Cream

Se non ho dimenticato di archiviare qualcosa, ho scritto dei Cream solo due volte, entrambe in tempi più o meno recenti: la prima, a proposito di Wheels Of Fire, nell’ambito di un articolo sui dischi essenziali dell’hard rock UK uscito sul numero del settembre 2014 di Blow Up, la seconda un paio di mesi fa recensendo una ristampa (molto) estesa del debutto della band. Ripropongo con piacere quest’ultima.

Fresh Cream
(Polydor)
Per non incorrere in equivoci, meglio precisare subito che non è Fresh Cream l’album in grado di rivelare pienamente la grandezza della band, attiva per poco più di un paio d’anni fra il 1966 e il 1968, composta da tre assolute eccellenze dei rispettivi strumenti quali Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker; tale palma spetta, semmai, allo psichedelico Disraeli Gears del 1967 (del quale nel 2004 fu confezionata una “deluxe” in due CD, con la scaletta standard sia stereo che mono e una quindicina tra outtake, demo e session alla BBC) e a quella sorta di prova generale dell’hard rock che fu, l’anno successivo, Wheels Of Fire. Comunque sia, è del debutto del 1966 che è ora giunta nei negozi una ristampa iperestesa, con confezione-libro da sessantaquattro pagine, che consta di quattro dischetti digitali (per la stampa in vinile, di sei LP, bisognerà attendere la primavera): un CD contiene i dieci brani dell’originale in mono più quindici fra singoli e take alternative sempre in mono, un altro gli stessi dieci pezzi più tre degli altre e sette remix (tutti in stereo), un altro ancora ventisette fra registrazioni in radio e versioni differenti (più un’intervista a Clapton), mentre il quarto è un Bluray Audio in alta risoluzione con gli album in stereo e mono e una selezione di bonus. Anche se sarebbe forse superfluo specificarlo, va da sé che molti episodi sono presenti in più vesti (di alcuni, addirittura una manciata), e che per trovare nel prodotto (pur relative) epifanie – qualche inedito stuzzicante, in ogni caso, c’è – bisogna per forza appartenere alla categoria dei cultori maniacali.
Sotto il profilo artistico, come si accennava, Fresh Cream (con il suo stringato corollario di 45 giri) è senza dubbio un lavoro di pregio, ma ha poco di leggendario. Il terzetto appare ancora piuttosto acerbo, combattuto fra la devozione al blues rivista in chiave rock (in scaletta, pure classici di Willie Dixon, Robert Johnson, Muddy Waters e Skip James, oltre a un traditional) e il desiderio in nuce di spingersi verso territori ancora da esplorare, con qualche velleità nemmeno tanto nascosta di raggiungere una platea “popular” invece di limitarsi agli adepti delle dodici battute. Le tracce sono quasi tutte brevi, senza le dilatazioni che arriveranno nel prosieguo della carriera, e benché evitino il compitino canonico – classe e talento già abbondano – non colpiscono alla giugulare ma si accontentano, per così dire, di farsi ascoltare con gusto e provocare sporadici brividi. Insomma, bello ma basta, e non è detto che per questo sia sufficiente a giustificare un esborso che oscilla fra i 55 e i 70 euro.
Tratto da Classic Rock n.52 del marzo 2017

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