Uniplux

Benché li abbia conosciuti in tempo reale, ho sempre avuto difficoltà a considerare gli Uniplux un gruppo punk; un po’ senza dubbio lo erano, ma il loro sound e il loro approccio erano comunque piuttosto diversi da quelli degli esponenti “classici” del genere. Lo prova il loro primo 45 giri, edito nel 1982 addirittura dalla RCA, con un lato rock (melodico, e con voce femminile) e uno ben più aggressivo; se tutti i pezzi del repertorio fossero stati nello stile del secondo, i ragazzi avrebbero di sicuro raccolto consensi maggiori in quel circuito alternativo che fondamentalmente li snobbava, preferendogli colleghi più feroci e allineati – anche sul piano dell’estetica – al Verbo dominante. Trentacinque (e più) anni più tardi, un album solo in vinile – della cui esistenza sono indirettamente responsabile – consente di inquadrare meglio gli Uniplux.

Storia piuttosto breve ma parecchio intricata, quella della prima fase di attività del gruppo romano che, dopo essersi chiamato inizialmente Smash, adottò un nome che si ispirava a un diffuso farmaco da assumere per via rettale: tre anni da quando Fabio Nardelli e Francesco “Papero” Mancinelli – ben presto raggiunti da Renato Dal Piaz – trovarono l’uno nell’altro l’ideale partner in crime a quando, nel 1982, la band si sciolse, salvo poi rinascere e proseguire in modo discontinuo la propria parabola con altri organici facenti capo al solo Nardelli. Questo 33 giri si concentra però solo sui giorni ricchi di entusiasmo in cui gli Uniplux si impegnavano per fondere il loro antico amore per l’hard rock dei ’70 con l’attrazione per quel punk che pure da noi, in cronico ritardo sul resto del mondo, stava provando ad alzare la testa; un progetto, insomma, in piena sintonia con il clima di giorni in cui energia e voglia di fare – e dire: essenziali i testi in italiano, non privi di ingenuità ma determinati nella loro denuncia di disagio esistenziale e insoddisfazione socio-politica – compensavano le eventuali carenze di lucidità e i problemi incontrati per suonare dal vivo, registrare in maniera decente, semplicemente esser presi sul serio. Nonché farsi ingaggiare da un’etichetta… che doveva essere major, ovvio, perché il piccolo circuito indipendente snobbava quel tipo di sound e autoprodursi era una faccenda assai complicata.
Sfoderando una notevole faccia di bronzo, Fabio, Francesco e Renato riuscirono a incuriosire Fulvio Mancini e Giacomo Tosti, A&R della RCA, che gli permisero di usare le sale del Cenacolo per le prove e per incidere qualche demo. Il materiale qui raccolto proviene in massima parte dalle session fissate su nastro 16 piste fra 1981 e 1982, quando Fabio aveva già ceduto il microfono, per alcuni brani, al nuovo innesto Antonella D’Orsi; furono invece ripresi con un 24 piste nello Studio B della mitica sede di Via Tiburtina Chi siamo noi (dalla colonna sonora di Grog di Francesco Laudadio, nel quale la stessa D’Orsi aveva recitato), lato A del 45 giri del 1982 che documentò la permanenza dei quattro alla corte della label, il suo più grintoso retro U.X. e Rock in Italia, il primo cantato da Antonella e gli altri due da Fabio. Tutte assieme, le undici tracce costituiscono una nitida ed eloquente istantanea dell’indole “ibrida” e delle capacità degli Uniplux degli esordi; ogni cultore di quel periodo controverso, ma cruciale per il futuro del rock italiano, farebbe bene a dedicargli un po’ del suo tempo.
Note di copertina del LP 1981 (Rave Up, 2016)

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Categorie: presentazioni | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Uniplux

  1. Anonimo

    Good

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