Marilyn Manson (1996-2007)

Mentre mi accingevo a recensire per AudioReview il nuovo album d(e)i Marilyn Manson, ho dato come sempre uno sguardo al mio archivio testi per verificare cosa avessi scritto in passato. Non senza stupore, ho scoperto di aver trattato tutti i dischi pubblicati fra il 1996 e il 2007 dalla band americana, compreso un live e un “greatest hits”; nulla, invece, sui primi due, né sugli altri tre editi fra il 2009 e il 2015. Potevo non recuperare il “filotto”? No, dovevo davvero farlo. Anche perché “l’altro Manson” (a proposito: sul primo, Charles, trovate qualcosa qui) è a mio avviso considerato molto peggio di quanto realmente meriti.

Antichrist Superstar
(Nothing)
Provocazione ed eccesso: questi, in estrema sintesi, gli elementi su cui i Marilyn Manson fondano la loro immagine e il loro modo di porsi verso un mercato che, per deviazione o semplice amor di sensazionalismo, li ha da tempo eletti suoi beniamini. L’appoggio fornitogli da Trent “Nine Inch Nails” Reznor, la forte personalità del leader (una specie di Alice Cooper post-atomico) e l’effetto shock di lavori quali Portrait Of An American Family e Smells Like Children non avrebbero del resto potuto passare inosservati in un circuito sempre affamato di personaggi nuovi o presunti tali, meglio se inquadrabili nello stereotipo del “brutto sporco bastardo cyber-qualche cosa in cerca di validi esorcismi per i suoi traumi infantili, le sue perversioni e il suo odio per l’ordine (cioè, il caos) costituito”.
Visto che i dati in nostro possesso non sono sufficienti a chiarire se i Marilyn Manson, scusate il luogo comune, “ci sono o ci fanno”, tanto vale non dilungarsi oltre e passare all’album: un album non troppo sconvolgente o rivoluzionario – in linea di massima, la formula è quella ormai consolidata dei due lavori precedenti: metal estremo + campionamenti + inserti di sapore industrial, ad allestire uno scenario in odore di apocalisse – che pur nutrendosi di perfidia e nichilismo non riesce a far davvero paura. Sono comunque ben costruite, le canzoni del gruppo della Florida, nonostante il chitarrista/compositore Daisy Berkowitz non sia più della partita: ruvide, psicotiche, rumorose e a loro modo solenni, nonché dotate di un equilibrio (dis)armonico di quelli che possono derivare solo dal talento o dallo studio. Chissà se il signor Marilyn Manson si incazzerebbe apprendendo che le troviamo addirittura “carine”.
Tratto da AudioReview n.168 del marzo 1997

Mechanical Animals
(Nothing)
Mi sono sempre considerato un artista pop e quindi nel nuovo album ci sono parecchi elementi mainstream. Per me, però, è molto più interessante cercare di cambiare il mainstream piuttosto che adattarmici: trovarmi in una posizione di maggiore popolarità mi offre l’occasione di cambiare la direzione della musica e della moda”. Firmato Marilyn Manson, personaggio tra i più indecifrabili e controversi del rock contemporaneo. Rimane solo il problema di conciliare tale ambizioso obiettivo, pur in presenza di un lavoro assai più melodico e assai meno spigoloso dei suoi tre predecessori, con brani che parlano esplicitamente di droga, morte e violenza e che non lesinano in termini quali fuck, queer e whore. Eppure, anche se non riuscirà a cambiare il corso della storia, Mechanical Animals otterrà straordinari consensi di pubblico, grazie uno stile che amalgama metal “mutante” e tecnologie elettroniche, atmosfere cupe e suggestioni sataniche, enfasi funk/hard/pop – vedi l’emblematica I Don’t Like The Drugs (But The Drugs Like Me) – e turpiloquio con pretese poetiche, provocazioni socio-politico-religiose e puntigliosa ricerca dell’effetto shock in canzoni costruite con estrema cura, spesso anche molto godibili all’ascolto e terrificanti come gli improbabilissimi mostri di certi vecchi B-movies.
Che sia un pazzo o un (abile) mistificatore, il Marilyn Manson di Mechanical Animals – così accattivante e raffinato rispetto ai veri estremismi oggi in circolazione – non ha proprio nulla di minaccioso. A terrorizzarci, invece, sono quanti lo venerano come un Dio o stupidamente fanno il suo gioco bandendo crociate contro di lui.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.320 del 23 settembre 1998

The Last Tour On Earth
(Nothing)
Nella sua prima uscita discografica registrata dal vivo, surrogato purtroppo misero di una vera esibizione sul palco, Marilyn Manson rimane Marilyn Manson: bandiera, cioé, di un estremismo costruito ad arte per esigenze di marketing. Andiamo, cari discepoli e cari non adepti al culto, Marilyn non può essere vero: se lo fosse sarebbe già morto, presumibilmente suicida, a causa dell’insostenibile peso degli incubi che da ormai parecchi anni non si fa scrupolo di evocare.
Piuttosto che azzardare analisi del personaggio, che gli angusti spazi di una recensione renderebbero inevitabilmente superficiali, si dica invece di questo CD emblematico fin dal titolo (L’ultimo spettacolo sulla Terra) e dalla copertina con croce in fiamme, che attraverso tredici episodi e una solenne intro vorrebbe riassumere il Credo dell’aspirante contro-Messia: un obiettivo centrato con una scaletta che attinge in larga parte dagli ultimi Antichrist Superstar e Mechanical Animals, presentando anche un inedito (Astonishing Panorama Of The Endtimes), e che tra i brani (e anche dentro i brani), nel complesso più fragorosi e caotici rispetto alle versioni di studio, propone come intercalare un sapido bignami di espressioni triviali e/o blasfeme. Nulla di cui scandalizzarsi, è ovvio (i suck my dick, i goddamn e i motherfuckers lasciano ormai il tempo che trovano), così come è ovvio che The Last Show On Earth risulterà utile (si fa per dire) solo ai fan; a tutti gli altri, per ragioni “culturali”, si consiglia invece l’eloquente saggio di antropologia in musica offerto in formato VHS sotto il nome God Is In The T.V..
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.377 del 14 dicembre 1999

Holy Wood
(Nothing)
Non biasimo chi non sopporta Marilyn Manson: capisco, infatti, che il suo aspetto e i suoi atteggiamenti pubblici possano risultare indigesti se non addirittura ripugnanti, e che sia legittimo interpretare la sua esuberante esteriorità come un astuto artificio commerciale. Credo però che molti dei detrattori non abbiano voluto mai scavare al di sotto della superficie del personaggio, infischiandosene dell’enfasi e delle trovate più o meno kitsch per concentrarsi sui testi, tutt’altro che stupidi e a loro modo poetici, e sulla musica: musica che rimane intelligente, viva, ben organizzata e godibile, sia nei momenti più pop – ce n’è tanto, di pop, in Marilyn Manson: ignorando i demoni e l’aria di putrefazione, è impossibile non accorgersene – e sia quando l’Anticristo Superstar evoca i suoi incubi interiori e si lancia sulla strada della ricerca.
Senz’altro meno accessibile del suo predecessore di studio Mechanical Animals, anche se ugualmente efficace sotto il profilo melodico, Holy Wood è un visionario e inquietante viaggio in diciannove tappe e quasi settanta minuti nei meandri di un dark-metal policromo a dispetto dei toni (ovviamente) cupi, nel quale trovano spazio anche glam, post-punk, psichedelia ed elettronica techno-industriale; forse, il più catartico, sofferto e completo fin qui organizzato da questo Hieronymus Bosch post-atomico che esprime la sua lucida (?) follia con i suoni invece che con i pennelli. Padroni di deridermi, ma pur con tutte le logiche riserve su Manson ritengo Holy Wood un ottimo album, che ogni estimatore del nuovo hard contaminato dovrebbe provare ad ascoltare. Senza pregiudizi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.421 del 5 dicembre 2000

The Golden Age Of Grotesque
(Nothing)
Per quanto la cosa possa sembrare sorprendente, non sono un detrattore del più controverso rocker degli ultimi dieci anni, e ammetto anzi di esserne in qualche modo affascinato. Non dal personaggio o da certi suoi (indifendibili) atteggiamenti, bensì da molte sue (morbose) intuizioni estetiche e dalla sfacciataggine con la quale continua a predicare il suo strampalato Credo. Nonché, a tratti, dalla musica, che se spogliata dei suoi ammennicoli concettuali e dei suoi più pittoreschi eccessi si rivela una convincente, interessante “taglia e cuci” di varie tendenze fiorite dagli ‘80 a oggi, dal gothic più funereo al crossover estremo passando per la new wave elettronica e la industrial dance.
Nel quadro ben si inserisce questo L’età d’oro del grottesco, dove Manson – ormai orfano del fido bassista Twiggy Ramirez – tenta di allargare gli orizzonti di una formula che non ha peraltro mai peccato di staticità: dall’hip hop “mutante” di This Is The New Shit alla cover da incubo della celebre Tainted Love (dalla colonna sonora di Not Another Teen Movie), il sesto album di studio dell’Alice Cooper post-atomico è infatti un vivace melange di schemi sfruttati e accenni “innovativi”, costruito su ritmi ipnotico-incalzanti, chitarre poderose, manipolazioni al mixer, kitsch a-go-go e un canto al vetriolo dal forte gusto istrionico. Marilyn Manson, insomma, in tutta la sua enigmatica essenza, per un lavoro forse meno lucido e ispirato dei suoi ultimi predecessori ma come sempre non privo di spunti intriganti. Buon per chi saprà coglierli, riuscendo a non farsi condizionare dalla pur fuorviante esteriorità.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.535 del 27 maggio 2003

Lest We Forget
(Nothing)
Fra i tanti modi, il giro degli appassionati di musica può anche essere diviso nelle schiere contrapposte di chi ritiene Brian “Marilyn Manson” Warner un genio e di chi, invece, lo classifica alla voce “pagliacci”: la conseguenza tutto sommato scontata di un modo di porsi estremo a tutti i livelli, costruito per suscitare impressioni forti. Indipendentemente da come lo si consideri, il Reverendo è comunque un abile manipolatore della materia pop, un formidabile istrione, un esteta dell’eccesso e un grande esperto nella pratica del riciclaggio, e lo è dai giorni lontani della sua prima apparizione sulle scene. Se ne ha la prova lasciando scorrere le diciotto tracce di questo best of, viaggio per forza di cose sintetico e focalizzato sulle hit – ma non per questo carente in termini di brividi – negli undici anni di goth-glam-trash-hard-electronic rock’n’roll della band americana: un universo cupo ed efferato, pur tra architetture sonore a volte troppo caricaturali e kitsch, a rappresentare efficacemente il quale fungono a meraviglia le celeberrime cover di Tainted Love (imposta dai Soft Cell) e Sweet Dreams (Eurythmics) oltre a quella nuova di zecca di Personal Jesus dei Depeche Mode.
Nulla più di un’introduzione, insomma, o se preferite del biglietto per un rapido giro in ottovolante attraverso i gironi infernali dove Manson regna sovrano. Se ne consiglia caldamente la stampa limitata, non molto più costosa di quella standard, che include un DVD con ventuno video: al di là del raccapriccio causato da certe immagini, il clip promozionale elevato allo stato dell’arte.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.599 del 9 novembre 2004

Eat Me, Drink Me
(Nothing)
Se di recente non siamo stati proprio tenerissimi con quel geniaccio di Trent Reznor, figuriamoci se mai potremmo esserlo con il suo “figliolo” Brian Warner: non per la sua nomea di personaggio negativo, derivata da rare abilità di marketing e idiozia delle masse cosiddette benpensanti, bensì per il modo in cui questo Eat Me, Drink Me si limita a proporre in chiave forse anche più edulcorata della norma – pur gradevole – cliché a base di sonorità tenebrose e ipnotiche, alternanza di pesantezza/grinta e dilatazioni/(molto relativo) rilassamento, chitarroni e abrasività vocale messi al servizio di brani sostanzialmente “pop”. Perché, al di là delle apparenze truci(de), delle trovate grandguignolesche e di testi di tanto in tanto “espliciti”, Marilyn Manson è un fine (e astuto) artigiano di melodie, hooklines, parole d’effetto e trasformismo.
I quattro anni trascorsi da The Golden Age Of Grotesque e l’aggancio a Lewis Carroll del titolo poteva far pensare che Eat Me, Drink Me sarebbe magari stato in grado di stupire, almeno un po’. Quel che ci si trova in mano, invece, è una selezione di canzoni gothic più o meno ispirate e ben confezionate, ma tutte già sentite. E, purtroppo, nemmeno una volta sola.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.635 del giugno 2007

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