Magnetic Fields

Non saprei proprio cosa aggiungere, su Stephin Merritt alias Magnetic Fields, a ciò che ho scritto nella recensione – qui recuperata – del suo ultimo, notevolissimo album. Ah, sì, posso rimandare a un’altra recensione, di sedici anni fa, relativa a 69 Love Songs, il suo altro magnum opus.

50 Song Memoir
(Nonesuch)
Non è la prima volta che i Magnetic Fields – ovvero Stephin Merritt, unico responsabile del progetto dal 1991 in cui fu varato – realizzano un disco inusuale; molti appassionati ricorderanno di sicuro 69 Love Songs del 1999, triplo CD costruito, come da titolo, attorno a sessantanove canzoni d’amore (ma una decina erano bozzetti o poco più). Di quel particolarissimo album, 50 Song Memoir è una sorta di replica appena più stringata, ovviamente con un altro filo conduttore: in questo caso, ogni traccia è incentrata su un singolo anno della vita del Nostro, dal 1966 a quel 2015 in cui, proprio nel giorno in cui ha soffiato sulle cinquanta candeline, il cantautore statunitense ha dato il via alle session di incisione. Per non farsi mancare nulla in termini di bizzarria, poi, i brani sono stati equamente suddivisi in cinque compact o 33 giri della durata di circa mezz’ora ciascuno; il prezzo della stampa in vinile è scoraggiante, mentre quello dell’edizione digitale – un bell’oggettino, comunque – invoglia all’acquisto.
Il lungo viaggio, che si snoda fra spunti autobiografici e (com’è ovvio che sia) questioni non private, è avvincente; non lineare, affatto, e a tratti un po’ faticoso, perché la poetica di Merritt non è per tutti i palati, ma capace di garantire dall’inizio alla fine intense suggestioni, non solo per la corrispondenza ideale/sentimentale dei pezzi alle epoche di riferimento (infanzia, adolescenza, prima-seconda-terza maturità…), ma anche per le sue architetture musicali, dotate di un fascino davvero speciale. Non è alla portata di chiunque saper imbastire trame elaboratissime (l’eclettico polistrumentista, songwriter e coproduttore ha utilizzato un centinaio di strumenti) facendo sì che esse sembrino “artigianali”, concepire melodie accattivanti ma attraversate da elementi stralunati se non addirittura “di disturbo”, liberare malinconie/malesseri senza deprimere e riuscendo, anzi, a farli risultare gradevoli. Surreale centrifuga di corde, archi, tasti, pelli, elettroniche sofisticate e di base, marchingegni desueti, eventuali rumori e una voce bassa che al canto “spinto” preferisce i toni sommessi e le quasi-declamazioni in odore di indolenza, l’undicesimo romanzo della saga Magnetic Fields non è certo classificabile alla voce “easy listening” ma non è neppure, a ben vedere, un’opera di quelle che respingono; è scontato che, per apprezzarne le mille doti, occorra possedere una naturale predisposizione alle formule non standardizzate, alle sonorità tendenti all’ipnotico, alle atmosfere giocate sui chiaroscuri, al synth-pop deviato. Ampie sezioni della scaletta rimandano infatti agli anni ’80 e, se capita, in modo esplicito: il 1981 è rappresentato da How To Play The Synthesizer e con il Foxx And I del 1983 si va persino oltre, citando l’ex Ultravox! John Foxx. Merritt è però un demiurgo dalla marcata personalità, e nulla fa pensare al riciclaggio di intuizioni altrui; tutto è invece sentito, vissuto e trasfigurato, divenendo cartina al tornasole di una visione espressiva a sé stante, dalla quale emergono drammi e gioie, gusto ludico (ce n’è tanto, molto più di quanto si potrebbe immaginare) ed esercizi intellettuali, profondità e leggerezza. Ci si può perdere, in 50 Song Memoir, ma al di là degli occasionali momenti di disagio, è difficile che uno smarrimento possa essere più stimolante.
Tratto da AudioReview n.387 del maggio 2017

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