Dream Syndicate (2017)

Ho avuto un rapporto un po’ difficile con il nuovo album dei Dream Syndicate. Questo perché il concetto di reunion mi sta sempre più pesantemente sulle palle e perché in sostanza penso – senza nulla voler togliere al bravo Jason Victor – che una reunion dei Dream Syndicate senza la chitarra di Karl Precoda o Paul B. Cutler non sia una vera reunion dei Dream Syndicate. Come sa chi ha letto l’intervista sul numero di settembre di Classic Rock, con Steve Wynn ho parlato e la chiacchierata ha soffocato il sospetto che il “ritorno” fosse solo l’ennesima furbata, anche se Steve non ha avuto difficoltà ad ammettere che in questo momento, per la visibilità e i concerti, il nome della vecchia band “tira” certo di più del suo.
Comunque, alla fine, il disco mi è piaciuto, più di quanto dica il “7” in calce alla recensione, sempre di Classic Rock, che qui ripropongo (sarebbe stato un 7 e mezzo, ma lì non si usano i mezzi punti e un 8 sarebbe stato, per me, eccessivo). Mi hanno però stupito i tanti commenti troppo entusiastici di tanti appassionati, come se la band avesse tirato fuori dal cilindro un altro The Days Of Wine And Roses o Medicine Show: non è così e nessuno potrà mai convincermi del contrario. Non sarà mica che taluni hanno “voluto” trovare nel disco – bello, eh, lo ribadisco a scanso di equivoci – più di ciò che davvero contiene, per pura e comprensibilissima nostalgia di quando eravamo tutti più giovani e la musica dei nostri vent’anni ci travolgeva ben più di quella odierna?

How Did I Find Myself Here?
(Anti)
A quasi trent’anni dal precedente capitolo di studio, i (per tre quarti) riformati Dream Syndicate hanno tirato fuori dal cilindro il quinto album della loro gloriosa storia. Con un altro chitarrista, nuovo ma non del tutto (Jason Victor, per anni accanto al leader Steve Wynn nel suo percorso solistico), e con ospite alle tastiere l’ex Green On Red Chris Cacavas, vecchio amico dei lontani giorni del Paisley Underground, la band californiana ha concepito otto brani che si riallacciano direttamente al passato ma che da esso in qualche misura si affrancano; non una pedissequa rilettura di antichi stilemi, insomma, ma un recupero motivato e abbastanza ispirato di un approccio energico/visionario che rimanda al miglior r’n’r di scuola psichedelica, sviluppato in un sound ora più saturo e nervoso, ora più morbido e avvolgente.
Il top sta all’inizio, con la ballad robusta-ma-onirica Filter Me Through You, e alla fine, con la title track che si snoda ipnotica e convulsa per oltre undici minuti e poi con Kendra’s Dream, un incantesimo ruvidamente estatico in odore di dream pop con alla voce Kendra Smith, bassista della formazione originale strappata al suo più che ventennale esilio. Poteva essere un disastro, ma How Did I Find Myself Here? è invece un ritorno convincente; magari non sempre irresistibile, ma comunque a suo modo prezioso.
Tratto da Classic Rock n.58 del settembre 2017

Categorie: recensioni | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Dream Syndicate (2017)

  1. Graziano

    Gran bel disco, proprio un gran bel disco che è inutile paragonare a i “Days of wine” o “Medicine show” altra epoca…Steve ha sempre continuato con il suono alla Dream Syndicate forse in maniera incostante ma titoli come “Resolution” “Amphetamine” “Good and bad” per citarne alcuni sono grandi canzoni che si possono affiancare tranquillamente al sound di questo ultimo Lp. Il fatto che abbia rispolverato il “vecchio” nome della band, beh chissa’ se fosse uscito come Stve Wynn avrebbe suscitato la stessa attesa ed entusiasmo…Io lo affianco invece come affinità forse per l’uscita quasi contemporanea ad “Invitation” dei Filthy Friends altro gran bel disco, ma questo è un mio personalissimo fatto emotivo, forse per motivi d’età…Gran bei dischi perbacco!!

    • Massimo Parravicini

      Forse “Invitation” suona più fresco, sarà la grinta di Corin Tucker

  2. filippo

    si va beh…non sarà un altro days o medecine (anche questo l’hanno detto tutti)…ma è un GRAN disco federico, dai..te lo dice un fan dei dream e di steve e non perchè vuol sentirsi più giovane..echi di rem, pixies, dei migliori dream e dei velvet..io li vado a vedere…ciao!

  3. Sono d’accordo Federico, non si può mettere questo disco sullo stesso livello del Days of Wine e The Medicine Show. A me è piaciuto molto però proprio perché l’angolazione non è nostalgica, è un disco rock come mi aspetto da musicisti – individui – che non fingono di essere immuni al tempo, se lo portano addosso e dentro, lo accettano senza rimpianti né – appunto – nostalgie, ci fanno i conti e lasciano che questo farci i conti parli il linguaggio del rock. Non lo giudico un capolavoro, ma – per tutto ciò – ne sono entusiasta.
    Un abbraccio!
    stefano

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