The Waterboys (2017 + 1988)

Due mesi fa decisi che l’ultimo dei Waterboys sarebbe stato “disco del mese” di AudioReview. Non fu una scelta facile, perché l’album è di quelli che fanno discutere per le ragioni che potrete capire leggendo la recensione che ho qui recuperato; non a caso gli ho assegnato solo 7,5, un voto bassino per – appunto – un “disco del mese”. Però, che posso dirvi… continua a sembrarmi un lavoro che, pur con tutte le legittime riserve, merita attenzione, e chi se ne importa se qualche fan di vecchia data ha ritenuto di darmi del pazzo per la critica positiva. Assieme, una seconda recensione, scritta tre anni e mezzo fa a proposito della ristampa (superestesa) dell’indiscusso capolavoro di Mike Scott e compagni, il sempre magico Fisherman’s Blues.

Out Of All This Blue
(BMG)
Nonostante i mezzi passi falsi e gli atteggiamenti a volte non simpatici, è difficile non voler bene a Mike Scott, il cantante, polistrumentista e songwriter scozzese di nascita e irlandese d’adozione che da circa trentacinque anni tiene le redini dei Waterboys. Contando pure i due firmati con le proprie generalità anagrafiche invece che con la sigla della instabilissima band, gli album da lui messi in fila dal 1983 a oggi sono quattordici, e quattro o cinque di essi – più di tutti Fisherman’s Blues del 1988, capolavoro di fusione fra folk celtico, country e rock – sono davvero belli-belli. Per il suo principale artefice, quest’ultimo Out Of All This Blue – uscito a due anni dal valido Modern Blues – ha di sicuro un’importanza speciale, se non altro per le dimensioni: è, infatti, un opus magnum di ventitré pezzi divisi tra due CD o vinili, ai quali vanno aggiunti gli undici (versioni alternative, remix, strumentali e outtake) delle edizioni “deluxe” triple. Se l’ispirazione chiama è meglio assecondarla e qui Scott l’ha fatto esponendosi come più non avrebbe potuto; e sintetizzando i suoi sforzi in una raccolta di canzoni – in massima parte d’amore – dal titolo traducibile con “Tra tutta questa tristezza” o “Fuori da tutta questa tristezza”, sul cui significato gioca una foto di copertina virata in azzurro.
Non un disco triste, comunque. Non manca di momenti pacati e introspettivi e di testi che non accendono l’allegria, ma in termini generali il suo eclettismo, le sue ritmiche incisive e la ricchezza mai sovrabbondante degli arrangiamenti lo qualificano come opera parecchio godibile, a metà tra la coerenza alle radici folk-rock e la ricerca peraltro non spasmodica di soluzioni “pop” apprezzabili da una platea più ampia di quella dei soliti aficionados. Non tutti i brani abbagliano a livello di spessore compositivo e magari non è errato etichettarne alcuni come “ruffianate”, ma persino gli ammiccamenti più sfacciati non scadono mai nel dozzinale; merito della produzione curata dallo stesso Scott, abile nell’amalgamare corde, pelli, tasti e ottoni senza farsi tentare dall’effetto di (troppo) facile presa, conferendo all’insieme una veste molto raffinata che, però, suona (quasi) sempre naturale. Poi, certo, la scaletta un po’ disorienta, a causa di una semi-schizofrenia stilistica che porta i Waterboys a cimentarsi non solo con il classic rock e dintorni, ma anche con R&B, soul, funk e addirittura scampoli di hip hop; va da sé che gli estimatori di vecchia data adoreranno subito Kinky’s History Lesson (una intensa ballad dedicata allo scrittore/cantautore americano Kinky Friedman) o la più robusta Santa Fe e saranno spiazzati da Hiphopstrumental 4 (Scatman) (non serve specificare il genere, vero?) o dai riferimenti al Giappone dovuti alla relazione sentimentale – coronata dal matrimonio e dalla nascita di un figlio – con l’artista Megumi Igarashi, alias Rokudenashiko (la traccia n.19 porta il suo nome). In ogni caso, melodie frizzanti/accattivanti come quelle di New York I Love You, If I Was Your Boyfriend o If The Answer Is Yeah sarebbero perfettamente in grado di conquistare i programmatori radiofonici di ogni regione del globo, e pazienza se un giorno si scoprirà che sono state scritte e confezionate con tale obiettivo. In estrema sintesi, un album non determinante per le sorti del rock’n’roll, ma che difficilmente deluderà quanti ambiscono solo – e a volte ci vuole – a un entertainment “alto”.
Tratto da AudioReview n.391 del settembre 2017

Fisherman’s Blues
(Chrysalis)
Uscito nell’ottobre 1988, Fisherman’s Blues certificò la svolta dei Waterboys verso il folk. Non che la componente tradizionale mancasse nel sound decisamente più magniloquente dei vecchi album della band, ma l’arrivo in organico del violinista irlandese Steve Wickham contribuì in modo decisivo all’elaborazione di una sintesi misurata ed efficace, orientata più verso le radici che verso il rock ma dotata di un proprio carattere conferito anche dagli agganci letterari e dalle atmosfere in odore di spiritualità. Non fu un parto facile, dato che le session si snodarono fra Dublino e la California dal gennaio 1986 al giugno 1988, dando vita a oltre cento brani. In scaletta ne finirono solo tredici, uno più bello dell’altro, con quelli autografi (la “dylaniana” title track, We Will Not Be Lovers, World Party, la dolcissima filastrocca And A Bang On The Ear, la Stolen Child che riprende Yeats) accanto alle cover di Sweet Thing di Van Morrison, del classico popolare When Will We Be Married? e di This Land Is Your Land di Woody Guthrie (della quale c’è però solo un frammento, a mo’ di bonus track). È l’articolo più venduto del catalogo di Mike Scott e compagni e la critica concorda nel reputarlo capolavoro insuperato (e insuperabile) del gruppo britannico.
Fisherman’s Blues è sempre reperibile nella stampa del 1998, ma se non lo si possiede già sarebbe il caso di rivolgersi al recente Fisherman’s Box: sei compact che propongono cronologicamente le centoventuno tracce delle session, con l’aggiunta di un libretto pieno di foto e note, per un prezzo di norma inferiore ai 30 euro. Ne occorrono invece circa 65 per la “super deluxe edition” che contiene un settimo CD con sedici pezzi che sono stati di ispirazione per il disco, nonché il vinile del Fisherman’s Blues originale.
Tratto da AudioReview n.350 del febbraio 2014

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