Rage Against The Machine

Dopo l’intervista a Tom Morello che si può leggere qui, realizzata nel 1999, ecco la miglior selezione possibile di quanto ho scritto in tempo reale dei Rage Against The Machine, una delle band-cardine degli anni ’90. Nell’ordine: recensione dell’esordio, breve retrospettiva dell’epoca del terzo album che accompagnava un’intervista non mia, recensioni del terzo e quarto album nonché di un live postumo. Mancano i commenti d’epoca alla seconda prova (Evil Empire) e ad altri DVD in concerto, ma direi che ci si può accontentare. Degli Audioslave si può leggere qui, dei dischi solistici di Tom Morello, invece, qui.

Rage Against The Machine
(Epic)
Siamo ormai arrivati al crossover dei crossover. Alla sintesi delle sintesi. All’abbattimento dei confini di genere, insomma, per l’edificazione di un sound la cui “novità” non è inficiata dall’evidenza dei suoi elementi costitutivi. E siamo arrivati anche al punto in cui le etichette, così comode per selezionare a priori i dischi da recensire/acquistare, possono divenire talmente ampie da essere, di fatto, inutili. È il caso di questo omonimo album d’esordio dei Rage Against The Machine, quartetto californiano che a campionatori e tastiere preferisce una classica strumentazione chitarra-basso-batteria, per indicare le coordinate del quale si dovrebbe tirare in ballo un vago rap-metal-funk-grunge-punk: ovvero, uno stile dai decisi connotati ritmici e dall’ancor più decisa attitudine iconoclasta – consigliabile la lettura dei testi, davvero furiosi nei loro attacchi alle aberrazioni del Sistema – nel quale la cultura del rap più crudo e militante e quella del rock’n’roll più abrasivo e barricadero si fondono in un crogiuolo che non cessa neanche per un istante di sputare magma incandescente.
Dieci brani, altrettanti inni di rivolta espressi con un linguaggio musicale ancora suscettibile di miglioramento – un po’ di compattezza e di eclettismo in più e ci troveremmo di fronte a un disco da dieci e lode – ma abbastanza maturo e devastante da lasciare il segno. Sciocco, per chiunque ami tutto ciò che è compre tra Public Enemy e Soundgarden, decidere di farne a meno.
Tratto da AudioReview n.125 del marzo 1993

La voce (incazzata) dell’altra America
Corre il novembre 1992 quando l’omonimo, straordinario album d’esordio dei Rage Against The Machine apre nuovi orizzonti sia all’ancor vivace scena crossover, sia a quell’indole “combat rock” che aveva presentato come ultimi, credibili esponenti gli allora già stagionati Public Enemy. Rodato da un’intensa e apprezzata attività concertistica nella natia Los Angeles, il quartetto composto dal cantante di origine messicana Zack De La Rocha, dal chitarrista mulatto Tom Morello, dal bassista Tim Commerford e dal batterista Brad Wilk sintetizza in dieci canzoni di devastante potenza sonora e verbale la propria attitudine alla contaminazione tra generi – hardcore, metal e rap, ma evitando ogni rapporto con l’elettronica: “no samples, keyboards or synthesizers used in the making of this recording”, specifica a scanso di equivoci una nota in fondo ai credit – e la propria volontà di essere una spina nel fianco del sistema (la Macchina, appunto) attraverso liriche intrise di furia barricadera; e anche la copertina, raffigurante un bonzo datosi volontariamente alle fiamme in segno di protesta per la guerra in Vietnam, si inserisce in un quadro di denuncia politica e sociale ben sintetizzato da titoli quali Know Your Enemy, Bullet In The Head, Bombtrack, Take The Power Back, Killing In The Name o Freedom. Una sola nota in apparenza stonata, in questo perfetto manifesto di realismo anni ’90, il marchio della major Epic; ma in fondo, è risaputo, la propaganda “sovversiva” acquista un sapore ancor più gradevole se effettuata sfruttando i mezzi predisposti dalle strutture che tramite essa si vorrebbero abbattere. Dal compromesso, alla fine, traggono beneficio tutti: la compagnia discografica, grazie ai piazzamenti dell’album nei Top20 britannici e nei Top50 statunitensi, e i Rage Against The Machine, che diffondono in modo capillare il loro messaggio ribelle e acquisiscono anche un invidiabile ruolo di simboli del “pensiero alternativo” divenendo quindi ancor più efficace sostegno e cassa di risonanza di tante giuste cause.
La replica, messa a un certo punto in dubbio dallo spettro del possibile scioglimento, giunge solo nella primavera del 1996; quasi tre anni e mezzo di attesa ripagati da Evil Empire, non all’altezza del predecessore in quanto a novità – la formula “ritmi, chitarra e urla” è pressoché invariata – ma nel complesso più curato sotto il profilo tecnico (budget superiore e presenza in console dell’espertissimo Brendan O’ Brien). Il primo gradino delle charts USA e il quarto in quelle UK testimoniano di una popolarità in crescita, ulteriormente allargata da una serie di stratosferiche esibizioni dal vivo dove la band esalta la sua natura più caustica e selvaggia; Bulls On Parade, People Of The Sun, Vietnow e Without A Face sono solo alcuni dei nuovi inni di un gruppo che non ha paura di manifestare apertamente il proprio essere contro, sia scagliando invettive generiche ma puntuali contro la massificazione, il controllo da parte dei media, le ingiustizie della società e l’ignoranza (non a caso nel libretto interno sono riportate le copertine di numerosi libri-chiave per l’apertura delle coscienze), sia schierandosi in prima persona a favore di perseguitati come Leonard Peltier o Mumia Abu-Jamal.
Una voce fieramente fuori dal coro, quella dei Rage Against The Machine, non affievolita dal successo planetario: The Battle Of Los Angeles, nei negozi in questi giorni, vive infatti sempre di parole laceranti come proiettili e impetuosa musica di strada dove le chitarre sono così estrose da non far neppure accorgere dell’assenza di diavolerie tecnologiche. I maestri dell’hardcore-metal-rap d’assalto sono tornati, e il legame che li unisce agli MC5 attraverso Public Enemy e Clash appare oggi ancor più saldo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.371 del 2 novembre 1999

The Battle Of Los Angeles
(Epic)
Poco realistico ipotizzare che i Rage Against The Machine, a dispetto della costante evoluzione del loro percorso artistico, possano un giorno dare alla luce un’altra opera rivoluzionaria come l’omonimo esordio del 1992, pietra miliare del cosiddetto crossover e turning point per la storia del rock: un impatto così straordinario non è replicabile, a meno che il gruppo non decida di abbandonare il modulo con cui si è fino ad oggi proposto in favore di qualcosa di radicalmente nuovo. Eppure, sebbene il quartetto californiano sembri ora come ora orientato “solo” verso il perfezionamento del proprio stile, non è facile smentire il chitarrista e leader Tom Morello sul punto che questo The Battle Of Los Angeles sia globalmente il migliore dei tre album targati RATM: in sintesi, il più idoneo a sintetizzare la complessa natura dell’ensemble dal punto di vista della maturità di scrittura così come della sua traduzione tecnica, e nel contempo a fotografarne l’intensità espressiva, lo spessore concettuale e la fierezza barricadera.
Concepito in sala d’incisione e prodotto/mixato con la consueta perizia dal solito Brendan O’Brien, The Battle Of Los Angeles possiede tutto ciò che era lecito pretendere dal successore di Rage Against The Machine e Evil Empire: formidabile potenza e ricerca di sfumature inedite, estrema vivacità nell’elaborare rumorosi intrecci di voce, chitarra, basso e batteria e contestuale rifiuto degli strumenti elettronici, parole pesanti a conforto dell’America (del Mondo?) che subisce ma non vuole arrendersi e furia animalesca nel dirigerle contro oppressori e manipolatori, oscuro senso di minaccia ad aleggiare sui solchi e soprattutto memorabili inni metal-funk-rap edificati su ritmi policromi, voce urticante e chitarre mai così estrose e geniali nel rileggere i tardi anni ‘60 di Jimi Hendrix e MC5 alla luce delle opportunità offerte dalla moderna effettistica. Inni che dichiarano la propria indole ribelle già dai titoli – Testify, Guerrilla Radio, Calm Like A Bomb, Sleep Now In The Fire, Born Of A Broken Man, Born As Ghosts, Voice Of The Voiceless – e che pur non soffocando mai la loro selvaggia aggressività non mancano all’occorrenza di aprirsi in spunti nervosamente visionari. Al di là di ciò che potrebbero suggerire ascolti superficiali, i Rage Against The Machine sono andati ancora avanti, doppiando la boa del difficile terzo album con 45 minuti del tutto privi di cedimenti o pause. Un’impresa non da poco, specie considerando i limiti (teorici) della loro formula e il rischio dell’appagamento da successo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.370 del 26 ottobre 1999

Renegades
(Epic)
È triste che l’ancor recente divorzio in casa Rage Against The Machine, con Zack De La Rocha da una parte e il resto della band dall’altra, conferisca a quest’album il sapore sempre amaro del postumo. E dire che Renegades, sviluppatosi spontaneamente dal progetto di un paio di cover da utilizzare come bonus track per un live e prodotto con la consueta perizia da Rick Rubin, avrebbe dovuto essere una festosa celebrazione delle proprie radici, e quindi lo strumento giusto per ribadire un impegno concettuale oltre che stilistico che i Quattro Moschettieri di Los Angeles avevano sottoscritto dieci anni fa e che finora non avevano dato l’impressione di poter mai disattendere. La vita, in ogni caso, continua, e nell’attesa di far conoscere il loro futuro Zack, Tom, Tim e Brad gettano subito benzina sul fuoco già di per sè devastante del rimpianto con questi dodici “remake” selezionati – sulla base dei gusti personali ma anche con intenti propedeutici: per mostrare, cioè, la continuità tra circa trentacinque anni di musica rinnegata – nei repertori di gruppi e solisti che hanno in vari modi esercitato la propria influenza sul quartetto. Nulla di strano, quindi, che a dominare siano i brani dalle più o meno esplicite implicazioni politiche e che la scaletta ondeggi senza mai perdere l’equilibrio tra rock’n’roll più o meno d’assalto e hip hop più o meno barricadero.
Considerato l’abituale approccio dei RATM, è pertanto abbastanza logico che gli episodi di area rap – a partire da How Could I Just Kill A Man degli amici Cypress Hill, per giungere a Microphone Fiend di Erik B & Rakim, Pistol Grip Pump dei Volume 10, I’m Housin’ degli EPMD e la Renegades Of Funk di Afrika Bambaata scelta come singolo apripista – risultino in linea di massima irrobustiti e incattiviti rispetto ai modelli, mentre è alquanto bizzarro che nel confronto con il rock i Nostri sembrino in qualche modo “trattenuti”: il caso più evidente è quello di Kick Out The Jams degli MC5, ma a onor del vero anche In My Eyes dei Minor Threat e Down On The Street degli Stooges – benchè ineccepibili – sembrano accusare qualche carenza. Grandiose, invece, sono la già nota e qui remixata The Ghost Of Tom Joad di Bruce Springsteen (irriconoscibile nel suo acidissimo incedere all’insegna del rhythm’n’blues punkizzato), Street Fighting Man dei Rolling Stones (oggi, se avessero vent’anni, Jagger e Richards la scriverebbero proprio così), una Maggie’s Farm di Bob Dylan convulsa e ipnotica nelle musiche e in parte aggiornata nel testo e una Beautiful World dei Devo interpretata in una scarna versione solo voce e chitarra dove l’ironia dell’originale è divenuta un dolente e intensissimo sussurro.
Al di là delle poche incertezze, comunque, un album ricco di spessore e di fascino. Consentiteci di sperare che i RATM non rinneghino la loro identità di “grande famiglia” e, chiariti i dissidi, tornino assieme: di voci forti e autorevoli come la loro, in questo mondo di fatuità e trasformismo, c’è (purtroppo) un fottutissimo bisogno.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.420 del 28 novembre 2000

Live At The Grand
Olympic Auditorium
(Epic)
Sarà che il progetto Audioslave ha lasciato l’amaro in bocca a una buona percentuale di vecchi fan, e che l’annunciato album solistico di Zack De La Rocha rimane una specie di oggetto misterioso, ma i Rage Against The Machine continuano a fare notizia come se fossero ancora in attività: un dato significativo di quanto il quartetto californiano abbia marchiato il rock dei ‘90 e di come l’eco delle sue (esplosive) gesta sia ancora ben lontano dallo spegnersi, in barba alla frenesia con la quale il mercato si affanna a proporre nuovi, improbabili eredi al trono. Dunque, perché non far finta che l’abdicazione non sia mai avvenuta, andando a spulciare negli archivi?
Così, dopo il Renegades che sul finire del 2000 aveva suggellato l’addio presentando dodici formidabili riletture di brani altrui, è ora arrivato il momento del classico live: un’ampia sintesi dei concerti tenuti a Los Angeles il 12 e 13 settembre di tre anni or sono con i quali la band si è congedata dalle scene, per una scaletta alla nitroglicerina che mette in fila sedici tracce riprese per lo più dall’ormai leggendario esordio del 1992 e dal terzo The Battle Of Los Angeles. Non mancano, quindi, gli inni Killing In The Name, Bullet In The Head, Guerrilla Radio e Sleep Now In The Fire, così come un paio di episodi-chiave di Evil Empire (People Of The Sun e Bulls On Parade) e del già citato Renegades (I’m Housin’ degli EPMD e naturalmente Kick Out The Jams degli MC5), oltre alla “rara” No Shelter (era una delle bonus track del singolo di Guerrilla Radio): una dimostrazione di forza e solidità sulla quale non ha pesato in negativo la consapevolezza che sul palco si stava esibendo un gruppo già morto, e che ha anzi beneficiato del clima “da ultima occasione” per confermare il proprio carattere, il proprio carisma, la propria unicità.
Se il Live At The Grand Olympic Auditorium in versione CD attinge da entrambi gli show, il DVD omonimo offre invece l’integrale di quello del 13, con una scelta di canzoni in massima parte coincidente, i Cypress Hill ospiti nella rilettura della loro How I Could Just Kill A Man e – come contenuti extra – il videoclip finora inedito della stessa How I Could Just Kill A Man e una mezz’oretta di stralci dall’esibizione per la Convention Democratica sempre del 2000. Tutto materiale infiammabile, che non aggiunge sostanza a quanto già si conosceva del quartetto – neppure sotto il profilo visivo: si pensi, ad esempio, all’altro DVD The Battle Of Mexico City – ma che sa appagare corpo, mente e spirito. Speculazione innegabile, certo, ma che iradiddio. E quanti bei ricordi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.556 del 25 novembre 2003

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Categorie: articoli, recensioni | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Rage Against The Machine

  1. Luca Paisiello

    Un pezzo come Killing the Name l’avranno sentito tutti e se non ti fa andare il sangue alla testa quello… Personalmente apprezzo moltissimo il lavoro fatto con Cornell, una bomba il periodo Audioslave, almeno i primi due album. Sono di ben altri gusti elettrici, ma Morello quella chitarra sa farla saltare in un modo pazzesco. Magari sono giri ridondanti, ma sballano.

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