Mary My Hope

Ventotto anni fa, quest’album – l’unico della band americana – mi piacque davvero tanto: lo recensii con entusiasmo su un paio di riviste, feci intervistare i suoi autori su Velvet, finì addirittura nella mia playlist del 1989. Onestamente, con il senno di poi non credo lo rimetterei nell’elenco del meglio, ma ciò non toglie che rimanga un buon disco, un po’ troppo sottovalutato e/o dimenticato. Sono stato contento di averlo “riscoperto” e di averne potuto riscrivere grazie a una recente “deluxe” arricchita di un’infinità di materiale extra.

Museum (HNE)
La vicenda dei Mary My Hope si protrasse per circa quattro anni, dal 1986 al 1990, e a livello di album si concretizzò solo nel Museum edito da quella Silvertone che, sempre nel 1989, sponsorizzò un debutto epocale come The Stone Roses. Anche se l’etichetta si diede assai da fare per lanciarlo, in primis affidandolo alle cure di un produttore esperto e quotato come Hugh Jones, il quartetto atterrato in Gran Bretagna dalla natia Atlanta, Georgia, non superò lo status di “meteora”. Sul piano commerciale le aspettative furono deluse, ma sotto il profilo artistico Museum fu una bella, curiosa sorpresa che non meritava l’oblio in cui era caduto; un pensiero evidentemente condiviso dalla sempre attivissima Cherry Red, che l’ha ora riproposto attraverso il marchio-satellite HNE in una versione “deluxe” che include le altre tracce di studio al tempo uscite in singoli ed EP, alcuni inediti incisi per il secondo album mai portato a termine e nove brani dal vivo, con il corredo di un libretto ricco di informazioni.
Quasi tre decenni dopo, benché appaia piuttosto datato a livello di sound, il materiale rende ancora giustizia alle doti di un ensemble brillantemente anomalo, che da un lato si riallacciava al post-punk più lirico e non troppo ombroso e dall’altro strizzava l’occhio – forse, avendone relativa consapevolezza – all’allora emergente grunge. Nell’efficace ibrido si possono riscontrare affinità con Jane’s Addiction, Echo & The Bunnymen, Soundgarden o Cult, e se si supererà il primo contatto – un po’ spiazzante – le soddisfazioni non mancheranno.
Tratto da Blow Up n.229 del giugno 2017

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