Soundgarden

Non starò qui a dilungarmi per l’ennesima volta sulla follia delle ristampe sempre più ampliate di album storici (e non), e vi eviterò piagnistei su quanto faccia riflettere trovarsi a recensire edizioni commemorative (di quarti di secolo, di trentennnali, persino di quarantennali…) di dischi che già recensii in tempo reale, come questo lavoro dei Soundgarden ora riproposto nel solito delirio di formati più o meno costosi. Non aggiungo altro se non una domanda: qualcuno di voi ha per caso acquistato la “super deluxe”?

Badmotorfinger (A&M)
Pubblicato in origine nell’ottobre del 1991 e gratificato di notevoli consensi, Badmotorfinger è uno dei tre album coevi – gli altri, Ten dei Pearl Jam e Nevermind dei Nirvana, nei negozi rispettivamente sei e due settimane prima – ad avere segnato nel profondo la scena a stelle e strisce dell’epoca, dimostrando che certe sonorità dure e graffianti di scuola underground potevano scalare le classifiche tanto quanto il pop di consumo. Il rock cosiddetto alternativo come fenomeno di massa e non (più) di nicchia? Senza dubbio sì, come del resto avevano chiarito, sempre nello stesso paio di mesi di un quarto di secolo fa, i Metallica del disco nero e i Red Hot Chili Peppers di Blood Sugar Sex Magik. Un’esplosione nucleare che in breve avrebbe ridisegnato la geografia del music-biz statunitense e non solo, spargendo almeno fino al termine del millennio il suo fallout. Benefico o malefico? Ognuno ha la propria opinione, ma è innegabile che quel 1991 cambiò il corso della Storia.
Allo scoppiare della rivoluzione, la band di Seattle guidata da Chris Cornell giunse preparatissima, forte di una gavetta documentata già da due LP (Ultramega O.K., 1988, e Louder Than Love, 1989) e alcune uscite accessorie. Il “difficile terzo album” doveva essere quello della svolta e così fu, sul piano commerciale e per quanto concerne uno stile dove l’hard più o meno classico (Led Zeppelin, Black Sabbath) e il grunge non disdegnavano flirt con una psichedelia, il tutto sviluppato in canzoni eclettiche e ispiratissime; e benché il Superunknown di tre anni dopo goda in linea di massima di maggior considerazione presso la platea dei fan, Badmotorfinger – fra l’altro, prima prova con il bassista Ben Shepherd in organico – contende al successore la palma di capolavoro dei Nostri. Non c’è da stupirsi, quindi, di questa sua riedizione celebrativa disponibile come al solito in più formati: CD standard rimasterizzato, doppio vinile, stampa “deluxe” che aggiunge otto outtake e sette brani dal vivo a Seattle nel 1992, pazzesca “super deluxe” limitata che integra quanto sopra con altre sette outtake, l’intero concerto del ’92, due DVD con il solito show, un’infinità di ulteriori tracce live, tre videoclip e un documentario, più un Blu-ray con l’album (e qualche bonus) remixato in 5.1, un libro e vari gadget. A essere ricchi si potrebbe quasi fare un pensierino su quest’ultima, ma una volta scoperto che la pur mostruosa scaletta non contempla i numerosi lati B dei singoli Outshined, Jesus Christ Pose e Rusty Cage (ne sono stati recuperati tre, ma solo nel Blu-ray), il risparmio dei circa 300 euro diventa un doveroso atto di protesta.
Tratto da Classic Rock n.50 del gennaio 2017

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Categorie: recensioni | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Soundgarden

  1. Massimo Parravicini

    Ed in effetti i singoli coevi all’album dovrebbero essere la prima cosa da inserire in una ristampa, sono più importanti di outtake e live non pubblicati al tempo

    • Specie in un disco (costosissimo) che dovrebbe inquadrare un periodo molto preciso. OK, le B-side erano state inserite tre anni prima in una raccolta di “frattaglie”, ma non è che se rimettevi qui sottraevi valore a quella, no? Mai capito davvero se queste stronzate siano il risultato di calcoli speculativi (tutti da verificare, peraltro), superficialità nel valutare le cose (e, quindi, scarsa professionalità), mancanza di rispetto nei confronti degli appassionati o semplici carenze di QI.

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