Tracy Chapman

Possibile che chi al tempo non c’era penserà “Tracy… chi?”, ma fidatevi: quando questo disco vide la luce, nel lontano 1988, se ne parlò tantissimo, e per parecchio il nome della Chapman rimase molto gettonato. Essendo un album anche ben suonante, nei primi anni Novanta lo trattai in “Audiophile Recordings”, la rubrica di “AudioReview” che contemplava un’analisi di taglio tecnico oltre che storico-artistico; è l’ultimo recupero della miniserie di cinque, dopo quelli di Ozric Tentacles (Erpland), XTC (English Settlement), This Mortal Coil (Filigree & Shadow) e Kraftwerk (The Mix).

chapman-copTracy Chapman
(Elektra)
Appartiene al novero degli esordi che hanno fatto epoca, l’omonimo esordio di Tracy Chapman, per le sue peraltro rimarchevoli qualità intrinseche e per essere stato venduto in ben cinque milioni di esemplari; un risultato sulla carta impensabile per l’allora ventiquattrenne cantautrice di colore, il cui repertorio elettroacustico di matrice squisitamente folk non si distaccava certo da quelli di centinaia di altre interpreti che da anni battevano senza grande successo i club statunitensi. Merito delle ispiratissime canzoni, tanto leggiadre nelle loro asciutte linee melodiche quanto spesso pungenti nei testi? Della splendida voce, grave nella timbrica ma anche estremamente duttile? Dell’immagine schietta, così lontana dagli stereotipi anni ‘80 della star al femminile? Della campagna pubblicitaria allestita per il disco, indicativa della cieca fiducia dei responsabili della Elektra nella loro scoperta? Di sicuro di tutti questi elementi, combinati assieme con un dosaggio casuale e dunque irripetibile; e chi pensava che nel ventesimo secolo non ci fosse spazio per le favole (a lieto fine, è ovvio) non ha potuto far altro che ricredersi.
Nativa di Cleveland, Ohio, Tracy Chapman è cresciuta artisticamente nell’area di Boston, dove a diciott’anni si era recata per frequentare l’università (prima biologia, poi antropologia) e dove ha iniziato a mettere a frutto la sua passione per la musica, componendo alla chitarra – che suonava fin dall’infanzia – i suoi primi gioiellini ed esibendosi nelle locali coffee house. Le sue doti non passava inosservate: nel 1986 Jack Hardy inserisce una versione artigianale di For My Lover in una compilation folk e qualche mese più tardi la giovane – su segnalazione del talent scout Charles Koppelman, il cui figlio era suo compagno di studi – viene contattata da Bob Krasnow (presidente della Elektra) che la affida all’esperto produttore David Kershenbaum; nella primavera del 1988, Tracy Chapman è così sugli scaffali dei negozi di tutto il mondo, a sottolineare con la sua copertina livida e poco appariscente l’approccio “concreto” dell’artista e il suo desiderio che a comunicare siano soltanto le parole e la musica (non a caso Tracy ha sempre osteggiato la promozione a mezzo videoclip). Nell’album sono contenuti undici brani di sobria e delicata eleganza, scarni nelle strutture sonore ed evocativi nelle atmosfere; brani carismatici, nei quali ogni particolare di arrangiamento è insostituibile rafforzativo delle performance tanto energiche quanto carezzevoli della bravissima Tracy senza per questo distogliere l’attenzione dal canto e dalla chitarra acustica. Si pensi a Talkin’ Bout A Revolution (quasi un inno per una eventuale, nuova Woodstock, senza droghe e utopie), Across The Lines (un’amara riflessione sul razzismo), Behind The Wall (un primo e 45 secondi di sola voce, a narrare il dramma della violenza in ambito domestico), l’hit For My Lover (qualcosa di più di una semplice ballata d’amore), e l’elenco potrebbe proseguire fino ad abbracciarli tutti e undici; quadretti di vita vissuta, di sogni, di protesta e di speranze, per ì quali si potrebbero scomodare il Dylan dei Sixties, Billy Bragg, Suzanne Vega… fornendo però indicazioni approssimative, perché Tracy – pur nella “banalità” della proposta ~ è uguale a nessun altro se non a se stessa.
A seguire il debutto, arriva la partecipazione al grande tour per i diritti umani organizzato da Amnesty International (assieme ad autentici mostri sacri quali Bruce Springsteen, Peter Gabriel, Sting e Youssou N’Dour), e poi Crossroads, secondo lavoro che nel 1989 non ha offerto sostanziali variazioni dalla formula già sperimentata; quindi, dopo tre anni, il recente Matters Of The Heart, realizzato con nuovi partner (tra gli altri, Jimmi Iovine alla consolle, Roy Bittan alle tastiere e Vernon Reid dei Living Colour alla chitarra) ma non molto dissimile dai fortunati predecessori, che ha ribadito la verve di un discorso lirico/musicale al quale l’uniformità di schemi non sottrae spessore e fascino. Un discorso sempre profondo ed emozionante nel suo oscillare tra intimismo e denuncia sociale, per un personaggio tutt’altro che fuori dal tempo e anzi ben radicato nella realtà dei nostri giorni: Bang Bang Bang, scritto ben prima dei tragici incidenti razziali di questa primavera, ne ha (purtroppo) fornito inconfutabile prova.
Anche sotto il profilo della qualità tecnica, Tracy Chapman non delude le aspettative. Affidata una copia del CD (originale USA, per la cronaca) al lettore EAD T-7000, primo anello di una catena comprendente anche il convertitore DSP-7000 della stessa casa, il celebre set di amplificazione Quad 66/606 e i nuovissimi diffusori Gold Four della ESB, si è subito colpiti dalla totale assenza di fruscio dovuta all’incisione DDD e dalla scintillante cristallinità della chitarra acustica, così come dall’impatto della voce; Mountains O’Things, con il suo brillante impasto percussivo, e il più compatto Why? consentono di apprezzare al meglio l’equilibrio dell’immagine stereofonica, mentre brani quali Across The Lines, Baby Can I Hold You o She’s Got Her Ticket valorizzano una gamma inferiore dotata della giusta presenza, esaltando soprattutto il basso vigoroso ma non invadente di Larry Klein. Il quadro globale è quindi quello di un sound quantomai naturale, dalle caratteristiche “live”, alla cui perfetta riuscita contribuisce certo la dilatazione delle trame strumentali; un sound dinamico e fortemente impressive che lamenta solo una leggera asprezza sugli estremi superiori e sui toni vocali più alti, smarrendo in parte il suo abituale calore e risultando perciò un po‘ più “duro” e metallico di quanto sarebbe opportuno. Trattasi comunque di dettaglio pressoché ininfluente a volume moderato, e appena più avvertibile al crescere del livello di ascolto, che non riesce a oscurare i notevoli pregi di un compact di elevatissima caratura, una delle rarissime mosche bianche nel panorama purtroppo deficitario del rock in digitale.
Che dire, ancora, di Tracy Chapman? Forse che la sua repentina ascesa ha portato nel music-biz una sensibilità che a torto si riteneva obsoleta, consentendo oltretutto acl una nuova ondata di cantautrici di affermarsi per le proprie risorse artistiche e non necessariamente per i propri attributi fisici, o che il suo “fare politica” sottile e introspettivo sa colpire le coscienze in modo ben più efficace di tante plateali manifestazioni finto-eversive; ma, cosi facendo, ci si limiterebbe a porre in risalto soltanto due sfaccettatture di un poliedro che merita invece di essere analizzato nella sua interezza, in tutte le sue luci, le sue ombre e i suoi chiaroscuri. Sprofondati nella propria poltrona preferita, di fronte a un impianto che non attende altro se non di magnificarne le virtù tecniche ed espressive.
Tratto da AudioReview n.120 dell’ottobre 1992

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