Tinariwen

Il mio incontro con i Tinariwen, che risale a ormai parecchi anni fa (qui una vecchia recensione), fu un’autentica epifania e da allora non mi sono fatto sfuggire nulla della produzione del collettivo africano, dedicandomi anche allo “studio” di altri artista della medesima “scena” (ad esempio, Bombino). Mi fa dunque molto piacere recuperare quanto ho scritto del loro ultimo album. Per la cronaca, questa è la stesura originale del pezzo; la lunghezza è circa doppia di quello apparso su Classic Rock, che accorciai all’ultimo momento per esigenze redazionali.

Elwan (Wedge)
È trascorsa una dozzina d’anni da quando Amassakoul rivelò seriamente al mondo l’esistenza dei Tinariwen, dopo che il loro esordio internazionale (The Radio Tisdas Sessions, del 2001, arrivato dopo alcune produzioni artigianali) li aveva comunque imposti all’attenzione della platea dei cultori di world music. In questo lungo periodo, i “ragazzi” del Mali hanno consolidato la loro posizione nelle gerarchie del rock, con una infaticabile attività dal vivo su e giù per il globo e con altri cinque album compreso quello in oggetto, togliendosi pure la soddisfazione di conquistare un “Grammy Award” con il Tassili del 2011; belle storie, certo, che però non sono sufficienti a controbilanciare il malessere figlio del fatto che la porzione di Deserto del Sahara che ai musicisti ha dato i natali sia da decenni territorio di guerra e guerriglia. Ed è proprio dalla sofferenza mista a rabbia e dalla tensione causata dell’instabilità che il collettivo – non una normale band, giacché nelle sua fila sono passati in circa una ventina e che l’organico è contraddistinto dalla circolazione più o meno libera dei membri – ha tratto l’ispirazione concettuale e artistica per ideare e tener viva la sua formula (magica) a base di ritmi ipnotici e moderatamente ossessivi, chitarre di straordinaria forza evocativa, voci che profumano di sabbia e vento ma anche di interiorità e trascendenza. Come i vecchi spiritual e i vecchi blues, ma con un linguaggio diverso, che suona magnificamente senza tempo.
Registrato in due tranche fra la California (al Rancho de la Luna, nello Joshua Tree National Park, caro ai Queens Of The Stone Age) e nel sud del Marocco a due passi dal confine con l’Algeria, Elwal offre tredici brani piuttosto concisi – uno solo supera, di pochissimo, i cinque minuti – all’insegna di un’energia che è più emotiva che fisica, benché percussioni e corde elettriche e acustiche non manchino quando occorre – ad esempio, nella Tiwàyyen che apre le ostilità, o in Assàwt – di incalzare. I Tinariwen non aggrediscono né travolgono, ma trascinano inesorabilmente in una simil-trance a elevato tasso di intensità e visionarietà, “combat-rock” nell’indole e non negli aspetti prettamente stilistici. Qualche traccia di “occidentalizzazione” si avverte, ma è quantomai sfumata, vaga; a dominare incontrastate sono Mamma Africa (Tuareg) e le sue mille suggestioni, con i tanto strombazzati illustri ospiti americani (Matt Sweeny, Kurt Vile, Mark Lanegan, Alan Johannes) che risultano inavvertibili e pertanto del tutto ininfluenti. Come in fondo è giusto che sia, alla faccia della globalizzazione, perché dischi come questo celebrano l’anima di un popolo fiero, che non è mai stato in vendita.
Tratto da Classic Rock n.54 del maggio 2017

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Tinariwen

  1. Gran bel disco. Da tenere d’occhio anche i flgliocci Imarhan.

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