Claudio Lolli

Seguo Claudio Lolli dagli anni ’70. Da quando, adolescente, mi imbattei in quel brano-capolavoro chiamato Michel, che mi spinse ad approfondire. Acquistai subito gli LP Aspettando Godot e Un uomo in crisi (non Canzoni di rabbia: quello, vai a capire perché, lo presi parecchio dopo), innamorandomi di questo musicista così affascinante a dispetto di una poetica che, inutile nascondersi, suonava triste, a tratti persino deprimente; ma era (è!) un bel deprimersi, di quelli che ti obbligano a scavare dentro di sé. Non starò qui, adesso, a raccontarvi tutte le tappe della mia personale vicenda lolliana, che molti anni fa – in occasione dell’uscita della riedizione di Ho visto anche degli zingari felici, il suo album più mitico – ebbe come momento indimenticabile una bella intervista che riporto qui. Non posso però fare a meno di riportare quello che ho scritto a proposito dell’ultimo lavoro, davvero molto bello, che ha pure ottenuto la Targa Tenco.

Il grande freddo
(La Tempesta)
Al di là dei riscontri commerciali non proprio eclatanti, che in quarantacinque anni di percorso discografico lo hanno sistematicamente tenuto lontano da classifiche e media non di nicchia, Claudio Lolli è un maestro della nostra canzone d’autore. Uno di quelli naturalmente predisposti a viaggiare “in direzione ostinata e contraria”, per dirla con Fabrizio De André, che si è schierato politicamente e culturalmente, e che per questo si è guadagnato la stima e l’affetto di una platea magari nascosta ma in termini assoluti non esigua. Solo una quindicina, però, i “veri” album editi dal 1972 dell’emblematico Aspettando Godot – indimenticabile anche la copertina, con il volto del musicista bolognese in una banconota da cinquemila lire – a quest’ultimo Il grande freddo, realizzato grazie a una campagna di crowdfunding a mo’ di conferma – nel bene e nel male – di quanto esposto righe sopra. Insomma, una figura di (ampio) culto, titolare di vari brani scolpiti nella storia della musica italiana “alta” e di almeno un disco – Ho visto anche degli zingari felici, AD 1976 – meritevole di essere citato fra i massimi capolavori del genere di appartenenza. Disco che spicca in una produzione comunque interamente di pregio, sia nella fase più intensa dei Settanta (ben sei LP in otto anni!), sia in quella successiva, resa dilatata e frammentaria dai tempi che cambia(va)no e dall’attività parallela, varata negli ’80, di professore di liceo.
La bella notizia è che con Il grande freddo, per la prima volta in una vicenda alla quale non sono peraltro mancati i riconoscimenti, Claudio Lolli ha conquistato la Targa Tenco per il miglior album, cioè quella che storicamente è la più prestigiosa onoreficenza attribuibile a un esponente della nostra canzone. Persino più bello è che i suoi nove episodi parlino un linguaggio poetico di sempre notevole spessore, meno caustico e spigoloso di giorni in cui tante legittime speranze non si erano ancora rivelate illusorie, ma non per questo meno incisivo e carico di suggestioni, in testi che partono con “E quanto amore sprecato negli autobus / tra gente che potrebbe volersi bene / perché siamo tutti umani e mortali / nella natura e nelle sue catene” e si concludono con “Non so se tutti morimmo a stento o facilmente, né se morimmo davvero, né se eravamo mai nati, né se tutto questo è un sogno. Come è un sogno questo maledetto grande freddo che ci tiene chiusi qui e ci attanaglia là fuori”; nonché in architetture strumentali misurate e raffinate il cui effetto evocativo è amplificato dall’aggancio all’età dell’oro, dato che il chitarrista Roberto Soldati e il sassofonista Danilo Tomasetta facevano parte del gruppo che quarantuno anni fa concepì proprio Ho visto anche degli zingari felici. Con la tanta acqua passata sotto i ponti, Lolli non è più quello di allora, ma per fortuna i colpi inflittigli dalla vita non hanno portato cupezza o livore. In questi solchi purtroppo solo digitali (ci si pensi, all’edizione in vinile!) regna invece una sorta di pacata serenità che talvolta sconfina in una inquieta rassegnazione; dolente, com’è inevitabile che sia quando ci si ritrova a cantare di sentimenti privati, di questioni civili a 360 gradi, di uno ieri che ci è sfuggito e mai si ritroverà, di un oggi che non ci soddisfa, di un domani che, provando a guardarlo, non può non far paura.
Tratto da AudioReview n.389 del luglio 2017

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Claudio Lolli

  1. Gian Luigi Bona

    Anni fa quando uscivano dischi come questo si passava il tempo a discuterne, abbiamo perso tanto purtroppo.
    Erano gli anni 70 (per alcuni gli 80 o i 90) la musica era importante e ci dava un linguaggio, ci faceva conoscere ciò che ci circondava. Oggi è spesso solo una suoneria o un “compilation” all’autogrill.
    Siamo tutti più poveri.

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