Alley Cats + The Zarkons

Sollecitato da alcuni lettori ugualmente appassionati della materia, sono andato a recuperare i miei scritti più estesi – solo recensioni, però: un articolo non mi pare di averlo mai fatto – sugli Alley Cats. Rileggendo questo materiale antico, oltretutto pieno di ingenuità giovanili (verbosità, retorica, eccessi di enfasi…) mi sono reso conto del fatto che il mio rapporto con la band di Los Angeles è stato meno “facile” di quanto ricordassi, come si evince da critiche un po’ ambigue; un riflesso credo inevitabile della “strana” carriera del gruppo, con quattro album incisi con due sigle diverse e con il secondo di ogni coppia più ammiccante al mercato rispetto ai primi. Del primo degli Alley Cats ho riesumato anche una recensione “a posteriori” in una serie di schede a proposito di alcuni miei dischi di culto, mentre al tempo recensii il secondo degli Zarkons assieme al secondo dei Social Distortion e quanto ho qui riproposto è una sorta di bizzarra estrapolazione.

Nightmare City
(Time Coast)
A fidarsi della nota fanzine californiana Slash, sono attivi dal 1975: si chiamano Alley Cats e sono Randy Stodola (chitarra e voce), Dianne Chai (basso e voce) e John McCarthy (batteria), quest’ultimo subentrato nel ’77 a Ray Jones. Incredibile a dirsi, Nightmare City è solo il loro primo album, partorito dopo nulle difficoltà: nessuna casa discografica sembrava infatti essere interessata alla band, le cui incisioni si riducevano fino a poco tempo fa a un introvabile 45 giri per la Dangerhouse (Nothing Means Nothing Anymore/Give Me A Little Pain) e alla partecipazione alle raccolte Yes L.A. (con Too Much Junk) e Sharp Cuts (con Black Haired Girl). Fortunatamente negli ultimi mesi le cose sono migliorate e il gruppo ha potuto farsi notare nel film (e relativa colonna sonora) Urgh! – A Music War con un’eccitante Nothing Means Nothing Anymore incisa dal vivo e con il singolo Night Along The Blvd./Too Much Junk, invitante preludio a questo LP. Volendo trovare attinenze stilistiche, si potrebbe dire che gli Alley Cats sono una versione più “cattiva” degli X; il loro sound è infatti tipicamente r’n’r, costruito sul ritmo del basso e sul lavoro incisivo della chitarra con due voci (una maschile e una femminile) che si alternano e si fondono nel cantare testi sinceri ed espressivi, per la maggior parte ispirati alla vita della città della quale i Gatti Randagi sono originari, Los Angeles.
Che i tre musicisti abbiano ormai una notevole esperienza è facilmente deducibile dall’ascolto di Nightmare City, un disco entusiasmante e ricco di fascino come pochi dove una ottima tecnica strumentale si accoppia a una felice vena compositiva; dieci brani tutti decisamente belli, con menzione particolare per la title track, Night Along The Blvd., Today, When The World Was Old e la lenta e melodica ballata King of The Street Fights; riuscite anche le nuove rese dei pezzi già noti, tra le quali spicca una Black Haired Girl più veloce e trascinante dell’originale. L’aria che si respira nei solchi dell’album è imbevuta di elettricità, ha il sapore delle strade malsane e decadenti di Los Angeles, ha l’odore di ciò che è vero e non artefatto. Sonorità graffianti come la voce di Randy Stodola, composizioni che escono direttamente dal cuore: questo è l’universo di un gruppo che non potrete non amare. Nightmare City è stato atteso a lungo, ma tutti noi che li seguiamo da tempo sapevamo che gli Alley Cats non ci avrebbero delusi; è valsa veramente la pena di aspettare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.46 del novembre 1981

Alley Cats
Escape From The Planet Earth
(MCA)
Abbandonata la Faultv Products per la quale era stato realizzato l’ottimo Nightmare City a favore della più potente MCA, gli Alley Cats di Los Angeles cercano con il secondo LP di afferrare il successo che li ha elusi per tanti anni. Escape From The Planet Earth è un disco molto diverso dal precedente: la durezza ha spesso lasciato il posto a soluzioni più rilassate, gli arrangiamenti sono assai più complessi ed elaborati e molti brani sono impostati in maniera diversa da quelli di Nightmare City, quasi tutti dominati da un’aggressività di chiara marca punk; ascoltando questo nuovo album si riceve la netta impressione che il lavoro d’esordio fosse un documento del primo periodo espressivo degli Alley Cats e che la nuova era inizi proprio dai solchi di Escape From The Planet Earth, separata dalla vecchia da un (incolmabile?) fossato. Qui la faccenda si fa più complicata, giacché il nuovo corso di Randy Stodola, Dianne Chai e John McCarthy, pur evidenziando ulteriormente le grandi qualità del gruppo, presenta episodi che al primo ascolto potrebbero sembrare discutibili; molti pezzi stupendi dal punto di vista compositivo sarebbero stati più soddisfacenti in una veste più rabbiosa, immediata ed essenziale, ma del resto è normale che gli Alley Cats abbiano voluto (o dovuto?) addolcire il loro sound per andare incontro alle esigenze del grande pubblico statunitense.
L’album è comunque di altissimo livello e raggiunge i vertici della potenza espressiva in brani come la title track, Night Of The Living Dead, Naked Souls, After The Funeral e Just An Alley Cat; certo, per chi ha apprezzato Nightmare City le sorprese non saranno poche: arresti improvvisi proprio all’apice della tensione ritmica, cadenze reggae che affiorano qua e là, cura meticolosa nella collocazione di ogni strumento e armonie vocali imprevedibili, ma il segreto per valutare nella giusta maniera (e cioè positivamente) i cambiamenti sta nel non farsi condizionare dai pregiudizi: con Escape From The Planet Earth gli Alley Cats dimostrano di avere tutte le carte in regola per imporsi assieme ai concittadini X come una delle più eccitanti formazioni rock degli anni ‘80. A colpire maggiormente del gruppo è la capacità di concretizzare in musica (e anche in parole: i testi sono davvero eccezionali) le sensazioni e le emozioni cui siamo sottoposti come abitanti di un mondo metropolitano quasi sempre crudele ma a volte anche affascinante. Provate anche voi a fuggire dal pianeta Terra con Randy, Dianne e John.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.55 del settembre 1982

The Zarkons
Riders In The Long Black Parade
(Time Coast)
Se qualcuno decidesse di assegnare un premio al gruppo più “sfigato” del nuovo rock americano. esso andrebbe inevitabilmente a finire nelle mani degli Alley Cats di Los Angeles: in dieci anni di attività hanno realizzato appena due album (passati per di più abbastanza inosservati), hanno provato ogni tipo di etichetta (la piccola Dangerhouse, la media I.R.S., la potente MCA) e non sono mai riusciti a sollevarsi dal ruolo di cult heroes locali. Oggi, dopo essersi sbattuti in tutti i modi per trovare una label interessata al loro viscerale messaggio rock’n’roll, i ragazzi hanno deciso di mettere una pietra sul passato e di ricominciare da capo, ribattezzandosi Zarkons e debuttando con un album autoprodotto e distribuito dalla solita Enigma.
Anni e anni di indifferenza da parte del pubblico non sono bastati a far recedere la band dal suo proposito iniziale: dar vita ad un rock sincero e sentito, che mescolasse grintose vibrazioni elettriche e suggestioni malinconiche, aggressività punk e malumori esistenziali, voglia di ribellione e passiva sottomissione. Forti della chitarra corposa di Randy Stodola e del basso pulsante di Dianne Chai, sostenuti dal drumming incisivo di John McCarthy, gli Alley Cats hanno sempre cantato la loro Los Angeles fatta di vicoli malsani, delinquenza ed emarginazione; l’hanno fatto con testi crudemente poetici e con una musica energica e trascinante, figlia del caldo punk californiano e del potente r’n’r made in USA. Come gli X, sfruttano l’alternarsi/fondersi delle voci, struggenti e disperate, di due innamorati non più giovanissimi, uniti nel comune destino di chi nasce nella fogna e nella fogna deve imparare a vivere; mentre gli X hanno però imboccato la strada della notorietà internazionale grazie a un ammorbidimento del sound e a un affievolimento della rabbia, gli Alley Cats/Zarkons sono rimasti gli stessi, rocker “perdenti” destinati a narrare la quotidianità crudele della nostra società. le passioni più dolenti, la consapevolezza di voler fuggire sapendo di non avere nessun posto dove rifugiarsi e dimenticare. E così, quando la voce di Dianne si eleva in Screams In The Night, scandendo “eravamo la band che cantava le canzoni tristi e solitarie / per la gente triste e solitaria che le cantava assieme a noi” sappiamo che quel senso di profonda mestizia che aleggia sulle liriche viene direttamente dal cuore di chi ha sempre voluto esprimere sè stesso cercando di giungere ad altri spiriti affini. Il grande popolo del rock non può che apprezzare questo idealismo quasi autolesionista, questa lealtà della quale Riders In The Long Black Parade è un ideale manifesto, specie se essi sono espressi in un disco bello, affascinante e coinvolgente come questo; conta poco, quindi, che l’album non sia potente e ispirato come Nightmare City o raffinato come il seguente Escape From The Planet Earth, perché è il simbolo, emblematico quanto pochi altri, della vitalità del rock’n’roll, della sua schiettezza, della sua universalità sia spaziale che temporale. Non si tratta di gusti né di opinioni, del tutto irrilevanti per un giudizio che non è musicale ma di valori ben più importanti: pur non contenendo composizioni rivoluzionarie o particolarmente esaltanti sotto il profilo sonoro, Riders In The Long Black Parade possiede tutto ciò che fa grande il rock. Se amate il rock, dovete comprare questo disco; mal che vada, almeno contribuirete a far sì che gruppi come i Zarkons continuino a esistere, orgogliosamente ai margini di questo squallido music business.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.94 del novembre 1985

The Zarkons
Between The Idea And The Reality… Falls The Shadow
(Atlantic)
Ambedue oggetto di un solido culto da parte di cerchie nemmeno tanto esigue di appassionati, Social Distortion e Zarkons sono accomunati dal fatto di operare nella medesima area geografica (la zona di Los Angeles) e di affondare le proprie radici nel locale punk rock, ma non dalle vicende biografiche: i primi, forse il miglior gruppo punk californiano dei primi anni ‘80, avevano finora pubblicato un solo LP (l’inarrivabile Mommy’s Little Monster del 1983) e nel corso della carriera hanno rigorosamente evitato ogni compromesso che avrebbe potuto agevolarne il successo, preferendo operare nell’underground; al contrario, i secondi hanno inseguito la notorietà, ma nonostante i tre album realizzati (due con la vecchia sigla e uno con l’attuale) e la lunghissima attività (il loro esordio dal vivo risale addirittura al 1975), non sono mai riusciti ad accattivarsi le simpatie della grande platea. Piuttosto diversi anche sotto il protilo stilistico (più vicini alle tradizioni del ‘77 i Social Distortion, più legati a una concezione “classica” del r’n’r gli Zarkons), seppure entrambi dediti a un sound aggressivo, spigoloso e lancinante, basato sulla forza dirompente delle chitarre, i due ensemble tornano adesso a far parlare di sé con la contemporanea dìffusione in commercio dei loro nuovi 33 giri, anch’essì discordanti per contenuti musicali e live11o qualitativo.
I contenuti di Between The Idea And The Reality… Falls The Shadow degli Zarkons sono nitidamente fotografati dal titolo: fra la (nobile) idea rock della band di Randy Stodola e Dianne Chai e la triste realtà de1l’esigenza di sbarcare il lunario cade l’ombra della commercializzazione; così il disco, esaltante solo nella suggestiva cover di Heart Full Of Soul degli Yardbirds, scivola via tra arrangiamenti pretenziosi, strutture inconsistenti e squallidasottomissione alle leggi FM. Nessuna condanna, comunque: gente che per quindici anni ha mantenuto intatta la coerenza nei propri principi può essere perdonata se, di fronte all’ineluttabilità della sconfitta, decide di gettare la spugna. Due volti della California di questi ultimi anni Ottanta: da un lato la voglia di continuare a combattere, da1l’altro la resa. Inutile, credo, sottolineare chi fra Social Distortion e Zarkons infiammerà le vostre serate estive.
Tratto da Rockerilla n.94 del giugno 1988

Alley Cats
1979-1982
(Time Coast)
“Padrini” della mitica scena punk di Los Angeles, in virtù di un’attività avviata già nel 1975, gli Alley Cats punk in senso stretto non sono mai stati: erano, invece una compagine r’n’r acida e rabbiosa ma anche molto legata alle radici, un power trio caratterizzato dall’alternarsi delle voci del chitarrista Randy Stodola e della bassista Dianne Chai, capace di performance compatte e travolgenti e in possesso di inviadiabili doti di songwriting. Prima di adottare una nuova sigla – Zarkons – per un ininfluente prosieguo di carriera, la band pubblicò due album (il primo nel circuito indie, il secondo per la major MCA), altrettanti 45 giri e qualche brano su raccolte di artisti vari, ritagliandosi un posto nei cuori di parecchi appassionati di sonorità sporche, ruvide e sanguigne.
Stupisce sia in positivo che in negativo, questo CD + DVD che finalmente recupera in digitale materiale altrimenti (difficilmente) reperibile solo in vinile: in positivo per il dvd, con cinque pseudo video-clip piuttosto artigianali ma naturalmente preziosi, e in negativo – oltre che per le note pressoché inesistenti – per il disco audio, che allinea la miseria di dieci tracce includendo alcuni degli episodi più significativi del repertorio ma lasciandone fuori almeno altrettanti di pari valore. Un’occasione in parte sprecata, quindi, ma comunque un documento eccezionale al quale non esistono ora come ora alternative… e piuttosto che recriminare per quello che poteva esserci meglio godersi quel che c’è, che non è affatto poco.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.643 del febbraio 2008

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Un pensiero su “Alley Cats + The Zarkons

  1. Massimo Parravicini

    Grazie Federico, molto completo ed esaustivo.
    Spero tanto che spinga chi ama The X e Social Distortion a prestare attenzione anche a questa band troppo trascurata.
    Purtroppo dalla pagina facebook alley cats / zarkons si evince che un mesetto fa il buon Randy è stato gravemente pestato per strada, ironia della sorte un po’ come un gatto randagio. Ha otto costole rotte e non se la passa molto bene in tutti i sensi.
    Si può mandare un aiuto o anche semplicemente comprare un album o raccomandare agli amici

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