Julian Cope

Lo so bene che in quello straordinario, irripetibile 1991 andava per la maggiore altra musica, ma che importanza ha? Proprio all’inizio dell’anno, l’amato Arcidruido tirò fuori dal cilindro uno dei suoi album più belli di sempre, forse il migliore in assoluto; sì, ok, c’è da considerare Fried, ma Peggy Suicide è più complesso e ambizioso. Recensendolo, come “disco del mese” di una delle tante incarnazioni di Velvet, gli diedi addirittura 10. Un abbondante quarto di secolo dopo, non me lo rimangio, proprio no.

Peggy Suicide
(Island)
Erano in molti a darlo ormai per disperso. Smarrito, attenendosi alle iconografie più pertinenti al caso, nella ricerca del proprio senno sulla luna o fra le porte da croquet di una qualche improbabile Wonderland. Invece, Julian Cope è tomato nel mondo dei sani, almeno a giudicare dalle liriche insolitamente “impegnate” di questo suo ultimo doppio album. Oppure, è sprofondato ancora di più negli abissi della follia, perché Peggy Suicide – per quanto assai più lucido nell’approccio e ne11’esposizione rispetto a Skellington e Droolían, i due recenti lavori-beffa del Nostro – è ancora una volta un inno alla più assoluta anticonvenzionalità, a quel gusto innato che guida lontano da ogni cliché e da ogni forma più o meno grave di sclerotizzazione creativa.
È un disco assurdo, Peggy Suicide. Splendidamente assurdo, e apparentemente inadatto al1’affermazione commerciale. Un paio dei suoi diciannove brani, se promossi in modo opportuno, potrebbero anche far furore nelle classifiche, ma è indubbio che la nuova fatica dell’ex Teardrop Explodes servirà a riconciliare con il loro idolo i fan che erano rimasti delusi dalla svolta “pop” di Saint Julian e My Nation Underground. Perchè in esso rivive, “modernizzato” e magicamente adattato alle esigenze di un artista che non è in grado di adagiarsi sugli allori, lo spirito di pietre miliari quali World Shut Your Mouth e Fried. Trasuda infatti di fascinosa e imprevedibile “Cope-itudine”, Peggy Suicide: nelle filastrocche gioiose e nelle nenie allucinate, nelle elucubrazioni filo-sperimentali e nelle ballate rarefatte, nelle misurate frenesie “dance” come nelle esuberanze r’n’r, rivelando, anche dopo numerosi ascolti, sorprese e chiavi di lettura. E per forza di cose si impone come l’opera più emblematica e riuscita di uno Julian Cope sul quale continua a brillare, sempre vivida, la luce di un pazzo diamante.
Tratto da Velvet n.4 (anno IV) dell’aprile 1991

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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Julian Cope

  1. DaDa

    Peggy Suicide è un Bignami dell’opera di Cope, visto che nel corso del disco l’autore utilizza tutti i suoi stilemi. Ciò che lo rende un capolavoro è però il fatto che, ciononostante, il tutto risulta coeso.

  2. Pingback: 1991: la mia playlist | L'ultima Thule

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