Elektroshock (1979)

Lentamente ma inesorabilmente, proseguo il mio percorso a tappe nell’underground romano legato al punk. In questo caso, i riflettori illuminano il primo disco dell’area musicale in questione pubblicato da una band capitolina, band che certo non era punk in senso stretto ma che di sicuro fu in qualche misura influenzata dai fermenti del ‘76/’77. Edito in origine sotto l’ombrello della major RCA, l’album è al momento reperibile nella ristampa (in vinile) confezionata dalla Sony nel 2012.

Asylum (Numero Uno)
Pubblicato nei primi mesi del 1979, l’album degli Elektroshock è l’unica testimonianza discografica della prima scena “punk” romana (le virgolette, in questo caso, sono d’obbligo). Quando uscì il gruppo esisteva da circa un anno, ma fin dall’inizio la sua effettiva adesione al movimento è stata messa seriamente in dubbio: correva infatti voce che l’approccio tra lo spregiudicato, l’aggressivo e il ribelle ostentato dai cinque – e sottolineato da efficaci trovate sceniche – non fosse naturale ma derivasse dallo studio di una decina di album di Lou Reed, Stooges, Sex Pistols, Ramones e altri consigliati loro dai produttori Carlo Basile (il primo tra i discografici nostrani a credere nel punk: a lui si debbono tutte le stampe italiane realizzate dalla RCA, nonché la storica raccolta Punk Collection) e Aldo Bagli (giornalista di “Ciao 2001” del quale, se non gli scritti infarciti di informazioni e commenti a dir poco discutibili, si deve lodare almeno la genuina passione).
Sotto il profilo musicale, Asylum è uno strano ibrido dove cupe ballate di sapore loureediano (anche per via della voce di Augusto Colaiori) si alternano a r’n’r dalle inclinazioni sporche e rabbiose. Al di là degli episodi più ruvidi e veloci (Queen Of The Night, Publici Mores, Crazy Fifties, Fever Of The Night, Rock’n’roll Love), peraltro caratterizzati da un’impostazione canora priva della necessaria grinta, spicca l’inquietante Blood Sacrifice, oltre dieci minuti di intrecci decadenti e ambigui… ma tutto il disco è troppo pulito e tendenzialmente ricercato – si notino i frequenti assoli chitarristici o i pur equilibrati inserimenti di mellotron – per giustificare l’uso del termine punk. Oltre al già citato Augusto Colaiori, il dovere di cronaca impone di ricordare i nomi degli altri Elektroshock: Riccardo La Riccia e Giorgio Mastrosanti alle chitarre, Marco Bernard al basso, Nicola Lo Briglio alla batteria.
Tratto da Bassa Fedeltà n.7 del maggio/giugno 1998

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2 pensieri su “Elektroshock (1979)

  1. Ciao Federico.
    Posso essere d’accordo con te nel considerare “Asylum”, come scrivevi nel 1998, uno strano ibrido infarcito di cupe ballate e brani rock’n roll sporchi e rabbiosi.
    In realtà non ci siamo mai dichiarati Punk. Pensavamo solo a fare musica, suonare dal vivo e divertirci.
    Riguardo ai nostri atteggiamenti, non credo che tirarsi il sangue con una siringa e spruzzarlo verso il pubblico possa essere immaginato come un gesto frutto di un’ostentazione nata “a tavolino”. Sfido chiunque di ripetere un gesto del genere “a comando”.
    Eravamo quello che eravamo, in tutta la nostra ingenua e tragica inesperienza, la voglia di deflagare, di stupire, di perdersi.
    Aldo Bagli era, secondo me, una persona piena di fantasia, stimolante e creativa.
    Forse nelle registrazioni non sarà stato colto in modo ottimale ma ti posso assicurare che Augusto, in tutta la sua nota e sontuosa presenza scenica, di grinta ne aveva e da vendere.

    • Ciao Giorgio, dal vivo vi vidi un paio di volte (la prima nel 1978 al Teatro Olimpico di spalla alla Average White Band, la seconda mi sembra al Piper), e confermo che, sì, facevate un bel casino. Per quanto riguarda gli atteggiamenti, nel “giro” dell’epoca erano in parecchi a pensare che le vostre esagerazioni in chiave punk vi venissero suggerite, e mi sono limitato a riportare la voce di popolo; forse non era così, o non era proprio così, ma prendo ovviamente per buona la tua precisazione, così come la tua conferma che non vi ritenevate un gruppo punk nel senso letterale del termine.
      “Asylum” è senza dubbio un disco atipico, ma rispecchia benissimo una certa visione al tempo piuttosto popolare, magari non del tutto lucida ma di sicuro estrosa e coraggiosa. Però in studio vi hanno un po’ “chiusi”, un po’ inscatolati, benché non in modo drammatico.

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