Lift To Experience

Sarà capitato anche a voi non solo di avere una musica in testa (questa la capiranno solo i vecchiacci come il sottoscritto…), ma anche di ascoltare dischi che trovate interessanti ma che, alla fine, vi smuovono pochino e che, nonostante non li ascoltiate (quasi) mai, non vi liberate perché in qualche modo vi fa piacere possederli. A me è successo, ad esempio, con i curiosissimi Lift To Experience, dei quali mesi fa è stata pubblicata una ristampa celebrativa.

The Texas-Jerusalem Crossroads
(Mute)
Probabile che, leggendo il nome in alto, in tanti penseranno “chi?!?”, ripetendosi poi la domanda una volta appreso che il frontman del terzetto era (anzi, “è”, essendo in corso una reunion) quel Josh T. Pearson che nel 2011 colpì il giro indie/alternative con quello che è a tutt’oggi il suo unico album da solista, Last Of The Country Gentlemen; e “unico” è pure The Texas-Jerusalem Crossroads, giunto nei negozi un decennio esatto prima e frutto di un sodalizio (sulla carta improbabile) della band texana con gli ex Cocteau Twins Simon Raymonde e Robin Guthrie, che si occuparono dei mixaggi e dell’uscita per la loro etichetta Bella Union. Una sponsorizzazione comprensibile: non capita mica ogni giorno di trovarsi in mano un concept di ottanta minuti che ha come tema un nuovo avvento di Gesù Cristo, ma in Texas invece che in Palestina.
Idea d’effetto, nessun dubbio, ma ben sviluppata? Al tempo, lo stralunato mix di psichedelia, folk deviato, post-punk e canto vagamente alla Jeff Buckley, ispirato dallo shoegaze ma organizzato seguendo un’attitudine filo-progressive, non ottenne giudizi omogenei; taluni si esaltarono ma almeno altrettanti rimasero tiepidini, e che il disco non ebbe repliche conferma implicitamente che qualcosa non funzionò. Per la cronaca, io ero tra i secondi: le basi del progetto e la (suggestiva) atipicità dei brani avevano il loro perché, ma trovavo l’insieme non del tutto a fuoco e tendente al pretenzioso/masturbatorio. Sedici anni dopo, la ristampa celebrativa (della quale esistono anche versioni con bonus track, diverse fra doppio CD e quadruplo vinile) non mi ha indotto a rivedere il giudizio; seppur con i suoi limiti, The Texas-Jerusalem Crossroads rimane comunque un lavoro atipico e intrigante, ma da consigliare solo a quanti non abbiano timore degli ascolti spigolosi e un po’, come dire?, “avventurosi”.
Tratto da AudioReview n.386 dell’aprile 2017

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