Nirvana – Nevermind

Rileggere anni dopo quanto scritto in tempo reale di dischi poi divenuti pietre miliari è una pratica rischiosa, almeno se si ha paura di aver preso una topica. Personalmente, mi capita di avvertire quel “timore”, fra virgolette, quando organizzo il mio giudizio, ma non ricordo casi di commenti incredibilmente positive o negative che, con il senno di poi, mi sono trovato a ribaltare; qualche sfumatura senza dubbio sì, l’8 che doveva essere un 7 o viceversa, pure, ma nulla più. Ripescando la recensione di Nevermind, al quale assegnai un bell’8 e mezzo, ho rilevato di averci preso in pieno, anche nelle previsioni sul possibile futuro della band; che nessuno, però, si stupisca nello scoprire che nel 1991 i Nirvana non erano ancora considerati stelle: chi non c’era magari non ci crederà, ma al tempo dell’uscita nessuno al mondo vide nel secondo album di Cobain e compagni un disco che, grazie soprattutto alla sua hit Smells Like Teen Spirit, avrebbe cambiato il corso della storia.

Nevermind
(DGC)
Nella vibrante sfida all’ultima chitarra che contrappone Soundgarden e Mudhoney per la leadership della scena di Seattle non sembrava fino a oggi esserci spazio per il proverbiale terzo incomodo. Non sembrava… ma se anche questo secondo album dei Nirvana non può vantare la caratura delle ultime produzioni dei due sopracitati “colossi”, è innegabile che esso abbia tutte le carte in regola per imporre la band di Kurt Cobain come outsider da non sottovalutare: non più emergenti da guardare al massimo con benevola accondiscendenza, ma un ensemble ormai maturo e perfettamente in grado di ritagliarsi un suo ruolo tutt’altro che secondario. Del resto, non ci risulta che alla David Geffen Company siano soliti regalare contratti ai primi venuti.
Nevermind, insomma, è un lavoro che merita attenzione: più “immediato” di Badmotorfinger ed Every Good Boy Deserves Fudge (tanto per proseguire con il parallelo con Soundgarden e Mudhoney) in virtù di una maggiore propensione a un sound secco ed essenziale, pur nell’irruenza punk-metal dei riff o nella stralunata ruvidezza di certe scarne ballate elettroacustiche, conosce la segreta arte di destreggiarsi con notevole verve tra soluzioni e schemi troppo spesso sacrificati, da mani non altrettanto abili, in sequenze vuote e asettiche di cliché. E sa come mantenere sempre alto il tasso di adrenalina anche senza divergere mai da un’impostazione sostanzialmente melodica. Una melodia magari corrotta, ma non per questo meno attraente. Più raffinato e meno “psichedelico” del precedente Bleach, il debutto su major dei Nirvana profuma di Pixies, Hüsker Dü, punk settantasettino e Seattle-sound. Gli aromi giusti, almeno per quanti hanno venduto la propria anima al r’n’r.
Tratto da AudioReview n.111 del dicembre 1991

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