Depeche Mode

Cerco la mia prima recensione dei Depeche Mode. La trovo. È del dicembre 1981, di Speak & Spell. Una stroncatura niente male, nella quale stigmatizzavo la moda dei cosiddetti nuovi dandy che infestavano Londra (in quei primi anni ’80 odiavo ferocemente tutta quella scena), osservavo che in fondo il 33 giri era piacevole e concludevo con l’ipotesi che quello avrebbe potuto essere l’ultimo disco, e non solo il primo, della band britannica. Avrebbe potuto, senz’altro, ma come tutti ben sappiamo la storia è andata in altro modo e oggi, con la saggezza della maturità, ne sono più che contento. Non è revisionismo fuori tempo massimo: tolto il periodo iniziale, che ho comunque rivalutato, i Depeche Mode mi piacciono e mi convincono da almeno tre decenni. Ne ho però sempre scritto pochissimo e allora, in occasione della loro ultima prova, ho pensato di rifarmi.

Spirit (Columbia)
Quando emersero sulle scene nel primissimo scorcio dei tanto vituperati ‘80, e soprattutto quando furono abbandonati dal leader Vince Clark subito dopo il debutto a 33 giri Speak & Spell, i Depeche Mode avrebbero potuto essere scambiati per una delle tante meteore destinate a illuminare il firmamento rock solo per qualche stagione. Non è invece andata affatto così, e trentasei anni più tardi il gruppo britannico è fra i pochissimi superstiti di quel periodo, oltre che uno dei più influenti e popolari a livello planetario; rispetto ad esempio agli U2, partiti nella stessa epoca alla conquista del mondo, Andy Fletcher, Martin Gore e Dave Gahan vantano però maggiore credibilità, maggiore coerenza e, oltre a un repertorio con meno alti e bassi, una vicenda più ricca di chiaroscuri e quindi più interessante. E la vicenda è adesso giunta al quattordicesimo capitolo di studio, subito balzato in cima alle (asfittiche, ok) classifiche di vendita della Penisola, nella quale i Nostri caleranno alla fine di giugno per tre concerti negli stadi di Roma, Milano e Bologna.
Cosa chiedere, allora, a musicisti così “arrivati”, che di sicuro hanno già toccato il loro zenit creativo (è accaduto tra il 1984 di Some Great Reward e il 1997 di Ultra) e che potrebbero ragionevolmente aver voglia di tirare i remi in barca e dormire sugli allori? Ispirazione, fedeltà alla linea fin qui seguita (un disclaimer potrebbe essere “per le masse, ma con qualità”) e, magari, qualche atto di coraggio, sotto forma di piccole rettifiche a un canone che altrimenti risulterebbe stantio. In sintesi: non solo “mestiere”, non solo minestre riscaldate, ma anche voglia di continuare a essere significativi, autorevoli, stimolanti per il vasto pubblico dei fan – che non sempre deplora i cambiamenti – e per eventuali nuovi adepti al culto. Alle volte può bastare poco, e i Nostri l’hanno capito. Hanno così rinunciato alla collaborazione con Ben Hillier, il produttore dei precedenti tre dischi, e hanno ingaggiato al suo posto James Ford (che ha seguito, fra gli altri, Arctic Monkeys, Florence And The Machine, Klaxon, Last Shadow Puppets e Mumford & Sons); la sostituzione al banco di regia non ha portato rivoluzioni copernicane, ma ha conferito alla collaudatissima miscela dell’ensemble significative sfumature inedite e un pizzico di modernità. Moderni sono anche i testi, che propongono riflessioni amare – ma non del tutto deprimenti – sulla società contemporanea e che ben si legano all’elettronica all’insegna delle ombre, ma anche dell’intensità, di dodici episodi dove melodie e ritmi sono senz’altro suggestivi e accattivanti ma mai – nemmeno nel singolo di lancio Where’s The Revolution, o nella ballata No More (This Is The Last Time) – banali, furbette, ruffiane. C’è tanta anima, in questi cinquanta minuti, tanto soul (nel senso “black” del termine, benché ovviamente trasfigurato), tante atmosfere ipnotico-avvolgenti che catturano in una morsa vellutata alla quale non è facile sfuggire. Nessun trucchetto, in Spirit, nessuna astuzia per guadagnare consensi che ci sarebbero stati comunque: alla luce della loro anzianità di servizio e delle numerose medaglie appuntate sul petto, i Depeche Mode possono permettersi di assecondare ogni loro fantasia e raccontare alla loro maniera le storie che più li coinvolgono; e queste sono avvincenti, belle come i “ragazzi” non ne proponevano da una dozzina d’anni se non addirittura di più.
Tratto da AudioReview n.386 dell’aprile 2017

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