Julian Cope (1991-1995)

Lo so bene che in quello straordinario, irripetibile 1991 andava per la maggiore altra musica, ma che importanza ha? Proprio all’inizio dell’anno, l’amato Arcidruido tirò fuori dal cilindro uno dei suoi album più belli di sempre, forse il migliore in assoluto; sì, ok, c’è da considerare Fried, ma Peggy Suicide è più complesso e ambizioso. Recensendolo, come “disco del mese” di una delle tante incarnazioni di Velvet, gli diedi addirittura 10. Un abbondante quarto di secolo dopo, non me lo rimangio, proprio no, così come non mi rimangio i giudizi benevoli per quelli che, non contando i lavori “paralleli” ma solo quelli della discografia-base (chiamiamola così), furono i suoi tre successori (dei quali ripropongo le mie recensioni: due in tempo reale e una in sede di ristampa). Chi fosse interessato a quello ancora dopo può leggerne qui, addirittura in tre versioni. Per altri scritti sull’argomento, cliccare qui, qui e qui.

Peggy Suicide
(Island)
Erano in molti a darlo ormai per disperso. Smarrito, attenendosi alle iconografie più pertinenti al caso, nella ricerca del proprio senno sulla luna o fra le porte da croquet di una qualche improbabile Wonderland. Invece, Julian Cope è tomato nel mondo dei sani, almeno a giudicare dalle liriche insolitamente “impegnate” di questo suo ultimo doppio album. Oppure, è sprofondato ancora di più negli abissi della follia, perché Peggy Suicide – per quanto assai più lucido nell’approccio e ne11’esposizione rispetto a Skellington e Droolían, i due recenti lavori-beffa del Nostro – è ancora una volta un inno alla più assoluta anticonvenzionalità, a quel gusto innato che guida lontano da ogni cliché e da ogni forma più o meno grave di sclerotizzazione creativa.
È un disco assurdo, Peggy Suicide. Splendidamente assurdo, e apparentemente inadatto al1’affermazione commerciale. Un paio dei suoi diciannove brani, se promossi in modo opportuno, potrebbero anche far furore nelle classifiche, ma è indubbio che la nuova fatica dell’ex Teardrop Explodes servirà a riconciliare con il loro idolo i fan che erano rimasti delusi dalla svolta “pop” di Saint Julian e My Nation Underground. Perchè in esso rivive, “modernizzato” e magicamente adattato alle esigenze di un artista che non è in grado di adagiarsi sugli allori, lo spirito di pietre miliari quali World Shut Your Mouth e Fried. Trasuda infatti di fascinosa e imprevedibile “Cope-itudine”, Peggy Suicide: nelle filastrocche gioiose e nelle nenie allucinate, nelle elucubrazioni filo-sperimentali e nelle ballate rarefatte, nelle misurate frenesie “dance” come nelle esuberanze r’n’r, rivelando, anche dopo numerosi ascolti, sorprese e chiavi di lettura. E per forza di cose si impone come l’opera più emblematica e riuscita di uno Julian Cope sul quale continua a brillare, sempre vivida, la luce di un pazzo diamante.
Tratto da Velvet n.4 (anno IV) dell’aprile 1991

Jehovahkill
(Island)
Buffo vedere apparire sul mercato la “deluxe edition” di un disco che al tempi dell’uscita non fu certo apprezzato dalla Island, tanto da portare alla separazione (pur consensuale) tra Julian Cope e l’etichetta che del nostro eroe psichedelico aveva già marchiato la terza, quarta e quinta prova da solista (Saint Julian, My Nation Underground e Peggy Suicide); c’era però il quindicesimo anniversario da onorare, alla Universal non dispiaceva arricchire la sua collana di ristampe raddoppiate con un valido titolo “di culto” e lo stesso ex Teardrop Explodes – coinvolto nell’operazione – apprezzava la prospettiva di guadagnare con sforzo minimo pubblicità e qualche soldo, oltre all’opportunità di avere di nuovo nei negozi una delle opere più importanti e riuscite della sua ampia produzione.
Primo album nelle cui note Cope si autoproclamò Arci-Druido, Jehovahkill è un surreale e stimolante concept legato a temi religiosi, come posto in evidenza dal titolo e dalla grande scritta “That’ll be the deicide” che fa bella mostra di sè sul retro della copertina. E se a spiegare l’idea di fondo provvedono gli scritti del libretto, a illuminare su quanto il Giuliano del 1992 fosse genialmente eccentrico pensano le canzoni, all’insegna di un “folk-rock” visionario, cupo e a tratti minaccioso che sottolinea efficacemente i toni mistico-pagani dell’ispirazione. Arduo parlare di “pop”, anche se un po’ ovunque affiorano pur sghembe melodie, ma la relativa osticità di alcune soluzioni trova validi contraltari in momenti – il singolo Fear Loves This Place e Fa-Fa-Fa-Fine i più efficaci – dove la tensione riesce miracolosamente ad assumere connotati – ehm – “bucolici”. Sia nei sedici brani, suddivisi in tre “fasi”, che riempiono il primo CD, sia negli altri quattordici rari e inediti – c’è anche una bella cover di I Have Always Been Here Before del collega sciamano Roky Erickson – che costituiscono il valore aggiunto di questa riedizione… che solo chi possiede l’articolo originale e il doppio EP Fear Loves This Place, può permettersi di snobbare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.630 del gennaio 2007

Autogeddon
(Echo)
Con l’improvvisa defenestrazione da parte della Island, ancor più assurda perché sopraggiunta dopo due album di straordinaria caratura, non sarebbe stato azzardato pronosticare per Julian Cope un futuro analogo a quello del suo padre spirituale Syd Barrett a seguire il distacco dai Pink Floyd; un futuro di fuga dalla civiltà e vita bucolica, di isolamento e allucinogeni, di fantasie e magari di precoce demenza che avrebbero definitivamente scolpito il suo nome tra i miti del rock – per quanto limitativa possa essere, nel suo caso, tale definizione – degli anni Ottanta. Con insospettabile lucidità, invece, Sir Julian di Lambeth si è limitato a voltar pagina: nell’arco di un paio d’anni ha pubblicato in proprio due lavori “paralleli” (il CD di pseudo trance music Rite e una nuova raccolta di incisioni inedite, Skellington 2), ha consegnato alle stampe l’autobiografia Head-On e ora ha inaugurato il catalogo della neonata Echo con il capitolo finale (ma sara davvero così?) della trilogia aperta con lo straordinario Peggy Suicide e proseguita con il non meno brillante ]ehovahkill.
Visionario, imprevedibile e ispirato come i suoi più diretti predecessori, Autogeddon non fornisce particolari rivelazioni sulla (contorta) personalità dell’artista, limitandosi a inanellare otto nuovi gioielli sonori per lo più all’insegna di un’allucinata, estrosa eleganza e solo in un paio di occasioni intrisi di meditabonda acidità. Meravigliose, folli e ipnotiche filastrocche scaturite direttamente dall’animo inquieto di un autentico genio della creazione musicale, che tutti ci auguriamo non smarrisca mai il suo bagaglio di sregolatezza.
Tratto da AudioReview n.143 del novembre 1994

20 Mothers
(Echo)
E così, tre anni dopo la rottura con la Island, Sir julian Cope ha deciso di legarsi nuovamente a una major. Lo ha fatto nel modo migliore, ovvero conservando la piena autonomia artistica (sottolineata dall’uso del marchio Echo, lo stesso delle ultime prove indipendenti) e non rinunciando al pirotecnico, esuberante campionario di eccentricità che da sempre – in pratica, i diciassette anni trascorsi dall’uscita del primo, leggendario singolo dei Teardrop Explodes a oggi – caratterizza le sue policrome avventure musicali; e inaugurando questa ulteriore fase della sua carriera con il CD-singolo Try, Try Try, briosa fantasia psycho-pop che quasi riesce a eguagliare in bellezza e forza coinvolgente vecchi, irresistibili capolavori quali Trampolene o Beautiful Love. È il julian Cope che più amiamo, quello di 20 Mothers: un druido interessato ai suoni e non a1l’astronomia o alla botanica, che è riuscito ancora una volta a trovare il giusto dosaggio tra genio e sregolatezza. Un acrobata del pentagramma che piroetta con grazia tra passato e presente, ideando bizzarre cantilene lisergiche e allucinate nenie misticheggianti, potenziali hit e tortuose sinfonie filo-sperimentali, senza altro intento oltre quello di esprimere in assoluta libertà la sua indole; con il candore di un fanciullo, l’intelletto di un luminare della scienza e il carisma di un vero artista.
Quasi un’autobiografia sonora, 20 Mothers è l’e1oquente certificato di ottima salute di uno dei personaggi più affascinanti del rock britannico; al quale, per fortuna, la raggiunta maturità potrebbe anche non impedire di tornare a vestirsi solo di un guscio di tartaruga come fece ai tempi del glorioso Fried.
Tratto da AudioReview n.154 del novembre 1995

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Un pensiero su “Julian Cope (1991-1995)

  1. DaDa

    Peggy Suicide è un Bignami dell’opera di Cope, visto che nel corso del disco l’autore utilizza tutti i suoi stilemi. Ciò che lo rende un capolavoro è però il fatto che, ciononostante, il tutto risulta coeso.

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