Cody ChesnuTT (2017)

Come tutti dovreste ben sapere, non scrivo tantissimo di black music, sia per averla iniziato a conoscere sul serio, e quindi amarla, non proprio da giovanissimo, sia perché in tutte le riviste con le quali ho lavorato c’era sempre chi, sull’argomento, ne sapeva più di me. Quando me ne occupo, però, lo faccio con piacere, e trattando solo artisti che conosco bene. Come questo signore qui.

My Love Divine Degree
(One Little Indian)
Sono trascorsi quindici anni da quando Cody ChesnuTT, allora già trentaquattrenne, stupì addetti ai lavori e appassionati di black music – e non solo: quel disco era incredibilmente eclettico – con il monumentale The Headphone Masterpiece, complice la ripresa della sua The Seed (con presenza nel brano e nel videoclip) in un successo internazionale come Phrenology dei Roots. Un lustro secco, invece, divide il suo sequel Landing On A Hundred, più succinto e omogeneo sul piano dell’ispirazione ma non meno riuscito, da questo terzo atto, giunto più in fretta di quanto si sarebbe potuto temere ma non inatteso per via dei due singoli diffusi negli ultimi mesi: Bullets In The Streets And Blood, concepito a quattro mani con Raphael Saadiq (sodalizio rinnovato nella Have You Heard Anything From The Lord Today di chiusura), e I Stay Ready. Entrambi sono stati naturalmente recuperati in quest’album prodotto da The Twilite Tone, all’anagrafe Anthony Khan, che mette in fila dodici canzoni (più un’intro e una specie di intermezzo) quasi sempre brevi, per uno sviluppo complessivo che sfiora i cinquanta minuti. Circa la metà del torrenziale debutto, insomma, cui My Love Divine Degree rimanda però in altre maniere: cioè, riallacciandosi alla sua fantasiosa, stralunata sperimentazione a 360° e accantonando l’approccio soul più o meno canonico del secondo capitolo. Con il senno di poi, ovvio.
In estrema sintesi, se The Headphone Masterpiece era uno straordinario frullato di idee, una catarsi di intuizioni di songwriting e arrangiamento sublimati in una registrazione artigianale (ma comunque efficace), il nuovo capitolo ne è una versione 2.0, contraddistinta da un minore “estremismo” (definiamolo così) e da un sound assai più raffinato, seppur non del tutto ripulita dalle sterzate inusuali. Anche se un certo piglio rock non manca certo di fare capolino in svariate tracce, la scaletta ruota (vorticosamente) senza soluzione di continuità attorno all’asse soul-R&B-funk, peraltro non disdegnando aperture reggae (Make A Better Man, la scarna, acustica Shine On The Mic) ed echi hip hop. A colpire nel profondo è come la sintesi, nella quale affiorano spesso trame sintetiche, non sia mai stereotipata; il mestiere, comprensibilmente e giustamente, si fa sentire, ma sembra volto ad esaltare una creatività trasversale e pirotecnica tanto quanto a imbastire sonorità scorrevoli e persuasive, smussando spigoli di canzoni che, in ogni caso, rinunciano di rado a qualche piacevole ruvidezza. Al di là del valore dei singoli episodi (menzione d’obbligo per il supergroove di Image Of Love e per i quasi otto minuti dell’intensa e suadente She Ran Away, ma proprio nessuno ha l’aspetto del riempitivo), questo singolare, vivacissimo zibaldone – che a livello di testi spazia tra personale, sociale, sentimentale e spirituale: l’artista di Atlanta ne ha da dire anche sotto quel profilo – è una splendida avventura, da vivere senza timore e, anzi, con la curiosità di scoprire cosa si rivelerà allo sguardo – cioè, all’udito – dopo la prossima curva. E un po’ dolendosi, ma soprattutto compiacendosi, del fatto che Cody ChesnuTT si conceda così poco di frequente.
Tratto da AudioReview n.388 del giugno 2017

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