattro album ,Massimo si sia voluto avvicinare troppo ad uno stile spreengsteeniano,talmente troppo che alcune sue canzoni somigliano un po troppo adte alcune canzoni del boss.
    E soprattutto dopo quei dischi si è adagiato troppo su giri di accordi e lineemi vocali che ricorrono un troppo spesso nelle sue canzoni,rendendole spesso simili tra loro.
    Peccato perché nei primi quattro dischi le potenzialità erano davvero interessanti.
    Giulio

  3. A parer mio hai scritto ciò che andava scritto, saggia decisione quella di non scrivere più.
    Complimenti per i tuoi post che leggo sempre con piacere.

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