Warrior Soul (1990-2000)

Ho scoperto i Warrior Soul già con il primo disco, nel 1990, ma l’amore è scoccato con il secondo, scolpito nella mia playlist di quell’irripetibile 1991, del quale nell’aprile di quest’anno avevo riproposto una delle mie due recensioni d’epoca (l’altra era uscita su AudioReview). Ho pensato che potesse essere una buona idea, invece di aggiungere un nuovo post, recuperare quello di cui sopra, arricchendolo con le mie recensioni di tutti gli altri album della band americana (compresi i due degli Space Age Cowboys) e con una breve ma esauriente retrospettiva scritta a corredo della mia seconda intervista al leader Kory Clarke (che magari un giorno riesumerò; la prima, realizzata in occasione del terzo album Salutations From The Ghetto Nation, è qui). Mi dispiace davvero tanto che il gruppo non abbia ottenuto consensi plebiscitari, ma così va il mondo.

Warrior Soul, 1990-2000
L’avventura dei Warrior Soul inizia sul finire degli anni ‘80 a New York per iniziativa di Kory Clarke, cantante e performer con alle spalle esperienze come batterista in alcune formazioni underground della natia Detroit (si ricordano in particolare gli L7 – nessuna relazione con le omonime californiane – e i Trial). Assestato l’organico con gli innesti di John Ricco (chitarra), Pete McClanahan (basso) e Paul Ferguson (ex Killing Joke, batteria), l’ensemble avvia una convincente attività live che dopo pochissime esibizioni – si dice appena cinque – porta alla firma del contratto con la David Geffen Company.
Il debutto Last Decade Dead Century esce nei primi mesi del 1990 ed è salutato dalla stampa con notevole spargimento di superlativi. Prodotto dallo stesso Clarke assieme a Geoff Workman (noto, tra le altre cose, per il lavoro con i Mötley Crüe), il disco si segnala per il brillante amalgama, incalzante e nel contempo solenne, di hard rock, post punk e aperture glam e filo-psichedeliche, e per la verve polemica di testi che puntano l’indice sulle piaghe della società americana: droga, logiche capitaliste, intolleranza, corruzione, violenza. Oltre al titolo, già di per sè esplicativo, a chiarire l’indole del gruppo basta la prima strofa del brano di apertura, I See The Ruins: “sono il figlio della nuova generazione / il prodotto della frustrazione totale”.
Dopo l’ingaggio dell’ex School Of Violence Mark Evans in sostituzione di Ferguson, la band perfeziona la sua formula anche grazie ai tour assieme a Metallica, Soundgarden e Danzig: i risultati sono tangibili nello splendido Drugs, God And The New Republic (1991), sempre seguito in studio da Workman e Clarke, che assieme a episodi autografi dal forte impatto fisico e melodico quali la title track, Hero e The Wasteland presenta un’efficace cover “attualizzata” di Interzone dei Joy Division (un’altra ottima rilettura dal songbook del quartetto britannico, quella di Twenty Four Hours, finirà nel 1992 nel 12” di Hero assieme all’allora inedita Ghetto Nation). Il costante sostegno della critica e i concerti di spalla ai Queensryche non incrementano però più di tanto i consensi dei Warrior Soul, che rimangono nell’ambito di un pur ampio culto; nell’impresa non riesce neppure il terzo album Salutations From The Ghetto Nation (1992), prodotto dal solo Kory Clarke, che nonostante il perfetto equilibrio tra potenza, armonia e profondità di messaggio si limita ad impinguare il repertorio di almeno un’altra mezza dozzina di grandi canzoni: dalla marziale, anthemica Love Destruction alla delicata ed evocativa The Golden Shore, dalla maestosa Blown alle ruvide Punk And Belligerent e Ass Kickin’ fino alla dolente The Fallen. Nel 1993 tocca così a Chill Pill, dalle più marcate inclinazioni lisergiche (seppure nel contesto di un suono metal sempre aspro e aggressivo), l’ingrato compito di porre il suggello al rapporto con la Geffen che lascia insoddisfatte entrambe le parti: l’etichetta contesta infatti al gruppo la rigidità di atteggiamento e le vendite non all’altezza delle attese, mentre quest’ultimo lamenta lo scarso appoggio promozionale ricevuto.
La delusione è comunque cocente e i Warrior Soul di Space Age Playboys (Music For Nations 1994) non sono quelli di prima: non nella line-up, rinnovata attorno a Clarke e McClanahan, e non nell’approccio, ora più disimpegnato a causa dei sopraggiunte perplessità del leader sul senso dei suoi tentativi di scuotere le coscienze. Si tratta peraltro di un lavoro di buon livello, all’insegna di un punk’n’roll secco e diretto che vede tra i suoi momenti migliori (Love Is) The Drug – uscita anche in un CD-single contenente i remake di Moonage Daydream (David Bowie) e Pump It Up (Elvis Costello) e un terzo pezzo irreperibile altrove, I Just Wanna – e Let’s Get Wasted. I riscontri, però, non aumentano, e nel 1995 viene annunciato il ritiro dalle scene: emblematica la frase apposta sul retro della copertina di Fucker (Music For Nations 1996; l’edizione statunitense, su Mayhem, si intitola Odds And Ends), valida antologia commemorativa con diciassette inediti registrati in quattro differenti session: “incisioni a 8, 16 e 24 tracce della band che ha combattuto l’America, il Sistema… e alla fine ha perso”.
Riordinate le idee e trasferitosi a Los Angeles, Kory Clarke riappare nel 1997 alla guida degli Space Age Playboys, a tutt’oggi titolari di due discreti album per la Dream Catcher – New Rock Underground del 1998 e Live In London del 1999 – dove lo stile degli ultimi Warrior Soul è interpretato in chiave più street rock/glam: un divertissement che al cantante deve stare un po’ strettino, visto che nello scorso settembre il gruppo-madre – nella formazione con maggiore anzianità di servizio: Clarke, Ricco, McClanahan, Evans – ritorna a calcare il palcoscenico e poco più tardi ad occupare gli scaffali dei negozi con Classics (Dream Catcher 2000): sedici rivisitazioni crude e grintose di brani già noti (cinque apparsi in origine Last Decade, quattro in Space Age Playboys, tre in Salutations e due ciascuno in Drugs e Chill Pill) che dimostrano come la ricetta Warrior Soul sia ancora attualissima e, quindi, come dieci anni orsono fosse in netto anticipo sui tempi. Doveroso almeno un assaggio, se non altro per rendersi conto – meglio tardi che mai – di quanto il crossover odierno sia debitore in termini di ispirazione alla magnifica e purtroppo sfortunata congrega di Kory Clarke.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.426 del 23 gennaio 2001

Drugs, God
And The New Republic
(DGC)
A ben guardare, i Warrior Soul hanno tutte le carte in regola per aspirare a una posizione di primissimo piano nel rock degli anni Novanta. Vantano infatti uno stile moderno e originale, abbastanza eclettico da garantire una sorprendente quantità di possibili sviluppi; un notevole impegno politico-sociale, a stento compresso nelle liriche, che potrebbe renderli portavoce di larghe cerchie di pubblico giovanile; una immagine “barricadera” quanto basta a richiamare l’attenzione dei media, già condizionati dalle origini in quel di Detroit al punto di averli nominati “eredi” dei mitici MC5, anch’essi figli della Motor City; un’etichetta giovane e intraprendente, ricca di mezzi e determinazione; soprattutto, il carattere necessario per andare avanti per la propria strada, spinti dalla fiducia in sé stessi e dalla consapevolezza che la ricezione di un messaggio è tanto più ampia quanto più fortemente esso viene diffuso.
Drugs, God And The New Republic è per i Warrior Soul l’album del grande lancio, dopo che il già ottimo Next Decade Dead Century li aveva presentati, un anno fa, meno maturi nel mettere a fuoco le loro enormi doti; più rifinito e diretto, anche se non meno viscerale e irruente del suo predecessore, il nuovo lavoro fonde invece perfettamente nel crogiuolo dell’ispirazione le più diverse influenze, generando un hard rock contaminato di incredibili carisma e potenza anthemica nel quale la lucida aggressività degli strumenti sposa una concezione compositiva assai attenta alla melodia. E neanche uno dei dodici episodi che lo compongono – citazioni d’obbligo per la title track, tra psichedelia, Jane’s Addiction e Killing Joke; per Hero, che con un po’ di intelligenza e coraggio da parte dei programmatori radio potrebbe diventare una hit; per Interzone, cover in chiave heavy di un classico dei Joy Division – risulta in definitiva meno che eccellente. Un capolavoro del moderno hard, insomma, che non sfigura al fianco dei vari Louder Than Love e Nothing’s Shocking; e che, assieme a essi, fornisce ulteriori elementi per delineare le migliori possibili traiettorie evolutive di una musica che, Frith o non Frith, non vuole saperne di abdicare.
Tratto da Velvet n.7/8 (anno IV) del luglio/agosto 1991

Salutations From
The Ghetto Nation
(DGC)
Per una volta, cominciamo lodando i pregi della registrazione: potente, dinamica, spesso volutamente sbilanciata sulle chitarre allo scopo di mettere in luce questo o quel particolare di arrangiamento. Ciò che occorre, insomma, per esaltare l’impatto di un rock ribelle nei testi – splendidi, davvero, nella loro poesia iconoclasta – come nelle strutture sonore tanto energiche e rabbiose quanto architettate con pirotecnico acume. E per essere all’altezza di una band che merita senza dubbio un ruolo ben più autorevole di quello che il suo atteggiamento intransigente e la scarsa pubblicità le hanno finora consentito di ottenere.
Salutations From The Ghetto Nation è il terzo capitolo del requiem che i Warrior Soul hanno composto per il definitivo infrangersi del sogno americano e il suo titolo (emblematico come quelli dei precedenti Last Decade Dead Century e Drugs God And The New Republic) sottolinea come meglio non si potrebbe – parole dure e un velo di sarcasmo – un approccio che anche sotto il profilo strettamente musicale brilla per estro e determinazione. Sono ineguagliabili, Kory Clarke e compagni, nel vestire di toni epici ma non per questo ridondanti il loro metal-punk psichedelico, e nel celebrare con un policromo concentrato di vigore e visionaria espressività un crossover rock che trova possibili termini di paragone solo in Jane’s Addiction e Faith No More. Soprattutto sul piano della lucidità e del carisma, e non solo per quanto concerne gli aspetti specificamente stilistici.
Tratto da AudioReview n.122 del dicembre 1992

Chill Pill
(DGC)
Sono probabilmente destinati a passare alla storia come “gli MC5 degli anni ’90, i Warrior Soul: non solo per l’area geografica di provenienza del frontman (Detroit, è ovvio), ma anche e soprattutto per la fiera ostinazione con la quale, sulla scia dei loro virtuali maestri, cantano il costante logorarsi di un American Dream che ha ormai assunto i connotati del più drammatico degli incubi. Per sostenere il suo messaggio, tanto disilluso e cinico quanto acceso di autentica poesia, l’agguerrita congrega di Kory Clarke non ha però scelto l’idioma dell’hard-rock primordiale: i tempi non sono gli stessi di Kick Out The Jams e ad accompagnare il crudo R.l.P. della band appaiono certo più indicate le torride fantasie di un crossover “metallico” che sa come coniugare fisicità e intellettualismo in canzoni cupe e graffianti ma anche sorprendentemente ricche di carisma melodico.
Nel pieno rispetto della loro indole dinamica, i Warrior Soul si sono però in parte distaccati dai loro schemi abituali e hanno preferito battere nuove strade; attenuando gli aspetti più solenni e anthemici del proprio sound ed esasperandone i toni più cupi, corrosivi e iconoclasti, il gruppo ha così generato una formula che, pur essendo tra le più “minacciose” del momento, conserva quelle caratteristiche di ispirazione, passionalità e rigore formale già messe in luce all’epoca di Last Decade Dead Century e poi sviluppate con risultati sempre più straordinari in Drugs, God And The New Republic e Salutations From The Ghetto Nation. Grande album, Chill Pill, che in termini di impatto e intelligenza ha nulla o quasi da invidiare alle ultime, acclamatissime prove dei mostri sacri Nirvana e Pearl Jam.
Tratto da AudioReview n.133 del dicembre 1993

The Space Age Playboys
(Music For Nations)
È ormai assodato, come l’esperienza non manca continuamente di sottolineare, che le multinazionali hanno da tempo perso la pessima abitudine di ammorbidire le proposte degli artisti underground da esse reclutati; altrettanto vero, però, è che il primo lavoro di una band (ri)tornata per propria volontà o suo malgrado nel circuito indipendente registra di solito un notevole incremento in termini di rabbia e durezza, quasi che i legami con il giro major comportino un accumulo di tensioni, preoccupazioni e condizionamenti destinati comunque a riflettersi sulle scelte sonore. L’ennesima delle sconclusionate teorie con le quali noi critici tentiamo di giustificare la nostra bistrattata professione? Forse sì.
Consideriamo allora una semplice coincidenza il fatto che questo The Space Age Playboys, unico dei cinque album dei Warrior Soul a non essere marchiato DGC, sia anche il parto più feroce della band di Detroit/New York: il più incazzato, se ci passate il termine, nella carriera di un ensemble che peraltro non aveva mai lesinato in brutalità, offrendo un ispiratissimo esempio di crossover tra punk’n’roll politicamente impegnato e metal epico di rara forza suggestiva. Con tredici episodi tanto ruvidi e compatti quando elaborati nei loro intrecci di chitarre, ritmi e voci, Kory Clarke e compagni forniscono ulteriore prova di come la nomea di MC5 degli anni Novanta da taluni affibbiatagli sia tutt’altro che usurpata, e di come il loro vibrante ed esasperato rock “da strada” abbia ancora moltissime frecce al suo arco per imporsi su scala più larga di quanto non sia finora accaduto. Con o senza il marchio DGC a fornirgli sostegno.
Tratto da AudioReview n.145 del gennaio 1995

Space Age Playboys
New Rock Underground
(Dream Catcher)
Space Age Playboys era il titolo dell’ultimo “vero” album pubblicato dai Warrior Soul, senza dubbio uno dei gruppi più brillanti e ingiustamente sottovalutati del vastissimo panorama crossover americano, e Space Age Playboys è anche il nome della nuova band fondata dal vocalist e leader dello “spirito guerriero”, Kory Clarke: una band che, non solo per quanto riguarda gli aspetti canori, dichiara la sua diretta discendenza dai titolari di album quali Last Decade Dead Century, Salutations From The Ghetto Nation e Drugs God And The New Republic, allestendo un “ibrido” nel quale epicità metal, rabbia punk, eclettismo psichedelico e cupezza new wave convivono in canzoni oltretutto dotate di un buon appeal melodico.
Pur non distaccandosi in modo sostanziale dalla formula Warrior Soul, New Rock Underground mette comunque in luce un’energia e una verve superiore alle attese, non riuscendo a evitare una certa discontinuità qualitativa ma impedendo al sempre caustico Clarke di sembrare un sopravvissuto: merito di almeno una manciata di brani di innegabile forza trascinante, tutti costruiti su batteria, basso, chitarra e voce, ai quali il suono piuttosto sporco e carico di toni bassi non conferisce però – pur esaltando l’anima più cruda e perversa dell’ensemble – la necessaria brillantezza. Quello di Cory Clarke, in ogni caso, rimane un ritorno più che gradito: alle prossime prove degli Space Age Cowboys il compito di chiarire se la grezzezza dell’impasto sonoro sia dovuta a una precisa scelta di campo o sia invece un indesiderato risvolto dell’incisione “casalinga”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.344 del 23 marzo 1999

Space Age Playboys
Live In London
(Dream Catcher)
Mesi fa, la recensione dell’esordio degli Space Age Playboys si era chiusa con un legittimo interrogativo: se, cioè, la ruvidezza dell’incisione fosse dovuta a problemi tecnici e/o economici o solo al desiderio della band di mettere quanto più possibile in evidenza il proprio volto più crudo e selvaggio. A fornire ulteriori indicazioni provvede adesso questo Live In London, registrato dal vivo nel Natale ‘98: un album nel quale Kory Clarke, voce e anima dell’ensemble americano, ribadisce senza possibilità di equivoco quella naturale inclinazione verso il rock abrasivo e rabbioso – seppur avvolto in atmosfere epiche e caratterizzato da aperture di vago gusto glam – già espressa con i Warrior Soul, nella prima metà dei ‘90 maestri purtroppo sottovalutati di “ibridazioni metalliche”.
Che il gruppo non fosse granché soddisfatto di New Rock Underground è comunque dichiarato dalla scelta di riproporne in nuove versioni ben otto dei dieci episodi, racchiudendoli tra gli inediti It’s Time To Party e All That Glitters: una scelta insolita, considerato che dalla prima uscita è trascorso sì e no un anno, ma senz’altro apprezzabile, visto che il repertorio sembra aver guadagnato non solo negli aspetti formali ma anche in incisività e forza trascinante. E ciò basta a rendere Live In London un buon esempio di crossover rock’n’roll, certo non all’altezza di un Drugs, God And The New Republic o un Salutations From The Ghetto Nation per spessore sonoro e impegno politico-sociale, ma non per questo da condannare all’accumulo di polvere sugli scaffali dei negozi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.379 dell’11 gennaio 2000

Classics
(Dream Catcher)
Contrariamente a ciò che molti potrebbero pensare, i Warrior Soul non sono materia del passato: avrebbero potuto esserlo, nonostante la loro carriera “storica” si sia svolta in tempi abbastanza recenti, se avessero confermato la volontà di separazione manifestata alcuni anni fa e se questo nuovo album fosse stato – come, in fondo, suggerito dal titolo – una semplice antologia. Invece, da qualche mese, il quartetto americano ha deciso di tornare in pista, dimostrando subito come la sua proposta – inquadrabile a pieno titolo nell’area crossover – possegga ancor oggi una personalità, un carisma e una freschezza che la rendono appetibile ai più giovani e non solo ai nostalgici che custodiscono gelosamente le copie (magari in vinile!) di Last Decade Dead Century, Drugs God And The New Republic e Salutations From The Ghetto Nation, i tre capolavori editi dalla Geffen tra il 1990 e il 1992.
Avevano tutto ciò che occorre per fare molta strada, i Warrior Soul: un cantante-trascinatore sulla scia del miglior Iggy Pop, lo spessore loro conferito da testi impegnati sul piano sociopolitico e soprattutto uno stile musicale dove potenza, ruvidezza, solennità e feeling “tribale” convivevano splendidamente in brani concepiti e realizzati con estrema intelligenza. Non c’è dunque da stupirsi del fatto che Kory Clarke e compagni, gli stessi di sempre, abbiano voluto ripartire proprio dal vecchio repertorio, adattandone e riregistrandone sedici estratti in versioni più asciutte delle originali ma non per questo ad esse inferiori: un abito sonoro, insomma, che punta principalmente sull’immediatezza d’impatto, evitando “attualizzazioni” in chiave hip-hop e/o elettronica. A differenza di colleghi (e, in qualche modo, “figli”) quali Korn, Deftones e Limp Bizkit, la band parlava infatti (e parla ancora) la lingua di un “tradizionale” rock-metal chitarristico, screziato semmai di umori post punk: non è casuale che il gruppo proponesse le cover di Interzone e Twenty-Four Hours dei Joy Division e mostrasse a tratti di aver subito l’influenza dei Killing Joke.
Schiacciati dall’esplosione grunge e in anticipo su quella crossover, i Warrior Soul della prima metà dei ‘90 hanno raccolto solo una minima parte di ciò che avrebbero meritato, e sarebbe forse troppo ottimistico sperare in un pareggio di conti oggi che il suono cosiddetto moderno viaggia su linee parallele ma non coincidenti. Tristi considerazioni a parte, è comunque bello riaverli fra noi, invecchiati ma non imbolsiti, a far levare alto il loro grido di guerra. Al sistema e alla banalità.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.420 del 28 novembre 2000

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